Non so se dipende dal fatto che è la realtà con cui mi confronto ogni giorno, ma ho l’impressione che noi traduttori siamo davvero tantissimi. Ogni giorno le Facoltà di Lingue e Mediazione Linguistica sfornano decine di aspiranti colleghi che sperano di immettersi in un mercato – l’abbiamo ripetuto più volte – innegabilmente in crisi. Allo stesso tempo, parlando con i più giovani, mi rendo conto di quanto la formazione per traduttori – quella accademica e ufficiale, intendo – sia carente in termini di strumenti utili a confrontarsi con il mondo del lavoro. È un problema forse comune, in generale, a tutti i percorsi di istruzione universitaria in Italia: io ho fatto il DAMS, per esempio, e ho seguito corsi su corsi in Teorie e Tecniche del Cinema e Istituzioni di Regia, so tutto della Nouvelle Vague e del montaggio concettuale di Ejzenstejn, ma per quel che mi riguarda non sono stata in grado di montare in modo decente neanche il filmino del mio viaggio di nozze.

Il problema diventa ancora più lampante quando ci si approccia a un mestiere come quello della traduzione, che vive su un paradosso a mio avviso assolutamente stringente: la formazione universitaria è tutta teoria e dialoghi sui massimi sistemi. La pratica invece è un continuo mettere le mani in pasta, ci costringe a prendere decisioni estemporanee e a relazionarci con persone continuamente diverse, ci impone di confrontarci con un settore in cui manca una qualsiasi forma di deontologia o regole prefissate, e in cui perlopiù i committenti, fatta eccezione per i pochi illuminati, puntano ad aggiudicarsi un servizio decente al minor prezzo possibile. Capita quindi che il traduttore, in effetti, la vera formazione sui temi che realmente fanno la differenza tra il vivere della propria professione e il coltivare un hobby culturalmente impegnato ma che in realtà mestiere non è se la faccia nel momento in cui inizia a lavorare, confrontandosi con i propri colleghi e con zio Google (che il cielo l’abbia sempre in gloria).

 

L’epoca dello sharing e le sue infinite possibilità

 

Ora, io di base sono una grande sostenitrice della logica della formazione continua, credo che per un professionista degno di tale nome non ci sia niente di peggio che smettere di aggiornarsi continuamente, non importa in quale campo si operi.  Sono anche in genere un’accanita fan dei tutorial, di cui mi servo in ogni possibile occasione, da quando devo preparare una torta a quando ho bisogno di inserire un plugin sconosciuto su WordPress o di accorciare un link per farlo entrare nei 140 caratteri di un post su Twitter.

Last but not least, sono affascinata dalla logica della condivisione gratuita delle competenze, dei servizi e dei saperi. Viviamo nell’epoca dello sharing, in cui mettiamo gli uni al servizio degli altri qualsiasi cosa per il bene comune: ci scambiamo le case e viaggiamo con Airbnb, guardiamo le serie che ci piacciono su Netflix, ci dividiamo il tempo, le chiacchiere e la benzina nelle trasferte con BlaBlaCar, condividiamo gli spazi lavorativi con il coworking. La condivisione gratuita o semigratuita è la cifra indiscussa degli anni Duemila.

Cosa c’entra tutto questo discorso da squatterona della sharing economy con i traduttori, direte voi? Due aspetti, fondamentalmente. Il primo è legato alla praticità: in un mondo in cui ogni informazione è disponibile, ogni competenza è a portata di click, sarebbe sciocco e miope per una categoria come la nostra, che ha tanto bisogno di formazione pratica, non usufruire di questi strumenti.

Il secondo ha invece a che fare con l’orientamento: è vero, tutto il sapere e ogni genere di servizi sono a nostra disposizione, ma proprio per questo è difficile distinguere tra le risorse che vale la pena sfruttare e quelle che alla fine risulteranno solo paccottiglia, e ci daranno non competenze ma infarinature raffazzonate. In questo, nel distillare le informazioni che ci bombardano da ogni parte per capire cosa ci può arricchire e cosa no, possiamo aiutarci solo tra di noi, ciascuno per la sua parte, perché la formazione del Terzo Millennio non arriva solo dall’alto, da un imbuto che passivamente ci travasa competenze teoriche e skill, ma al contrario si forma dal basso, attraverso il confronto con i nostri simili che magari operano in contesti radicalmente diversi, hanno livelli di esperienza differenti, specializzazioni collaterali o tangenziali rispetto alle nostre. Tutti possono aggiungere un tassello in più alla nostra professionalità.

 

Un progetto europeo per l’apprendimento collaborativo del sapere di qualità

 

È per tutti i motivi sopra elencati e per il suo partire proprio da questa logica di fondo di una formazione non gerarchica, tra pari, che mi sono lasciata fortemente incuriosire e in un secondo tempo conquistare da CommonSpaces, una piattaforma di apprendimento collaborativo cofinanziata dal Programma Erasmus+ dell’Unione Europea e sviluppata da sei partner sotto la supervisione dell’Università “La Sapienza” di Roma, che coordina tra loro i partecipanti ad alcune cosiddette “comunità di pratica”, relative non solo alla traduzione ma anche a social media, copywriting, web writing e altri temi correlati. Tra i partner che contribuiscono allo sviluppo della piattaforma ci sono anche gli amici e colleghi della European School of Translation, capitanati dall’“ammiraglio” Andrea Spila, che proprio in occasione dell’ultima Giornata del Traduttore ha parlato del progetto spiegandone nel dettaglio funzioni e potenzialità per la futura evoluzione della nostra professione.

Come funziona CommonSpaces? È complicato? Niente affatto. Tanto per cominciare è completamente gratuito, ma a fare la differenza rispetto alla semplice ricerca caotica di risorse potenzialmente utili in Rete è l’indice di qualità attribuito a ogni risorsa educativa (OER), che viene valutata dai diretti partecipanti al momento dell’inserimento nel database pubblico. In pratica, se una risorsa è disponibile in CommonSpaces vuol dire due cose: la prima è che è free, la seconda è che un tuo collega l’ha ritenuta utile e degna di nota, ovvero è servita a qualcuno prima di te.

Illuminanti per comprendere a pieno il senso e il meccanismo alla base dell’iniziativa sono le parole di Silvia Ghiara, una delle pioniere del progetto che ha anche realizzato le simpatiche vignette a corredo del video di presentazione: “Mentre lavoriamo o navighiamo in Rete – spiega Silvia – capita di imbattersi in articoli, corsi, app gratuite che ci tornano veramente utili. Di solito ci limitiamo a cliccare su ‘Salva tra i preferiti’, ma che succede se oltre a questo prendiamo quello stesso link e lo aggiungiamo a un archivio visibile a tutti? E se altri studenti e professionisti facessero lo stesso? Ci ritroveremmo con un prezioso catalogo consultabile ogni volta che vogliamo, pieno di link a corsi gratuiti, articoli che fanno riflettere sull’importanza di una competenza che vorremmo affinare, o che già abbiamo ma non abbiamo ancora sfruttato professionalmente”.

Il fatto di fare da garanti della qualità di una OER (Risorsa Educativa Aperta) rispetto a dei nostri pari, del resto, affina notevolmente il nostro senso di responsabilità e le nostre capacità di giudizio. “Con l’idea di condividere risorse utili anche ad altri – continua infatti Silvia – si diventa più attenti alla qualità di quello che troviamo su Internet. Imparare a catalogare una OER può essere un ottimo esercizio per sviluppare nuove capacità di analisi, e per capire come funzionano i tipi di licenza che regolano le condizioni di condivisione.”

E poi c’è l’aspetto su cui qui a doppioverso non ci stancheremo mai di insistere: il prezioso, preziosissimo networking, foriero di contatti interessanti e potenziali collaborazioni, oltre che di un’attività di coaching che per molti traduttori alle prime armi è quasi oro, perché recupera quel senso antico della “bottega” di cui noi traduttori un po’ più datati abbiamo potuto beneficiare ma che ormai si è perso e di cui abbiamo più volte parlato. “Oltre a sviluppare le proprie competenze professionali – racconta ancora Silvia – aumentano anche le nostre opportunità di lavoro grazie alla possibilità di iniziare un mentoring gratuito (che resta gratuito, come qualsiasi cosa su Commons) in cui un professionista più esperto ne segue un altro  alle prime armi, decidendo insieme quali competenze vorrebbe acquisire/affinare per diventare un professionista migliore.”

Il tutto – condivisione delle risorse individuate e mentoring tra pari – costantemente accompagnato da uno scambio e confronto ininterrotto tra i partecipanti, non solo sulla piattaforma, ma anche attraverso il gruppo Facebook, la chat e i forum di discussione.

Insomma, come ce la racconta Silvia, CommonSpaces è un’occasione irripetibile per capire che “tutti abbiamo qualcosa da insegnare e c’è sempre qualcosa da imparare dagli altri. Ho avuto conferma di quel che ho sempre pensato, ovvero che la condivisione è la più grande fonte di ricchezza e certe volte, quando siamo rannicchiati nel nostro isolotto, basta alzare la testa per scorgere qualche altra isola all’orizzonte. Se la parola ‘link’ significa ‘collegamento’ a una pagina web, realtà come CommonSpaces aggiungono una nuova accezione a questo termine, e cioè il collegamento tra persone diverse che, come in una grande tavola rotonda, uniscono le loro forze per un bene comune, quello di una conoscenza di qualità, gratuita, quindi disponibile a tutti, che oltre ad essere un diritto è anche una grande ricchezza irrinunciabile”.

Se l’iniziativa vi ha incuriosito e volete saperne di più, oggi alle 17.30 avete un’opportunità da non perdere per conoscere meglio CommonSpaces: un webinar gratuito di presentazione della versione beta del progetto nell’ambito dell’Open Education Week. Per partecipare è sufficiente registrarsi a questo link: https://attendee.gotowebinar.com/register/1621511742681255170

Buona visione!

 

 

Credits: La foto del post è di starfive ed è protetta da licenza Creative Commons.

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