E insomma, è passata già una settimana: venerdì scorso, più o meno a quest’ora, due tizie sciamannate vestite troppo pesanti, cariche di fogli e divorate dall’ansia, sbarcavano su una banchina inondata di sole della stazione di Pisa. Ci abbiamo messo un po’ per riprenderci dalla scarica di adrenalina che questa terza edizione della Giornata del Traduttore ci ha regalato, abbiamo fluttuato per giorni in uno stato di semi-sbornia mentre cercavamo di metabolizzare la carica dirompente, gli stimoli e le millemila idee in circolo che ne abbiamo ricavato.

Dove tutto è cominciato

Come abbiamo accennato nel nostro intervento, il fatto di essere a Pisa a raccontare della nostra avventura in un certo senso chiudeva un cerchio, perché è proprio alla Giornata del Traduttore del 2014 che l’idea di doppioverso ha preso forma e consistenza. In quell’occasione, mentre si discuteva di internazionalizzazione e di apertura a “un mondo diverso”, avevamo avuto una specie di epifania. Noi, che veniamo dal settore editoriale, eravamo (ammettiamolo pure) più abituate a una figura monodimensionale ed egoriferita di traduttore; quello dell’impagabile e però al tempo stesso bistrattato intellettuale eremita seduto alla scrivania a macinare cartelle, con la tazza di the verde fumante poggiata accanto al dizionario cartaceo e un gattone pigramente acciambellato sulle ginocchia, è sì uno stereotipo, ma nel quale alcuni colleghi del nostro settore tendono a crogiolarsi con un certo qual compiacimento. Forse per questo era stato quasi scioccante scoprire l’esistenza di tutto un mondo di traduttori, perlopiù tecnici ma non solo, che si erano inventati soluzioni, avevano esplorato nuove strade, avevano deciso di vestire i panni di veri e propri mediatori culturali oltre che linguistici.

Non siamo isole

La Giornata del Traduttore di quest’anno ci ha portate ancora un passo avanti in questo cammino. Innanzitutto ci ha confermato, una volta di più, che oggi – anche e soprattutto nel mondo della traduzione – la collaborazione è la chiave del successo. A Pisa abbiamo conosciuto di persona molti colleghi che fino al giorno prima avevamo solo seguito in Rete e sui social, e aspiranti traduttori con ancora poca o nessuna esperienza ma dotati di determinazione, intraprendenza e vivacità intellettuale invidiabili; e tutti sembravano consapevoli di qualcosa che a molti ancora sfugge: non siamo isole.

E non intendiamo questa cosa solo nel senso più ovvio, ovvero che nel 2015 non sopravviveremmo se non puntassimo sul networking, sull’autopromozione attraverso i contatti, sul chiacchiericcio online, che pure hanno un loro perché, beninteso: noi ci siamo accorte che nessuno è un’isola scendendo, senza nemmeno volerlo, un gradino più in profondità.

Quello che abbiamo visto accadere nelle conversazioni a margine della Giornata, tra un Alexander al cherosene e un risotto con i funghi, è stato infatti il miracolo della maieutica. Il peer mentoring, come l’ha giustamente definito Andrea Spila nel suo intervento di presentazione dell’interessante progetto Common Spaces (che forse meriterebbe un post a parte), ovvero un sistema di apprendimento il più possibile “orizzontale”, fatto di scambi reciprocamente proficui piuttosto che di un’istruzione fornita dall’alto,  è una logica che pervade già le nuove generazioni di traduttori. E per chi tra noi che lavoriamo da più tempo ha il coraggio di partecipare, guardare è come spalancare una finestra sulla professione che verrà (o meglio su quella che potrebbe venire, se solo si trovasse il modo, il grimaldello per scardinare i vecchi schemi).

Così abbiamo visto cortocircuiti di idee e spunti, preziosi brainstorming spontanei su come focalizzare e canalizzare interessi e progetti, competenze che si sovrappongono e si condividono. Il simile che aiuta il suo simile.

Il traduttore in 3D

È stato straordinario partecipare attivamente, perché spesso, guardando dal di fuori, seguendo le attività di queste persone su Internet, tra il rimbalzo di un articolo di approfondimento sui “10 modi per organizzare il proprio calendario editoriale” o dell’ennesima intervista sul senso ultimo della letteratura, tutta questa complessità un po’ si perde. È come se ci uniformassimo a essere semplici megafoni di nozioni – le regole del branding, i dogmi della revisione, i principi del networking – mentre la forza del traduttore 3.0, come ci piace chiamarlo qui a doppioverso, sta nella sua tridimensionalità (vedete? Il tre ritorna, è un po’ il nostro numero magico, come se dentro doppioverso fossimo Barbara, Chiara e ilrestodelmondo. Come se fossimo dentro una fiaba, dove l’eroe deve sempre superare tre porte, tre prove, tre ostacoli, tre indovinelli, per vincere il regno e la corona). E la tridimensionalità di cui parliamo sta ben al di sotto della superficie: sta nel fatto di tradurre le etichette dei gel per le unghie ma al tempo stesso avere un album di manga e mandala autoprodotti e geniali, o di lavorare per un’azienda di serramenti ma al tempo stesso scrivere testi di canzoni rock. Sta nel fatto di essere acquatici, e adattarsi agli ostacoli invece di lasciarsene schiacciare, nella capacità di immaginarsi come figure che non rispondono a nessuno stereotipo preconfezionato. Abbiamo visto pochissimi traduttori “puri”, in questi giorni, e la cosa, lungi dal sembrarci preoccupante, ci è parsa straordinaria. In una realtà sempre più difficile e competitiva, in cui il traduttore-dodo rischia di scomparire e molti di noi si chiedono come sopravvivere, noi abbiamo visto accadere un miracolo di darwinismo. È stato come immergersi in un oceano che ci sembrava tutto azzurro e scoprire che qualche metro sott’acqua c’è invece un’incantevole e coloratissima barriera corallina.

Il traduttore non-traduttore

Ci abbiamo pensato a lungo a tutte queste cose, tornando verso casa. Ne abbiamo parlato, ci siamo confrontate, ci siamo chieste se non vedessimo le cose in un certo modo perché eravamo drogate di adrenalina e quindi pervase da ottimismi ingiustificati. Ma no, ci siamo dette alla fine, niente del genere. È darwinismo, sul serio. Siamo giunte alla conclusione che il traduttore vincente di oggi, e soprattutto di domani, probabilmente non è neanche più un traduttore. O almeno, non solo. È una figura professionale che non può prescindere da una serie di competenze altre rispetto alla traduzione; e che non solo le possiede, ma le utilizza. E non le utilizza perché tangenti al suo lavoro di traduttore, ma come valida e possibile alternativa (un’alternativa che sì, forse faremmo a meno di cercare se fosse possibile, ma che a volte è l’unica via). E benché qualcuno potrebbe non essere d’accordo, secondo noi questa non è una sconfitta. È una risorsa, perché il meglio che possiamo fare è sfruttarle, quelle competenze, e non metterle in un angolino, lasciarle da parte come se reinventarci significasse “sporcare” il quadro nitido di traduttore “duro e puro”. Noi di doppioverso stiamo provando a farlo, in prima persona: il web writing, l’organizzazione eventi, l’editing, la formazione, cioè le cose di cui abbiamo iniziato a occuparci in questa avventura o che abbiamo recuperato dal cassetto, non sono compartimenti stagni, sono tutte sfaccettature tra loro interrelate di una nuova figura professionale in cui si nasconde il vero potenziale di questo nostro mestiere.

Se puoi sognarlo puoi farlo, ma fallo

La cosa che ci ha colpito di più in questi giorni è stata la generosa convinzione di parecchie persone che solo perché eravamo noi quelle col microfono in mano, dovevamo anche essere quelle con tutte le risposte, con la vita già risolta, la carriera spianata. Ci piacerebbe, ma non è così. Siamo tutti insieme in questo momento traballante, e tutti ne viviamo le conseguenze. Ci siamo chieste anche noi, e diverse volte, cos’avremmo fatto se quel tale committente avesse smesso di cercarci. Se fosse il caso di insistere. Se non fosse più produttivo cercare altro da fare. Ma che volete farci? I traduttori-dodi sono pochi, ma sono resistenti. Siamo dove siamo (che è un posto bellissimo ma non risolutivo, vedetelo più che altro come un esperimento ancora in corso) perché condividiamo quello che ci ha detto un altro relatore della Giornata, Umberto Macchi: “Nel lamento non c’è business”.  (Certo, lui lo dice con un invidiabile accento toscano e noi no, ma non si può avere tutto dalla vita).

Però pensiamo sia vero, e crediamo anche che questa convinzione, unita all’idea del lavorare insieme e di liberarci dello stereotipo bidimensionale a cui siamo rimasti aggrappati tanto a lungo, possa aiutarci tutti, come categoria, a emanciparci dalla condizione di spettatori passivi e ci aiuti a sentirci sempre più soggetti attivi del mondo che sta arrivando. Del resto, come ci ricordano i Gorillaz in un loro pezzo del 2001 che è già storia, niente può andar male quando te ne vai in giro “con il sole in saccoccia” (e tenete presente che citavano Clint Eastwood: da Il buono, il brutto e il cattivo a American Sniper, ora diteci voi se vi viene in mente un altro esempio di rivoluzione personale più calzante di questo).

 

 

I ain’t happy, I’m feeling glad
I got sunshine, in a bag
I’m useless,but not for long
The future is coming on

 

 

 

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