La possibilità di lavorare con i clienti diretti è la croce e delizia del freelance. Il vantaggio innegabile del doverci procurare clienti è che (almeno potenzialmente) possiamo scegliere di lavorare con chi ci offre di più/ci sta simpatico/condivide la nostra convinzione che Dustin sia in assoluto il miglior personaggio di Stranger Things; all’atto pratico, però, quando troviamo un cliente decente tendiamo a tenercelo, perché a volte la continuità lavorativa conta di più che le passioncelle televisive condivise.

Cosa fare quando un rapporto che sembrava partito bene comincia a precipitare verso lo sfacelo senza motivi apparenti? È il dramma a cui cercheremo di trovare una soluzione con il doppioverso risponde di oggi.

Scrive Mariella:

Collaboro da una decina d’anni alla transcreation dei materiali promozionali per l’Italia di una grande multinazionale. Di recente la mia referente interna all’azienda è cambiata e una collaborazione che prima era sempre stata liscia come l’olio si è trasformata in un incubo: i pagamenti arrivano “a babbo morto”, specifiche e tempistiche dei progetti vengono modificate in corso d’opera, il mio lavoro è oggetto di continui appunti e sembra che non ci capiamo più. Non posso permettermi di liquidare un committente da cui deriva circa il sessanta per cento delle mie entrate, ma la situazione sta diventando insostenibile. Come comportarsi in casi del genere?

I clienti che fanno perdere il sonno e la pace sono purtroppo merce ben diffusa. Al peggio non c’è mai fine, e la casistica di committenti da incubo può essere davvero sterminata (se volete farvi un’idea e una risata, potreste cimentarvi con il test semiserio Qual è il tuo cliente from hell? che abbiamo realizzato qualche tempo fa), ma qui ci concentreremo sui tre macroprofili che si sono sovrapposti e mescolati nell’essere mitologico metà uomo metà testa di cacchio incontrato da Mariella. Vediamoli insieme:

Il “gratis et amore Dei”

Non importa quali accordi abbiate preso, cosa ci sia scritto sul contratto o sulla lettera d’incarico: per il cliente “gratis et amore Dei” il pagamento è un optional, e ogni scusa è buona per rimandarlo. Un suo sosia malvagio ha firmato a sua insaputa la ricevuta di ritorno della  vostra notula, la signora dell’amministrazione è scivolata su una buccia di banana e non ricorda più neanche il suo nome, sua nonna ha rimodernato il salotto con mobili di ultradesign e lui non ha più valuta disponibile né per questo mese né per i prossimi sei a venire, e comunque insieme alla fattura ci voleva la marca da bollo stampata in caratteri d’oro zecchino dalle poste elfiche di Babbo Natale e copia delle vostre analisi delle urine degli ultimi dodici mesi. Carta canta, è vero, e se le condizioni sono state messe nero su bianco quasi sicuramente finirete per avere ciò che vi spetta, ma ne vale la pena se poi quei soldi dovrete spenderli tutti in gastroenterologo per curarvi l’ulcera che vi è venuta nel frattempo?

Lo stalker

All’inizio vi vien quasi da pensare che potrete essere amici. In un mondo desolato di mail senza risposta, lui è sempre pronto a darvi un feedback, reattivo e tempestivo come un cane da punta. Poi inizia a cercarvi spesso, sempre più spesso, alle ore più improbabili, magari per chiedervi un “aiutino” su un’emergenza che guarda, ci metti pochissimo, è una roba da niente, a dire il vero se avesse il tempo lo farebbe anche lui direttamente, ma ahimé il cane ha appena ingoiato un calzino e deve portarlo di corsa dal veterinario. Piano piano le emergenze si moltiplicano, quel progetto top secret il cui bando scade a maggio sarebbe meglio venisse approntato proprio oggi, mentre siete alla recita di Natale di vostro figlio, così almeno c’è tutto il tempo di riguardarselo con calma e fare eventuali modifiche. Una, due, cento, mille modifiche, che vi manderanno di traverso tutti i canditi del panettone e la frutta secca del cenone.

L’affabulatore

Da quando avete a che fare con lui vi è venuto il dubbio di non capire più l’italiano. Fra di voi tutto è un fraintendimento perenne: tanto per cominciare ha una memoria da elefante (ma solo quando pare a lui) e vi citerà a menadito le esatte parole che a suo avviso avreste farfugliato rispondendogli al telefono alle sei di mattina del 24 settembre 2008, quando gli avete assicurato che il vostro bioritmo è e sarà sempre tarato sulle vostre notti brave di Trastevere fine anni Novanta, quando davate il meglio di voi fra le due e le quattro (che sia con gli shot di tequila o con la traduzione di una brochure poco cambia). E poi è più sgusciante di un serpente quando si tratta di segnalarvi che sì, ha detto che lo voleva arancione ma non intendeva proprio arancione, o di bocciare le vostre idee senza però spiegarvi proprio bene perché, a parte il “non so, non mi convince”…

Insomma, che sia la busta 1, la busta 2 o la busta 3, un cliente impazzito è una palla al piede (abbiamo detto palla al piede? Intendevamo… lasciamo perdere, siamo in fascia protetta). Ma come affrontarlo? Ve lo diciamo noi, o almeno ci proviamo.

  • La differenza fra “cliente pazzo” e “cliente impazzito”

Ne La storia fantastica, film capolavoro a cui noi di doppioverso siamo parecchio legate, uno spassosissimo Billy Cristal/Max dei Miracoli fa presente che c’è una grossa differenza fra quasi morto e tutto morto. “Uno quasi morto è ancora un tantino vivo, invece con uno tutto morto rimane una sola cosa da fare: rivoltargli le tasche e cercare gli spiccioli”. Con i clienti da incubo vale lo stesso discorso: per prima cosa provate a chiedervi se il committente con cui avete a che fare vi ha sempre fatto vedere i sorci verdi o se è impazzito all’improvviso. In questo caso, cercate di capire se lo scapocciamento può essere dipeso da voi: avete messo troppa carne al fuoco e avete finito per trascurare e prendere sottogamba una collaborazione che percepivate come consolidata (un po’ come il fidanzato storico che posso pure non depilarmi e mettermi la mutanda della nonna marrone, tanto gli piaccio comunque)? Se il cliente impazzito un tempo è stato un buon cliente, è probabile che sia ancora lì dentro da qualche parte, come il povero Will di Stranger Things prigioniero del Mostro Ombra: parlateci, cercate di stanarlo (non serve però che vi facciate arrostire…).

  • L’importanza dei paletti

La seconda fase richiede che stabiliate una comunicazione onesta su ciò che non siete più disposti a tollerare. Ovviamente questo implica:
a) che sappiate cosa siete disposti a tollerare e cosa no (es.: tollero che il cliente preferisca Mike a Dustin, ma non tollero che continui a cambiare scadenze ai nostri progetti);
b) che comunichiate in modo efficace quelle esigenze (e quindi che siate pronti a mettere per iscritto ogni accordo riguardante tempi, modi, compensi; a rimandare con garbo al mittente ogni richiesta di modificare unilateralmente accordi già presi; a dire NO a richieste folli o ingiuste);
c) che stabiliate con chiarezza, e comunichiate senza esitazioni, cosa farete se le vostre richieste non saranno rispettate (es.: “Mi dispiace, ma senza un contratto firmato non posso iniziare a lavorare”).

  • I paletti sono utili, ma i miracoli improbabili

Sul lavoro, come in amore, spesso la soluzione arriva solo guardandosi dritto nelle palle degli occhi. Sul lavoro, come in amore, spesso questo non succede.
Se nonostante i vostri sforzi di mantenere una comunicazione efficace, civile, corretta, vedete che non c’è luce alla fine del tunnel, dovrete prepararvi alla possibilità di una rottura definitiva. Magari vi eravate affezionati e ora vi dispiace rinunciare al cliente, magari non avete voglia di cercare qualcun altro che riempia il vuoto (anche economico), magari avete sperato fino all’ultimo che ci fosse una possibilità, ma come insegna Dustin con D’Artagnan certe volte un addio, per quanto difficile, è l’unica soluzione.

 

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