Qui su doppioverso, in genere, non pubblichiamo recensioni di libri. Siamo convinte che la lettura sia un’esperienza assolutamente privata, epidermica, e che ogni libro arrivi a risuonare nell’anima di ciascuno di noi toccando corde individuali e imponderabili, a seconda dell’indole, della fase della vita che si sta attraversando, e di mille altre variabili del tutto indecifrabili e personali. Di fatto, neanche quella che state per leggere è una recensione, ma due parole su Storie della buonanotte per bambine ribelli, uscito nei giorni scorsi per i tipi di Mondadori, mi sento di spenderle, perché gli facevo la posta da tempo immemorabile (ne avevo già parlato anche qui, citandolo nella mia wishlist di Natale) e perché nell’ultima settimana ne ho letto un po’ ovunque, dalle bacheche di Facebook agli articoli pubblicati online, opinioni contrastanti e tutte, nel bene e nel male, puntuali e fondate.

La storia di questa pubblicazione è ormai nota, ma ripercorriamola un attimo: Elena Favilli, giornalista e imprenditrice, e Francesca Cavallo, scrittrice e regista teatrale, decidono di fondare una start-up, Timbuktu Labs, per la creazione di prodotti innovativi rivolti a bambini di tutte le età. Insieme selezionano in un libro cento storie di donne vere, realmente esistite, “che nella loro vita hanno compiuto qualcosa di grande o hanno dovuto superare molti ostacoli, dovuti al lavoro che fanno, al colore della loro pelle o semplicemente al fatto stesso di essere nate donne: pittrici, scienziate, danzatrici, astronaute, del passato o del presente, da ogni parte del globo, da Frida Kahlo a Elisabetta I a Serena Williams”. La raccolta diventa oggetto di una campagna di crowdfunding su Kickstarter, in breve premiata da un’enorme risposta, e finalmente, a inizio marzo, esce anche l’edizione italiana, per Mondadori appunto (un successone, a pochi giorni dall’uscita è già in ristampa).

Insieme alle condivisioni social di mamme entusiaste, iniziano però a fioccare anche le critiche: è un prodotto eccessivamente patinato, la rosa di figure femminili selezionata è da una parte scontata e dall’altra opinabile (un modello la Thatcher? Ma quando mai?), l’impostazione riduttiva ed eccessivamente semplicistica. Tanto rumore per nulla, insomma? Non saprei, davvero. Tra quelli che si sono fiondati in libreria ad acquistarlo, come potete ben immaginare, ci sono anch’io. E confesso di essere rimasta leggermente spiazzata vedendo che ogni storia occupava solo una paginetta (da molti la formula è stata associata, probabilmente a ragione, a Wikipedia).

Detto ciò, le mie figlie – di sei e otto anni – l’hanno subito adorato: vanno a dormire che ce l’hanno ancora in mano ed è il loro primo pensiero la mattina al risveglio, se lo leggono a vicenda (soprattutto le date di nascita e di morte: il fatto che gente reale, magari ancora in vita, possa essere in un libro è forse il dato che più le ha sorprese), mi riempiono di domande, giocano a “Facciamo che io ero Jane Goodall e venivo in Tanzania e tu eri lo scimpanzé ferito?”.

Per questo, e ovviamente senza alcuna pretesa di esaustività né tantomeno di avere la verità in tasca, vorrei ribattere un paio di cose alle critiche che ho sentito – e letto – più sovente.

Critica 1: addirittura 19 euro? Francamente preferisco spenderli per altri libri. Liberissimi, ci mancherebbe, ma facciamoci un attimo due conti in tasca: davvero vi sembra uno scandalo che un libro cartonato, con cento illustrazioni a colori a pagina piena, realizzate da altrettanti illustratori diversi, costi 19 euro quando un Tea Stilton che ho qui (le mie figlie di recente hanno letto sia Il mago di Oz che Il giardino segreto che Tea Stilton che il Dr Seuss che questo, sono delle lettrici bulimiche come la madre, non hanno ancora un genere prediletto) e nel quale anche le mie bambine si divertono a scovare i refusi ha un prezzo di copertina di 15,80? Noi precari dell’editoria ci battiamo tanto sul tema dei compensi, del giusto valore da dare ai prodotti e ai mestieri dell’editoria, e poi?

Critica 2: al netto delle sbandierate finalità educative, è prevalentemente un’operazione di marketing. Forse su questo punto sono d’accordo anch’io. Ma immediatamente dopo averne convenuto mi chiedo: sì, embe’? Chi l’ha detto che la letteratura dev’essere solo ed esclusivamente una missione laica? Non è forse il cortocircuito su cui costantemente rischiamo di farci prendere in castagna, la gabbia dorata che ci siamo costruiti, che ci impedisce di renderci conto che anche noi, che lavoriamo con le parole, che veicoliamo “cultura”, siamo dei liberi professionisti, degli imprenditori, che il nostro è un mercato e come tale dobbiamo affrontarlo e, in alcuni casi, anche cavalcarlo? E il fatto che un’operazione partita con una campagna di crowdfunding sia riuscita a conquistare una popolarità tale da far scucire i cordoni della borsa anche al rullo compressore dell’editoria per eccellenza, Mondadori, a voi non sembra una storia bellissima, da cui trarre spunto e motivazione per le nostre piccole battaglie quotidiane?

Critica 3: la selezione di figure femminili rappresentata è banale, e a tratti discutibile. Sì, anch’io ci avrei visto bene Pina Bausch, o Sylvia Plath, così come Samantha Cristoforetti o Bebe Vio (tiè, volendo anche Madonna, per quel che mi riguarda), e potrei citarne altre migliaia. Tutti potremmo. Ma qui ce ne sono cento (CENTO), e in un mondo in cui per una bambina di otto anni è normale chiedere, vedendo Titanic, perché se il ragazzo è così bello hanno scelto lei più brutta e anche un po’ grassa (true story, ahimé), forse è già un inizio importante. Margaret Thatcher non è propriamente il modello di riferimento che mi auguro abbiano le mie figlie? Ovviamente non lo è. Ma credo che se vogliamo liberarci da una visione edulcorata della realtà e di noi stesse, una lezione importante sia anche quella dell’autodeterminazione: siamo libere, nella vita, di essere ciò che vogliamo, contro il parere di tutti. Anche delle stronze.

Critica 4: l’impianto delle storie è semplicistico e riduttivo. È vero, lo schema è ricorrente: una donna da qualche parte del mondo deve superare una difficoltà (di natura fisica, psicologica, materiale). Ci riesce quasi magicamente e senza travaglio alcuno, spesso grazie all’intervento di un’altra donna che le dice qualcosa di per sé banalissimo. A parte che è l’impianto narrativo tipico della fiaba, quindi uno schema che a dei bambini risulta riconoscibile e rassicurante;  ma volendo essere esatti è anche lo stesso che viene applicato nelle fiabe in versione Disney, e trovo sia un tentativo interessantissimo (riuscito o meno, ognuno lo stabilirà appunto sulla base della propria esperienza personale) di applicare questa formula standardizzata e “da principesse” a storie di personaggi reali. Detto ciò, credo che Storie della buonanotte per bambine ribelli vada utilizzato essenzialmente come una bussola, come punto di partenza: da solo giustamente non serve a molto, e alle mie figlie non lascerebbe forse nulla se non venisse integrato da quello che racconto io, a partire dalle curiosità e domande che innesca. Ma da quale libro per bambini possiamo veramente aspettarci che basti a se stesso, che educhi i nostri figli al posto nostro?

Da ultimo, vi lascio con una domanda, che faccio a voi ma in primo luogo a me: ho il timore che tutto il polverone scatenato da questo libro sia un po’ una cartina al tornasole di quanto in generale oggi siamo abituati a pretendere sempre troppo dai nostri bambini. Che siano bravi a scuola, che eccellano nelle attività, che abbiano una coscienza che noi non avevamo alla loro età (io poi… a otto anni guardavo gli Orsetti del Cuore e mi inventavo con le compagne di classe di averne trovato uno vivo, figuriamoci). Non possono semplicemente sfogliare le pagine di un libro e sognare ciò che vogliono, che sia un principe su un cavallo bianco o l’abbraccio di uno scimpanzé ferito nella giungla (o magari tutte e due queste cose insieme)?

Perché intrappolarli – e intrappolarci – all’interno di sterili compartimenti stagni? Le mie bambine adorano le principesse. Le adoro anch’io, a dirla tutta, e abbiamo già la prevendita per andare al cinema a vedere La bella e la bestia con Emma Watson, questo finesettimana. Rivendico la libertà per le mie figlie (e per me) di andare in giro con un bracciale con le borchie e gli stivali da biker e con il vestito di Belle. Fatelo anche voi. E se volete comprare Storie della buonanotte per farlo leggere ai vostri bambini compratelo. E se non volete, non fatelo. Sempre, in ogni momento, come prima cosa, fate ciò che vi pare: perché la libertà che tanto vogliamo insegnare passa anche, e prima di tutto, da lì.

 

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