Io sono uno di quei traduttori diventati traduttori un po’ per caso. Non ho sempre sognato di tradurre l’Ulisse di Joyce, non ho studiato lingue all’università, da ragazzina non leggevo Sherlock Holmes in originale, dizionario alla mano e accento cockney incorporato. Le mie due esperienze più pregnanti nel mondo della traduzione (prima del momento in cui mi sono chiesta se non potesse essere una carriera effettiva, cioè) risalgono ai miei 12 e 14 anni, e come vedrete sono davvero pregnanti.

A 12 anni, complice una professoressa delle medie che ci aveva letto qualche pagina del Canto di Natale, ho deciso (con la solita sicumera da carro armato che sfoggio anche solo per andare a comprare il pane, ahimè) che avrei ritradotto Dickens a beneficio di me medesima.
Ho comprato il volumetto dei racconti natalizi (TUTTI) edito dalla Penguin, l’ho portato a casa e ho iniziato diligentemente la traduzione: dopo cinque righe mi sono imbattuta nella faccenda di Marley che era dead as a doornail e che non si sa cosa ci sia di tanto morto nel chiodo di una porta perché un chiodo da bara è senza dubbio l’articolo di ferramenta più morto cui si possa pensare.
Mi sono chiusa in casa tre giorni per capire cosa diavolo c’entrassero i chiodi con la morte di Marley e il fantasma dei Natali passati, e poiché all’epoca non sapevo dell’esistenza degli idiom non ho ovviamente trovato una risposta soddisfacente: quindi ho mollato la traduzione dov’era e ho archiviato tutta la storia come il delirio di uno scrittore arteriosclerotico.
A 14 anni, invece, complici i Take That, la mia sordida passioncella per Mark Owen, le innumerevoli apparizioni televisive della band (tutte registrate su VHS) e la moltitudine di amichette disposte a pagare per averle, ho iniziato a spacciare traduzioni delle interviste ai fab five, sviluppando nel contempo una discreta conoscenza della lingua inglese e una spiccata cadenza mancunian, che ancora non ho perso del tutto (mi avete mai sentito dire “my mum”? faccio molto ridere).

Ma ecco, tutto qui. In realtà io nasco come laureata in lettere, come critico letterario per la precisione, e alla traduzione sono arrivata solo passando dalla porta secondaria di una casa editrice. A venticinque anni ero giovane, di belle speranze, mi piacevano i libri (no, precisiamo: credevo nel valore salvifico della letteratura – e ci credo ancora), e ho iniziato a lavorare come revisora e redattrice. Quando mi è stata proposta la mia prima traduzione, ci ho pensato su un attimo. Benché non avessi una preparazione universitaria specifica, non era l’aspetto linguistico a spaventarmi, anzi (lo sapevo che la mia relazione con Mark Owen mi sarebbe tornata utile prima o poi), quanto piuttosto la mia assoluta ignoranza dei “trucchi del mestiere”.
Cosa fa di un traduttore un bravo traduttore? Quali sono gli errori più comuni, le trappole da evitare? La traduzione c’entra qualcosa con la linguistica saussuriana che ho studiato per un esame di filosofia del linguaggio?
Però l’idea di tradurre mi piaceva, perché come aspirante critico letterario sapevo che la mia abilità più sviluppata era la capacità di leggere tra le righe, e chi più di un traduttore legge tra le righe di un testo? Volevo provare, insomma, ma si rendeva necessario un approfondimento.

È così che ho deciso di frequentare un corso di traduzione (il primo di diversi, a dire il vero). E per scegliere quale frequentare, ho fatto ciò che ogni bravo ossessivo-compulsivo avrebbe fatto al mio posto: ho iniziato un’analisi comparata a tappeto, scegliendo alcuni candidati possibili, scartandone altri, trasformandomi in Penelope Garcia e affrontando ricerche accuratissime in rete che confinavano con lo stalking.
Alla fine mi sono ritrovata con una mole infinita di materiale, che non riuscivo a collazionare, mettere insieme, ridurre, perché non avevo un’idea precisa di cosa cercare. Ho elaborato quindi una strategia in cinque punti, che ha dato buoni risultati. Il principio era semplice: se è vero che una cosa che mi riusciva bene era decidere il valore (commerciale, letterario) dei libri, allora avrei valutato quei corsi come se fossero libri.

Da quando sono dall’altra parte della barricata (da quando cioè mi capita di tenerli, dei corsi di traduzione) la seconda domanda che mi viene rivolta più spesso (la prima, forse ve lo ricorderete, è “come fa un traduttore a farsi notare da un editore?”) suona così: come faccio a scegliere un corso di traduzione? Come faccio a sapere quale fa per me? Come capisco se fidarmi o meno della scuola? Se vale la pena investire del tempo e del denaro in quelle lezioni?
Non ho una risposta miracolosa, ma vi consiglio di seguire il principio che ho seguito io ai tempi. Se siete in dubbio sul corso di traduzione da intraprendere, valutate le cinque cose che valutereste se doveste scegliere un libro: copertina, quarta di copertina, autore, recensioni, prezzo.

1) Copertina

Avete presente quella regola di buon senso per cui quando andate al ristorante dovreste guardare il bagno, perché se quello è pulito probabilmente lo sarà anche la cucina? Ecco, per i libri vale più o meno la stessa cosa. Un lettore forte, abituato a frequentarli, sfogliarli, studiarli da una vita, non ha troppe difficoltà a capire se un libro vale, o quantomeno in quale categoria collocarlo (thriller da spiaggia? mainstream? alta letteratura? saggio accademico?) anche solo guardandolo.
E il principio si applica ugualmente ai corsi di traduzione: la copertina (o il bagno, se volete) di una scuola è, di questi giorni, la sua presenza in Internet. Se una scuola ha un sito web scritto in italiano corretto, curato, aggiornato, trasparente, in cui è facile individuare costi standard ed extra, da cui è possibile dedurre risposte alle domande più frequenti dell’aspirante allievo, questo è già un punto a suo favore. Non una discriminante risolutiva, questo no, ma di certo un elemento da valutare positivamente. Se poi la scuola è attiva anche su altri social (da Twitter a Facebook a Instagram) le possibilità di verificarne la serietà aumentano esponenzialmente.
Se un ente con un sito in html il cui ultimo aggiornamento risale al 1999 vi suggerisce invece di “rispolverare un  le vostre competenze linguistiche”, potete serenamente passare oltre.

2) Quarta di copertina

Cosa cercate nel libro che volete comprare? Volete una storia d’amore che profumi di cannella (cit.), un saggio sui naufragi in età moderna, il grande romanzo americano, un manifesto femminista? Quando entrate in biblioteca o in libreria, la prima cosa che fate è dare un’occhiata alle quarte di copertina, per farvi un’idea di cos’avete davanti, e per verificare che sia quello che cercate.
E anche per i corsi, sapere cosa cercate è il primo passo per ottenerlo.
Studiate attentamente il programma del corso che vi interessa, fate domande, approfondite. Volete un corso breve e introduttivo, soprattutto teorico? Un incontro laboratoriale, perché la teoria la sapete ma ogni volta che inviate una prova di traduzione ve la rifiutano? Volete capire il funzionamento della filiera editoriale perché non sapete nemmeno cosa sia una prova di traduzione? Cercate un corso online perché non avete soldi e/o siete sociofobici come me? Ne preferireste uno in presenza perché per voi l’importante è farvi i contatti giusti? Solo verificando queste cose prima dell’iscrizione otterrete il massimo dalla vostra esperienza.

3) Autore

È una verità triste ma inevitabile, e sappiamo tutti come funziona: se esce un nuovo libro di Ken Follett e vi piace il genere, compratelo a occhi chiusi. Se J.K. Rowling annuncia l’arrivo di un “nuovo strabiliante personaggio”, verificate prima di comprare.
Ci sono autori di cui ci fidiamo perché riconosciamo loro talento, bravura, competenza, ma soprattutto coerenza con le scelte precedenti e capacità di dimostrarsi sempre all’altezza delle aspettative dei lettori.
Lo stesso vale per i corsi di traduzione, in cui l’autore è un mostro a due teste: la scuola stessa, che deve dimostrarsi affidabile e seria, e i docenti.
I docenti sono l’elemento chiave dell’equazione, ovviamente: un buon docente fa quello che insegna (e non è così  scontato, perché esistono corsi in cui “traduttologi” o “esperti di traduzione”, che però nella vita fanno altro, si propongono di insegnare a tradurre, e la cosa non può funzionare, perché come sappiamo la traduzione è un mestiere artigianale, che quindi si può apprendere solo facendo bottega con artigiani più preparati di noi), ma soprattutto è in grado di insegnare quello che fa. E nemmeno questo è scontato, perché essere un meraviglioso traduttore non significa necessariamente essere capace di spiegare come si diventa altrettanto bravi.

4) Recensioni

Ma come facciamo a sapere se una scuola, o un insegnante, manterranno ciò che promettono? Esattamente come faremmo con un romanzo, cercando cioè le recensioni del pubblico (quante volte vi sarà capitato di acquistare un libro perché avevate letto commenti positivi su Amazon, Goodreads, Anobii o un gruppo di lettura su Facebook?) o della critica (che è il motivo per cui le fascette conquisteranno il mondo).
Traslato nell’universo dei corsi, cercate il feedback degli allievi che hanno già frequentato quello che vi interessa (spesso nei siti delle scuole ci sono pagine o forum appositi, o le scuole stesse creano gruppi sui social per offrire agli allievi e agli aspiranti tali la possibilità di confrontarsi) oppure le raccomandazioni dei traduttori più esperti di voi, che potrebbero darvi anche un paio di dritte su quali scuole-truffa evitare come la peste (perché sì, esistono le scuole truffa: cercate in rete, c’è una black list abbastanza nutrita e vale la pena conoscerla a fondo).

5) Prezzo

Il prezzo è un elemento importantissimo per l’acquisto di un corso. E anche di un libro. Non necessariamente in assoluto, ma relativamente a ciò di cui avete bisogno. Io ad esempio ho una regola ferrea (severa ma giusta, come dice un mio amico): i libri da battaglia (e nella definizione rientrano giallacci, romanzetti rosa, fantasy improbabili, tutta la narrativa di puro intrattenimento, i guilty pleasures che non guardo più dopo averli consumati e che non ci tengo a conservare) non li pago mai più di tre euro. Li compro usati, li prendo in prestito in biblioteca, approfitto degli ebook in offerta. Ma l’investimento maggiore lo riservo ai libri che voglio tenere, a quelli pubblicati da un editore del cui lavoro mi fido, a quelli di un autore cult che voglio avere sempre vicino.
Come si applica questo ai corsi? Semplice, investite solo in ciò che vi serve davvero. Avete bisogno di costruirvi le basi? Forse è il caso di pianificare una spesa sostanziosa diluita sul lungo periodo, per affrontare un master o un corso in più lezioni. Volete farvi un’idea relativa a un ambito specifico? Scegliete un seminario di una giornata. Siete in bolletta? Verificate la possibilità di seguire dei webinar, che abbattono i costi di spostamenti ed eventuale alloggio. Abitate in un paesino sperduto della Sardegna, dove nessuno organizza mai iniziative interessanti e non incontrate mai dei colleghi? Prenotate un workshop di un week end e un buon albergo e preparatevi a fare nuove conoscenze.

In linea di massima, diffidate di chi chiede cifre spropositate (esistono in commercio ottimi corsi a prezzi ragionevoli), di chi a fine corso vi chiede di lavorare spacciando quel lavoro per uno stage (sì, esatto, c’è chi fa di questo e di peggio), di chi insomma è più interessato al suo guadagno che alla vostra formazione. Le scuole che offrono corsi privati devono, naturalmente, guadagnare per il loro lavoro, ma il loro scopo primario dovrebbe essere quello di offrirvi un servizio impeccabile e soddisfacente, che vi spinga a ripetere l’esperienza o a promuovere le loro attività tra i vostri contatti. È questo che fa la scuola che avete scelto? Nel dubbio, chiedete. Noi colleghi traduttori siamo qui (anche) per questo.

Dopo aver fatto l’errore di comprare Il seggio vacante *in edizione rilegata* sull’onda dell’entusiasmo per Harry Potter, qualcosa avremo pur imparato anche noi, vi pare?

Credits: La foto del post è di Shan Ran ed è protetta da licenza Creative Commons

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