Lo scorso fine settimana me ne sono andatata Trieste. Ci sono  andata in parte per piacere, in parte per ritrovare l’anima grande di questa città di frontiera che è un po’ qui e un po’ altrove e che ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore, in parte anche per riposarmi, per mangiare lo strudel, ma soprattutto ci sono andata per partecipare alla bella iniziativa Parole O_stili.

Ne avrete letto un po’ ovunque in questi giorni: Parole O_stili è stata una “due giorni di lavoro”, come si legge sul sito, che ha avuto “lo scopo di far dialogare e confrontare professionisti e personalità di diversi settori a cui le parole e il linguaggio stanno a cuore.”

Un luogo e un momento, insomma, per ripensare il nostro rapporto con le parole, con il loro potere e le conseguenze nefaste dell’uso sconsiderato che sempre di più ne facciamo. Un richiamo a un senso di responsabilità collettiva culminato nella firma del Manifesto della Comunicazione non ostile, che ricorda l’importanza dell’ascolto e della condivisione in una comunicazione efficace.

L’ostilità verbale sui social

La giornata di sabato si è articolata in una serie di panel incentrati su temi specifici; in tutti, si è evidenziata l’esigenza di ripensare la virtualità della comunicazione digitale, leggendone meglio dinamiche e conseguenze. In quanto freelance, la nostra vita si svolge ormai dietro la tastiera di un PC; sul computer siamo quello che scriviamo, e l’estrema facilità con cui il virtuale anonimato della Rete ci porta a usare parole inadeguate (ostili, appunto), è sconcertante. Quando siamo sui social, tutto ci sembra personale, personalizzato e polarizzato. Alzi la mano chi non si è reso colpevole almeno una volta di un flame (io, ve lo dico, fino a qualche anno fa ero un’esperta, potevo condurre flame di settimane nutrendomi solo di bile autoprodotta e flauti del Mulino bianco) di una trollata sfuggita di mano, di cattiverie gratuite e pettegolezzi virtuali che poi sono sfociati nel reale.

La verità è che la combinazione dei due elementi che costituiscono la comunicazione via social (anonimato e scrittura) crea un corto circuito bizzarro: per via dell’anonimato siamo più portati all’impulsività comunicativa, ma il fatto di scrivere ci induce a ritenere le nostre opinioni più meditate di quanto non siano. Quindi non solo ci concediamo di essere feroci: ce lo concediamo perché ci abbiamo riflettuto, e abbiamo concluso di avere ragione.

Puntacazzismo endemico

Siamo insomma nel bel mezzo di un’epidemia di puntacazzismo endemico, limitato cioè ai meandri di Internet, che si esprime ed esercita con una virulenza che fuori dal contesto virtuale non sperimenterebbe mai. Ora, il puntacazzismo è una brutta malattia, e mentre ne cercavo una definizione in Rete sono incappata (INDOVINATE UN PO’) in una pagina di Facebook che si chiama appunto Internazionale Puntacazzista, che si presenta in questo modo: “Benvenuti, questa è una pagina per tutti quelli che amano la pignoleria fine a sé stessa, la pedanteria, la cavillosità, la puntigliosità oltre ogni limite, e sopra ogni cosa.

In un orizzonte quotidiano dove l’imbecillità si è fatta endemica, la superficialità è la nuova normalità, e dove gli idioti hanno trovato tutti gli strumenti tecnici necessari per riunirsi, darsi corda l’un l’altro e impestarti la timeline di sesquipedali inesattezze, terrificanti approssimazioni, abomini grammaticali, questa pagina vuole offrirsi come baluardo per restituirti fiducia nel genere umano, ed eventualmente per organizzare la resistenza a tutto ciò che è puttanata immonda.”

Insomma, una cosa studiata per benino, con un tono che sta tra Quelo e Adinolfi, che seppure scherzosa dà la dimensione del grado di purga a cui siamo arrivati (livello Seconda Crociata, direi).

Nessuno è immune, non facciamoci illusioni: se non l’Internazionale Puntacazzista, ad aggiudicarsi un nostro like sarà come minimo il gruppo “I vendicatori della virgola” o “Perché non state a casa se non sapete scrivere brutti animali”. Ci sono categorie particolarmente sensibili al contagio da puntacazzismo endemico, e senza alcun dubbio la nostra, ovvero quella dei traduttori (editoriali in particolar modo), è in cima alla lista.

Il puntacazzismo dei traduttori

Che noi traduttori sappiamo essere antipatici, soprattutto nei confronti di colleghi che sbagliano, si è già detto altrove; che abbiamo  la tendenza a prendere gli errori altrui come affronti personali (“Santo Dio la prossima volta che leggo un refuso faccio un macello MENO TUTTI”),  e che abbiamo difficoltà a ridere delle nostre stesse cantonate, è altrettanto risaputo. C’è da chiedersi perché, comunque.

Perché ci teniamo tanto a contare i refusi nel libro del collega X? Perché inauguriamo chat apposite per sbeffeggiare la dimenticanza altrui? Perché passiamo intere giornate a disquisire su un singolo termine, cercando di convincere i più che noi l’avremmo tradotto meglio, con più cura, più attenzione, più occhio al contesto? Perché anche i più pacifici, zen e bovini tra noi non resistono alla tentazione, almeno una volta, di buttare l’empatia alle ortiche e stracciare il Manifesto della Comunicazione non ostile che, vi ricordo, ci avverte che “il virtuale è reale” e “le parole hanno conseguenze”? Avendo me come unico esemplare da studiare, ed essendo un campione statisticamente irrilevante, vi dico: non lo so.

Forse è vero, come dice qualcuno, che noi traduttori siamo competitivi per natura e per via delle condizioni del mercato entro cui ci muoviamo, e che questo si riflette nel modo in cui consideriamo chi compete con noi per la stessa nicchia ecologica (“Vedila così, l’editoria è come ‘na pozza d’acqua nel Serengeti durante la stagione secca” mi ha detto una volta un amico. “Se c’arriva prima la zebra, te,  che sei ‘no gnu, nun bevi: quindi daje de spallate alle zebre”).

O forse è vero che il sacrosanto e utilissimo diritto alla critica, che è, come molti colleghi ricordano spesso, il passaggio obbligato per migliorarci e ottenere visibilità come categoria, quando lo esercitiamo sui social (o nelle chat, o nelle liste) a volte ci sfugge di mano. E sfuggendoci di mano diventa qualcos’altro, qualcosa di parecchio più pernicioso e incontrollabile, forse proprio per via della disempatizzazione indotta dallo strumento attraverso cui veicoliamo la critica. Insomma, ci ritroviamo all’interno di meccanismi che vorremo controllare e invece controllano noi, e ci scopriamo a ferire qualcuno senza nemmeno rendercene conto. (Del resto, Internet è giovane, per questo non sappiamo ancora usarlo bene: in Rete siamo come neopatentati con la Ferrari, come ha ricordato sabato mattina Vera Gheno, sociolinguista e responsabile del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca; e come i neopatentati faremmo bene ad andare piano e a tenere d’occhio la segnalestica stradale.)

E il rimedio?

Ma sta di fatto che succede, che ci ritroviamo spesso a fare i puntacazzisti, e che questo può creare cortocircuiti comunicativi, dispute senza senso, inutili sofferenze (“La ferita provocata da una parola non guarisce”, è il proverbio usato come slogan da Parole O_stili).

Che fare, dunque? Forse, come invitava a fare Bruno Mastroianni durante il panel di sabato, possiamo provare a imparare l’arte ancora poco conosciuta della “disputa felice”; ricordandoci che le parole sono ponti, che i luoghi virtuali ospitano però persone reali, e che si possono criticare le idee rispettando gli interlocutori. E magari, per i puntacazzisti che non sfociano mai nella crudeltà ma vogliono ancora MENARE TUTTI per un refuso, si potrebbe provare a non prendersi troppo sul serio, che male non fa mai.

Del resto, contro il puntacazzismo endemico un rimedio c’è: il virus positivo dello “scelgo le parole con cura perché le parole sono importanti” che ha cominciato a crescere questo weekend a Trieste. Si diffonde in fretta, può infettare tutti e, a Dio piacendo, colpirà anche noi e sarà incurabile.

 

 

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