Quasi non ci credete nemmeno voi.

Quando ve ne siete accorti, avete chiuso e riaperto il file un paio di volte, per essere sicuri di non sognare.

Ma no, macché sogni, è tutto vero: ce l’avete fatta, avete finito, siete arrivati. Aggrappandovi con le unghie e coi denti vi siete tirati fuori da una traduzione amata/odiata che vi trascinavate dietro da mesi. È finita, pronta da consegnare, letta, riletta, riletta, riletta, riletta (ad libitum).

Quando ci ripensate quasi vi commuovete: mentre voi digitavate disperati su pagina 1 i ciliegi di Kyoto erano ancora in fiore, vostra figlia aveva tutti i denti da latte (attualmente, invece, ben tre risultano dispersi), la vostra amica del cuore ancora vi chiamava, povera illusa, nella speranza di vedervi per un caffè. Adesso, mentre ricontrollate che tutto sia a posto a pagina 435, il mondo è inspiegabilmente arrivato a luglio, la Ferragni è fidanzata e forse gravida, la vostra ricrescita di capelli grigi misura sette centimetri e lo stracchino scaduto in frigo vi chiama “mamma”.

Ma il peggio è passato, no? Adesso viene la parte più facile, basta allegare il file a una bella mail preconfezionata e premere invio. Da qui è tutto in discesa, giusto?

La sindrome di Calimero

Maddeché. Se, come noi qui a doppioverso, soffrite di sindrome dell’impostore mista a sindrome di Calimero, il brutto deve ancora arrivare. Perché è dopo aver finito, quando in teoria tutto è pronto per l’invio, che cominciano a venirvi i dubbi. L’avete riletta, la traduzione, ci mancherebbe. E corretta, ed epurata dai refusi.

C’è solo un ultimo piccolo, minuscolo, insignificante problemino.

Che fa schifo.

La vostra traduzione, quella che dovete inviare tassativamente entro 7 ore, fa schifo. È inguardabile, è illeggibile, è improponibile. Non la consegnereste nemmeno al pescivendolo per incartarci i saraghi, figuriamoci a *editoreX*, quello che negli ultimi mesi vi ha pagato il dentista e i massaggi anticellulite. Perché se la consegnaste *editoreX* non vi chiamerebbe mai più (ed è in questo passaggio tragico come una scena di un film di Lars von Trier che la sindrome dell’impostore – “sono un pessimo traduttore solo che nessuno ancora l’ha capito” –  si affianca alla sindrome di Calimero – “sono piccolo, brutto e nero e nessuno mi vuole bene e/o mi farà mai più lavorare”).

Lo vedete il dramma? Noi sì, spesso. Ed è proprio perché ci siamo passate che vogliamo parlarne qui, con voi. Perché in tanti anni di tormenti inutili abbiamo capito una cosa importantissima: Calimero deve morire. E se avete suggerimenti su come ammazzarlo una volta per tutte, noi siamo tutt’orecchi.

La certezza della pena

La fase uno della sindrome di Calimero è quella che segue l’attimo in cui vi fate coraggio e premete invio. L’avete spedita, la mail, d’accordo, ma l’avete spedita obtorto collo, perché non avevate scelta, perché l’idea di ricevere una telefonata da una redattrice furibonda che vi chiedeva che fine avesse fatto il lavoro urgentissimo che vi era stato assegnato era anche peggiore dell’idea di quella stessa redattrice che, qualche giorno più tardi, vi chiama per dirvi che potete dimenticarvi il suo indirizzo email, avete fatto un lavoro così ignobile che fareste meglio a scappare in Patagonia e mettervi a fare i suonatori di flauto andino.

Insomma, la fase uno è semplicemente un modo per guadagnare tempo: sapete con certezza matematica che la scure del giudizio sta per abbattervi su di voi, ma vi crogiolate nei pochi giorni di serenità che ancora vi restano. Nel frattempo, preparate il vostro testamento spirituale: andate su Facebook e iniziate a pubblicare post sibillini che suonano più o meno così: “Era bello quando facevo il traduttore, vero?” o “Amici e colleghi, è stato un onore lavorare con voi”. Vi preparate il terreno per un futuro da cassiera, insomma, mettete a posto le vostre cose, salutate chi vi ha aiutato, calate il sipario.

L’arrivo di Calimero

La fase due è quella in cui una leggera isteria si impadronisce di voi. Nessuno dalla casa editrice vi ha ancora chiesto un risarcimento danni per aver fatto venire un embolo alla revisora per “manifesta bruttezza traduttiva”, ma voi vivete ormai sul chi va là.

Sui social blaterate di “editori che fanno lavorare incompetenti e poi ne pagano le conseguenze”, annunciate un futuro da allevatore di maiali nel Monferrato, chiamate la banca chiedendo a quanto ammontano i vostri averi e quanto potreste permettervi di spendere in una causa legale contro di voi, cianciate di rosari snocciolati davanti a un confessionale (“Mi perdoni padre perché non ho revisionato, non ho revisionato, non ho per niente revisionato”). La gente che vi conosce vi guarda con preoccupata commiserazione, voi avete l’occhio a palla e la lacrima facile. Calimero vi si è arrampicato sulla spalla e se ne sta lì, a dirvi con vocina stridula che nessuno vorrà mai più una vostra traduzione, e che probabilmente fate anche male le lasagne. Voi sospirate, rassegnati, e passate le giornate a leggere annunci di lavoro e Pet Sematary di Stephen King, spensierato come il vostro umore.

Di santi e di diavoli

La fase tre è quella del fioretto alla Madonna: Santa Maria, madre di Dio, se mi fai avere un altro contratto giuro su tuo figlio che stavolta rileggo tredici volte prima di consegnare, che comincio il lavoro tre settimane prima, che non festeggio il Natale, che metto i bambini in collegio fino a sedici anni pur di avere il tempo di farlo bene. Giuro che non mi farò mai più cogliere impreparato, mai più, mai più, croce sul cuore.

In questa fase avere un nuovo contratto vi sembra l’unica cosa che potrebbe dare un senso alla vostra vita, l’unica dimostrazione del vostro valore come individui, traduttori, mogli, mariti, fratelli, vicini di casa. Poco importa se la mancanza di contratto futuro (o meglio, la certezza di non poterne avere più) non minaccia affatto la vostra sopravvivenza, se avete dodicimila euro in banca, una casa di proprietà, un altro lavoro che vi impegna fino a novembre: ripristinare l’ordine delle cose, riconquistare l’editore che avete tradito con la vostra incapacità è l’unica cosa che conta.

Questa è anche la fase in cui realtà e fantasia cominciano a mescolarsi: si vocifera di traduttori che hanno invocato il demonio cedendogli il loro primogenito in cambio di un intervento magico sul malloppo in PDF che giace in una cartella della *revisoraY*, in attesa di essere aperto e corretto. Non si sa con certezza se lo scambio abbia avuto successo.

Il potere dei ceffoni

La fase quattro è quella in cui qualcuno vi prende per le spalle e vi molla due bei ceffoni metaforici antipanico, modello L’aereo più pazzo del mondo: ma certo che siete bravissimi, è ovvio che la traduzione era ben fatta, è evidente che state esagerando, ci passano tutti per quel calvario, che vi credete?

È in quel momento, dopo quei ceffoni ben assestati (che potreste anche darvi da soli), che cominciate la lenta risalita: forse è vero, vi dite. Forse nessuno vi ha ancora chiamato perché il vostro file non ha ucciso nessuno, forse con un po’ di revisione attenta qualcosa potrebbe salvarsi, del resto a voler essere obiettivi c’era quel passaggio che avevate affrontato proprio bene, e quel gioco di parole riuscitissimo, in fondo poi avete altri pregi, siete affidabili e svegli e vabbè un errorino capita a tutti e poi su quella battaglia del ‘700 avete fatto ricerche così puntuali che nessuno potrebbe rimproverarvi anche se…

Insomma, la fase quattro è quella in cui vi riappropriate di voi stessi. In cui prendete Calimero per il collo e tirate. Tirate forte. Quella in cui seppellite il corpo del nemico e uscite dal pantano, salvandovi a fatica dalle sabbie mobili. Quella in cui vi dichiarate vittoriosi, in cui vi ritrovate una mattina ad alzare le braccia al cielo in segno di trionfo, in una perfetta riproduzione di Rocky Balboa sulla scalinata del Museum of Art.

Poi, ovviamente, un giorno nemmeno troppo lontano, la telefonata arriva.

È l’editore, o chi per lui: e vuole dirvi che il lavoro era ben fatto, e che anzi a parte qualche imprecisione sono tutti molto soddisfatti. Ma voi siete ancora nel momento Rocky Balboa, e non ve ne stupite nemmeno. Vi limitate a rispondere: Adrianaaaaaa! E a ringraziare con garbo.

Il brutto arriva dopo. Quando l’editore, o chi per lui, vi dice che il lavoro era così ben fatto, anzi, che pensavano di affidarvene un altro, un tantino più difficile. Ma tanto voi siete bravissimi, no? Qual è il problema? Non c’è, ce la farete senz’altro.

Il ritorno dei morti viventi

Ecco, è lì, davanti al telefono sudaticcio tenuto nella mano sudaticcia, che capite: Calimero non muore mai davvero. Forse è per questo che leggevate Pet Sematary. Lo leggevate perché sapevate: certe cose tornano, tornano sempre. Se non le seppellisci abbastanza in profondità, tornano. Parlate nella cornetta con un filo di voce, dite un “okaaaayy” strozzato e attaccate. Ma se siete abbastanza lucidi, se avete ancora abbastanza Rocky dentro di voi, sapete che anche questa passerà. Che tutto si risolve.

Perché ogni volta che ci sentiamo piccoli e neri e “nessuno ci vuole bene nessuno ci farà più lavorare”, per riprenderci basta poco. Un amico più lucido di noi, che ci dica che stiamo esagerando. Una nuova visione del primo Rocky (solo il primo, al massimo il secondo, gli altri erano orrendi), che dimostra senza ombra di dubbio che proprio quando pensiamo di essere delle seghe tremende stiamo in realtà costruendo le basi del nostro successo. La certezza che comunque vada, abbiamo fatto del nostro meglio, e che se pure Calimero tornasse cento volte, significherebbe che abbiamo appena concluso cento contratti. Uno alla volta. Con lo zombi dell’uccellaccio del malaugurio su una spalla. E scusate se è poco.

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