Ho di recente seguito un corso di traduzione editoriale, e ne sono contenta. Una cosa però non mi risulta ancora chiara. A un certo punto il docente ha parlato di voce autoriale, registro e stile del romanzo. E, se devo essere sincera, non sono riuscita a capire bene la differenza tra questi tre elementi. Lo stile e la voce autoriale non dovrebbero essere la stessa cosa? E il tono, invece, cos’è? E non solo non capisco la differenza: non capisco nemmeno cosa questi elementi comportino per noi traduttori editoriali, quindi se ci siano dritte specifiche per tradurli. Qualche consiglio?
Lucrezia

 

La differenza tra voce autoriale, registro e stile del romanzo è una di quelle cose tanto fondamentali quanto fumose. Sappiamo che tutte e tre sono importanti, e magari sappiamo anche (istintivamente, nel profondo del nostro cuoricino di traduttori) distinguere l’una dall’altra, ma a dover dare una definizione ci troviamo in grave difficoltà, tanto che per farlo andiamo a recuperare enormi tomi polverosi di critica letteraria che giacevano spiaggiati sotto il letto-contenitore di nostra madre dall’ultimo esame universitario (ogni riferimento ecc. ecc.).

Ma spulciare vecchi tomi polverosi è sempre utile, ed ecco ciò che ci hanno aiutato a capire:

So I dare you to let me be your, your one and only

Tendenzialmente per tono di voce e voce autoriale si intende la stessa cosa, quindi qui useremo “voce” intendendo anche “tono” (se qualcuno non è d’accordo con quest’assimilazione può mandare mail minatorie agli indirizzi di doppioverso, che si trovano agevolmente alla pagina “contatti”. Se qualcun altro invece è d’accordo e vuole comunque mandare qualcosa, può spedirmi un prosciutto a casa). La prima cosa da sapere sulla voce è che, esattamente come la voce vera e propria, ciascun (bravo) scrittore ha la sua: la voce è quella cosa che ci fa dire “di sicuro è Kundera” dopo aver letto tre righe di romanzo, perché in quel romanzo, nell’uso che l’autore fa di virgole, pause, parole chiave, vocabolario, noi, lettori svezzati quali siamo, “riconosciamo” Kundera.

La voce autoriale (o la sua assenza) determina il rilievo o il valore di un testo di narrativa (va da sé che gli Harmony prodotti in serie, in cui non c’è alcuna voce riconoscibile, sebbene siano succulenti in termini di trame torbide e passioncelle proibite non hanno un grande valore letterario) e determina soprattutto il modo in cui il lettore percepirà quel testo.

Un testo può infatti risultare seducente, autorevole, severo, intimo, e molto dipende, appunto, dalla voce, che è strettamente legata al modo in cui lo scrittore pensa, sente, ragiona, a ciò che emerge dal suo inconscio quando parte alla ricerca della “parola giusta” (ve le ricordate tutte le elucubrazioni di Kundera sul termine nostalgia nel bellissimo romanzo L’ignoranza, tradotto per Adelphi da Giorgio Pinotti?). La voce insomma rende possibile il dialogo tra lettore e autore: l’autore fa le sue scelte peculiari e il lettore è pronto a coglierle. L’autore libera le farfalle, il lettore prende il retino. Se uno dei due non fa bene il suo lavoro, il valore del testo, come le farfalle, si perde.

I like your style

Lo stile riguarda non tanto il singolo autore ma un certo genere letterario, la produzione artistica di un certo periodo storico, le tendenze di una data area geografica. Come dice Annamaria Testa in un bellissimo articolo in quattro parti che riflette proprio su questo tema, il termine “stile” sta a designare l’insieme dei tratti formali che caratterizzano il complesso delle opere prodotte in uno specifico periodo storico (e infatti noi parliamo di stile gotico o di stile neoclassico. Ma c’è anche lo stile anni ’70 dei pantaloni a zampa d’elefante. […]).

“Stile” indica, inoltre, l’insieme dei tratti espressivi che rimandano a un genere, non necessariamente letterario (per esempio: le garrule tendine a fiori in stile provenzale. Lo stile formale e quello informale nell’abbigliamento. L’eclettismo – cioè, la mescolanza degli stili – come scelta di stile).

Per chi scrive oggi, e dunque è immerso nella nostra epoca, la parola stile rimanda soprattutto al tipo, o al genere, di scrittura: ci sono uno stile giornalistico, uno stile tipico dei documenti amministrativo-burocratici, uno stile proprio della letteratura fantasy, o di quella gialla, che a sua volta distingue tra diversi sottogeneri identificanti per stile (pensate alla differenza tra i giallisti americani e quelli inglesi).

Lo stile dunque può influenzare (ma non determinare) la voce autoriale, come in quei casi in cui esista uno stile “di collana” a cui uniformarsi: basti pensare alle guide turistiche, pubblicazioni ibride che stanno tra il marketing e la saggistica divulgativa e che si propongono come prodotto riconoscibile e coerente per il lettore (idealmente gli editori che pubblicano guide non vogliono che i lettori comprino una delle loro guide, ma che comprino le loro guide a ogni nuovo viaggio) e in cui quindi lo stile riconoscibile del “brand” conta altrettanto, se non di più, della voce del singolo autore.

Di registri e di Fred Vargas

Semplificando al massimo una definizione che di suo è lunga, composita e articolata come una delle indagini di Adamsberg e Danglard, potremmo dire che il registro è il complesso di scelte relative a vocabolario, tonalità espressive e sintassi che un emittente (in questo caso lo scrittore) sceglie per esprimere il suo messaggio (ovvero il romanzo) nel modo più adatto per il suo target (il lettore). Insomma, il registro ci dice “come parla” il romanzo (e i suoi protagonisti e il narratore).

I registri all’interno di un testo di narrativa possono alternarsi, come accade nella vita di tutti i giorni. Un registro formale, che prevede sintassi elegante e lessico sobrio, ben calibrato, senza eccessi, può essere adatto a un colloquio di lavoro nella vita quotidiana e a riprodurre il parlato di un professore un po’ ingessato in un romanzo.

Un registro colloquiale o addirittura basso, che prevede sintassi semplificata e ricorso più o meno accentuato a espressioni gergali o dialettali, può essere perfetto quando io mi scambio messaggi con Chiara caratterizzati da DAJE ripetuti, e può servire a uno scrittore che scelga come voce narrante del suo romanzo un sedicenne sboccato. Ma appunto, come dicevamo non sono soltanto il lessico e la sintassi a contare nel registro: hanno un peso anche la lunghezza delle frasi, la punteggiatura, il respiro. E soprattutto chi parla, ovviamente: il nostro parlante è calmo? È alterato? È giovane? È colto? È intelligente? Eccetera, eccetera.

Vabbè, ma alla fine?

Sì, ma come si traducono tutte ‘ste robe? Difficile dirlo in un solo post, perché si tratta di una questione davvero delicata che deve tener conto di questa verità: tutto ciò che diciamo sottintende sempre una serie di concetti che non vengono esplicitati, e anche una sola parola può implicare una miriade di connotazioni diverse. A maggior ragione questo vale per gli scrittori, e per le scelte che quegli scrittori compiono in termini di registro, voce o stile.

Più che tradurre letteralmente, dunque, l’ideale sarebbe sempre arrivare a conoscere il testo che abbiamo davanti talmente bene (cogliendone le sfumature, intuendone quei guizzi mentali di cui dicevamo su, ricostruendo con quanta cura possibile il ragionamento che ha portato a quella scelta) da riuscire a entrargli sottopelle per sapere istintivamente quali parole potrebbe pronunciare l’autore se scrivesse in italiano, e come potrebbe dirle.

Parla come magni

Certo, ciascuno di questi problemi si risolve anche migliorandosi in generale come traduttori: per il registro, è fondamentale imparare a prestare attenzione al tipo di personaggio a cui stiamo dando voce, che si tratti in effetti di uno dei protagonisti o del narratore della storia: un bambino non parla come un professore, che a sua volta non parla come una casalinga né come un adolescente. E un adolescente povero non parla come uno ricco, e uno arrabbiato non parla come uno felice, uno degli anni Trenta non parla come uno del 2018. E così via, sempre più a fondo. Dovete diventare gli psicologi del vostro romanzo, se volete tradurre bene.

Il registro giusto si individua anche frequentando più registri linguistici possibili nella vita di tutti i giorni, ascoltando le conversazioni e lo slang dei ragazzini sull’autobus, alternando in TV i documentari alla tribuna politica e le puntate di Montalbano ai i film d’amore, o parlando con la vicina baronessa decaduta.

Che è poi ciò che ci aiuta con lo stile e con la capacità di riconoscere la voce autoriale: se è vero ad esempio che esiste uno stile del giallo americano (e anche lì in quanto a sottocategorie avoja a piagne! [n.d.a.: registro basso]) e uno del giallo inglese, se ci capita di tradurre un giallo inglese leggiamo decine di gialli inglesi. E già che ci siamo, leggiamo ogni genere, sempre: il cervello del traduttore accumula tutto, come una spugna, e se è ben nutrito rilascia le farfalle giuste quando è il momento.

E ricordiamoci infine che ciascuno di noi scrive con una sua peculiare miscela dei tre elementi che abbiamo analizzato, insomma che parla come magna: e a noi, come traduttori, spetta il compito (entusiasmante, che vi credete?) di far parlare il nostro autore non come magnamo noi, ma proprio come magna lui.

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