Qualche anno fa, su Internazionale, uscì la traduzione di un articolo firmato da Nick Hornby. Nel pezzo, pubblicato in origine sul Times, lo scrittore inglese presentava un elenco impegnativo (l’elenco dei suoi quaranta libri preferiti di tutti i tempi), che aveva elaborato per le  librerie Waterstone’s. Tra i titoli inclusi da Hornby ce n’era uno di una scrittrice canadese, di cui lui parlava in questi termini: “Un romanzo sull’amore intelligente e allo stesso tempo profondamente romantico, come non ce ne sono troppi in giro. La voce sapiente, calda e spiritosa di Carol Shields ci manca ancora molto.”
Era il 2009, e quel romanzo (
The Republic of Love) non era ancora stato tradotto in italiano. Avrei cominciato a lavorarci io di lì a pochi mesi; la traduzione sarebbe stata pronta l’anno successivo, e sarebbe stata poi pubblicata da Voland nel 2011.
Era la mia seconda traduzione, ed è stata la mia preferita in assoluto. Ho amato entrare in punta di piedi nel mondo di Carol Shields, nella sua serenità domestica sempre illuminata della magia della vera letteratura, tra le sue parole quiete, tra i suoi interni di vita canadese, tra le sue riflessioni di rara profondità, tra i suoi pensieri di donna colta, borghese, intelligente, femminista.
Io la traducevo, Carol, ma lei era già morta da qualche anno. E ogni volta che ripenso a quanto mi dispiace che sia scomparsa così presto, quanto mi brucia non poter più scoprire un suo romanzo mai letto prima, quanto mi lascia interdetta il fatto che non riesce a ottenere, in Italia, lo stesso riconoscimento tributato alle sue compatriote Alice Munro e Margaret Atwood, con le quali in patria costituisce il trittico delle grandi scrittrici del Novecento, ripenso sempre a quelle parole di Nick Hornby, che canadese non è, che invece è British che più British non si può: “La voce sapiente, calda e spiritosa di Carol Shields ci manca ancora molto.”
E mi dico che forse un giorno quel riconoscimento arriverà, anche qui. Che non potremo più avere altri suoi libri, ma potremo leggere intanto quelli che ci sono, riscoprirli, cercare di comprenderli. Magari, con un po’ di fortuna, ritradurli, o tradurli per la prima volta. E la mancanza di quella voce calda e spiritosa la sento un po’ meno.
Il 16 luglio di dodici anni fa, Carol Shields ci ha lasciati. E noi di doppioverso abbiamo scelto di ricordarla traducendo
un articolo di Brian Hoey apparso sul blog Books Tell You Why. Hoey è uno scrittore statunitense che, come noi, ritiene che la “vicina letteraria del nord” abbia ancora molto da raccontare agli USA, e al mondo intero.

 

Carol Shields: La nostra vicina (letteraria) del nord
Brian Hoey

Forse non tutti lo sanno (e anzi qualcuno rimarrà sorpreso scoprendolo) ma Alice Munro, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura del 2013, è stata la prima scrittrice canadese ad aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento. Non sono anzi pochi i lettori che, di fronte alla richiesta di nominare un autore canadese, scoprono con sgomento che la cosa crea loro qualche problema. Alice Munro, Margaret Atwood, Michael Ondaatje; per molti l’elenco si ferma qui. E sebbene le città più popolose del Canada si trovino a poche ore di distanza dai centri culturali più vivaci degli Stati Uniti, sembra che solo di rado una reale conoscenza della produzione narrativa del grande vicino del nord superi i confini nazionali.

Non sono in pochi a considerare il Canada un luogo insulso, ordinario; un luogo dove non succede mai niente. E benché molti scrittori canadesi si siano sforzati di rovesciare questo stereotipo, (almeno) uno di loro è riuscito invece a trasformarlo in pura magia letteraria. Si tratta di Carol Shields, scrittrice che, in ultima analisi, può essere considerata un sublime cantore dell’ordinario. Durante la sua carriera, lunga qualche decennio, la Shields ha preso su di sé il testimone di quelle autrici che scrissero con grande intensità del quotidiano (da Jane Austen, a cui la Shields ha dedicato anche uno dei suoi libri, a Virginia Woolf) per creare un vasto affresco della vita intima. Sembrerà paradossale, ma i dettagli più banali della vita canadese hanno rivelato al mondo una delle sue scrittrici più esaltanti.

A Carol Shields non sono mancati i riconoscimenti in vita. A dispetto dell’apatia con cui spesso la narrativa canadese viene accolta, il suo romanzo del 1993 The Stone Diaries [Diari di Pietra, Voland 2011, trad. it. B. Ronca] ha vinto sia il Governor General’s Award (ovvero uno dei più prestigiosi riconoscimenti letterari del Canada) ma anche il Pulitzer, una combinazione decisamente rara nel panorama letterario del continente nordamericano. L’ultimo romanzo di Carol, Unless (2002) [A meno che, Ponte alle Grazie 2004, trad. it. P. Croci], è stato accolto con entusiasmo equivalente: si è infatti aggiudicato l’Ethel Wilson Fiction Prize ed è arrivato tra i finalisti del Man Booker Prize e del Governor General’s Award. Unless non è però degno di nota esclusivamente per i riconoscimenti ottenuti; anzi il romanzo, scritto a seguito di una diagnosi di tumore al seno giunta nel 1998, si è sviluppato come una sorta di via di mezzo tra un’autobiografia e un manifesto. Il libro, che segue le riflessioni di una scrittrice e traduttrice di mezza età la cui figlia ha scelto di vivere come una senzatetto, attinge generosamente dall’esperienza personale della Shields per denunciare la scarsa considerazione in cui spesso la letteratura contemporanea tiene le donne.

Carol Shields aveva senza dubbio a cuore l’idea che la quotidianità dovesse trovare il suo spazio nello scenario della narrativa in genere, ma non è mai apparsa molto preoccupata all’idea che le sue opere in particolare smettessero di essere lette. Quando qualcuno le chiese quale fosse il suo lascito nel campo della letteratura, la Shields rispose: “Mi hanno inviato, di recente, un elenco dei vincitori di tutti i premi Pulitzer fin dal 1915, mi pare, e la metà non li ho mai nemmeno sentiti nominare: la metà. Quindi non penso che la fama letteraria sopravviva all’autore; o almeno, capita a pochissimi. I libri vengono dimenticati. Quindi non ho affatto la sensazione di star lasciando dietro di me un’eredità duratura.” Ma è esattamente questa presa di posizione il motivo per cui dovremmo continuare a leggere i suoi romanzi. L’impermanenza è ciò che sottende a ogni esistenza umana, e dovrebbe esserci un posto d’onore per le opere letterarie che lo riconoscono. Il Canada potrà anche essere il vicino ordinario e banale degli Stati Uniti, ma nelle mani di Carol Shields, la vita di tutti i giorni (che lei chiamava ‘il mostro peloso che divora il 50% delle nostre esistenze’) acquista una vibrante pienezza che merita di essere restituita.

Brian Hoey

Scrittore e book nerd a tutto tondo, Brian ha deciso di sfruttare al meglio la sua laurea in Letteratura inglese compiendo magie con le parole. Amante di birra, baseball e libri, riesce a destreggiarsi scrivendo con equivalente soddisfazione di Porter di vario genere: dalle stout ad alta gradazione alcolica alle scrittrici come Katherine Ann.

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