Da qualche anno Torino è una città di startupper.

Basta farsi un giro dalle parti dell’Incubatore del Politecnico e ne sbucano a centinaia, di questi giovani imprenditori col culto di Steve Wozniak (non Jobs, per carità, il vero cervello della Apple era Wozniak, Jobs era tutto chiacchiere e distintivo), la conversazione un po’ da nerd e le idee dirompenti alla Zuckerberg.

Anche casa mia, dovete sapere, è una casa di startupper, visto che ne ho uno come fidanzato. Antropologicamente poco affine all’intellettuale, lo startupper (che è un termine sgradevolissimo, mi rendo conto, ma l’unico disponibile e perciò quello che si usa: il che vi dà la dimensione dell’abisso che divide la sensibilità dei freelance della cultura dal pragmatismo di questi secchioni dell’innovazione) sta conquistando il mondo, dal cinema alla tv (l’avete mai vista la serie Silicon Valley? Fateci un giro, è illuminante) ai mercati globali, ça va sans dire.

E mentre io li osservavo come un antropologo potrebbe osservare una tribù del Borneo o un etologo uno sciame di calabroni, negli ultimi due anni, mio malgrado e malgrado il malcelato senso di superiorità che a volte noi umanisti esprimiamo verso chi persegue carriere meno “nobili”, mi sono dovuta arrendere al fatto che, su molti fronti, gli startupper hanno un sacco di caratteristiche invidiabili. E un mare di pregi che noi freelance della parola dovremmo forse imparare a fare nostri.

Come si addice al mondo delle startup, dove senza diagramma di Gantt non si va nemmeno a far la spesa all’Ipercoop, questi pregi e queste caratteristiche ve li illustro qui di seguito, ordinati in un comodo elenco numerato (poi non dite che non ho imparato niente, eh).

1. Coi clienti riluttanti siate come mastini: non mollate l’osso finché non vi sparano

Avete mai visto un gruppo di startupper in una sala piena di potenziali investitori? Io sì, ed è come guardare una vasca di piccole verdesche affamate. Armato del suo miglior sorriso, della cravatta bella o di un tailleur perfettamente stirato, del biglietto da visita strategicamente infilato nel taschino e di un elevator pitch della durata di venti secondi che ha richiesto sedici ore di limature, lo startupper non partecipa a un evento per “vedere chi c’è”: lo startupper entra, punta la preda, ammalia, chiacchiera, circuisce e non molla finché non ottiene, come minimo, un appuntamento. Le promesse vaghe tipo “ci sentiamo poi”, “scriva pure alla mia segretaria”, che manderebbero in brodo di giuggiole moltissimi traduttori, per lui è come se non esistessero: “Ci vediamo giovedì alle cinque, questo è il mio numero di cellulare ed ecco quello di mia zia Elfrida” è il minimo sindacale senza il quale non va a dormire. Altro che “ho mandato cinque CV e non mi hanno risposto, forse è meglio che cambi mestiere”.

2. Siete il vostro datore di lavoro, non la vostra segretaria

Se c’è una cosa che lo startupper impara molto presto, è a non diventare il dipendente della sua stessa azienda. È vero, quel che c’è da fare si fa, se necessario ci si sacrifica anche uscendo dai confini delle proprie competenze, ma il bravo startupper sa che questo è un sistema che funziona nell’emergenza o sul breve periodo: come regola generale, meglio imparare a delegare, condividere, chiedere aiuto, se necessario. Magari anche a titolo volontario, restituendo poi il favore. Noi freelance della parola facciamo molta più fatica in questo senso, forse perché siamo animali meno sociali: vorremmo far tutto da soli, ci confrontiamo solo di rado e finiamo in burnout. A volte, però, una mano tesa ci salverebbe da noi stessi.

3. Teamwork, crowdsourcing e un po’ di sana competizione fanno lo startupper felice

Tutti questi fastidiosi anglicisimi (gli anglicismi sono inesauribile fonte di meraviglia e ammirazione per gli startupper, avete notato?) per approfondire il concetto espresso nel punto precedente. Lo startupper è bravissimo a costruire squadre vincenti,  in cui non ci sia alcun lider maximo ma in cui ogni membro apporti un elemento indispensabile. La struttura stessa degli Incubatori, le vasche di coltura dove gli startupper vivono e prosperano, favorisce e incoraggia gli scambi e le interazioni. E poi lo startupper non teme la competizione, purché sana: ha insomma rispetto per la squadra ma anche una forte dose di ambizione personale. Prendiamo tutti appunti.

4. Il momento migliore è adesso

Un’altra cosa che suscita la mia infinita ammirazione quando penso al mondo dell’innovazione è questa: lo startupper, forse perché è una creatura che spesso è stata allevata in ambienti con una forte impronta scientifica, in linea di massima non si perde in chiacchiere, non svagheggia, non filosofeggia, non rimugina, non perde tempo, e segue in genere il principio per cui “Done is better than perfect”. Certo, prima di lanciarla qualunque idea va immaginata, strutturata, pensata, limata: ma una volta pronta l’ideatore molla l’ancora e gli ormeggi e salpa. Lo startupper è insomma concreto e sicuro di sé, non ha paura di apportare aggiustamenti in corsa, non si perde in voli pindarici e non rimanda se può evitarlo. E per questo, almeno qui a doppioverso, gode della stima imperitura di noi piccole fiammiferaie tremebonde (cit).

5. Se dovete vendervi, fatelo bene

Al di là delle leggendarie presentazioni in dolcevita nero del guru dei guru Steve Jobs, c’è una storia che riguarda startupper e modalità di autopromozione che mi è sempre piaciuta tantissimo. Quando erano ancora agli inizi e non avevano idea di come finanziare la loro startup, i tre fondatori dell’oggi planetaria Airbnb (Joe Gebbia, Brian Chesky e Nathan Blecharczyk) hanno pensato bene, visto che l’America era in piena campagna elettorale, di disegnare e realizzare (con un sacco di colla vinilica e notti insonni) migliaia di scatole da cereali inneggianti a Obama e al suo avversario McCain, da riempire e vendere poi agli elettori di questo o quello schieramento. L’idea fece tanto clamore che i veri investitori si incuriosirono e andarono a bussare alla porta dei tre nerdoni intraprendenti. Capite dove voglio andare a parare? Lo startupper sa che per vincere non può accontentarsi di CV tiepidini né di presentazioni Power Point in bianco e nero: per uno startupper ogni pitch è uno show, ed è bene trasformarlo in un capolavoro di creatività e coraggio (un applauso in questo senso ad Alessandro Petrucciani, fondatore di Klash, che una volta ha presentato la sua creatura in televisione indossando un mankini alla Borat). Se siamo bravi in quello che facciamo e crediamo che questo basti per essere notati, forse gli amici startupper (mankini a parte) hanno qualcosa da insegnarci.

6. Il business plan è Dio

Certo, si salpa appena si può nel mondo delle startup. Ma non perché si parta prima di essere pronti: semplicemente perché si è sempre pronti a partire. Sempre nel segno dell’efficienza e della concretezza, lo startupper pianifica, complila business canvas, studia il mercato, elabora piani quinquennali e accetta di investire solo in ciò che con quei piani è compatibile. Come ogni animale tecnologico, detesta essere in balia del caso, e a dirla tutta secondo me (che invece mi arrabatto, sovrappongo clienti e scadenze, vado sempre un po’ a occhio) fa benissimo.

7. Mi piego ma non mi spezzo

Per essere uno startupper bisogna aver sviluppato una forte resilienza. Lo startupper non fallisce, capisce cosa evitare in futuro. Non ha sfortuna, ma sta imparando a reagire meglio a circostanze impreviste. Il suo motto è: Il futuro è una rivoluzione giornaliera! Dobbiamo tenere duro, presto vedremo i risultati! Anche dopo tre anni di tentativi, anche al dodicesimo finanziatore che rifiuta l’idea. Al massimo l’idea la si rivede e la si migliora, forti dei feedback ricevuti, o se necessario la si cambia addirittura: i racconti attorno al fuoco preferiti di tutti gli startupper riguardano quasi sempre imprenditori ormai milionari che “prima dei trent’anni avevano fondato seimilaottocentoventisei startup, e nessuna era andata bene, ma adesso hanno sedici fantastilioni e mezzo e la piscina con un calamaro gigante addomesticato…”. Perché il punto è che per lo startupper a essere vincente spesso non è la sua idea, è lui stesso. Personalmente non ci vedo autoindulgenza in questo atteggiamento: anzi, ci vedo quel pizzico di esaltazione egotica che a volte a noi traduttori (e simili) manca, e che permette di attingere a riserve segrete di energia che non sapevamo nemmeno di avere.

8. Imparate l’incoscienza e abbiate fiducia nel futuro

Lo startupper, come appare evidente dal punto precedente, crede nella meritocrazia, è convinto che nella vita non sia mai troppo tardi (ma nemmeno troppo presto) per avere successo, ha imparato ad aver fiducia nella crescita graduale ma costante, pur mantenendo forte la speranza di una riuscita esplosiva. Cosa ci dice questo di lui? Che di base è un ottimista. Che crede in quello che fa, che usa la tecnologia come strumento che ma ritiene la propria creatività la sua vera ricchezza. La struttura stessa nel mondo lavorativo all’interno del quale gli startupper si muovono implica che la sicurezza a tutti i costi (la sicurezza di riuscire, di uno stipendio a fine mese, di non perdere i soldi investiti) per loro non esiste, e questa inesistenza è sentita ancora più fortemente che in altri ambiti. Ma il fatto è questo: gli startupper hanno imparato a vedere quella ricerca spasmodica e ossessiva della sicurezza, a cui invece noi ancora un po’ ci aggrappiamo, come un’ansia inutile, una zavorra che tarpa le ali. Se la creatività è la nostra più grande ricchezza essere un po’ incoscienti non ci mette in pericolo, ci rende invece, finalmente, davvero liberi.

Credits: L’immagine del post è tratta dalla locandina della serie Tv Silicon Valley.

 

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