Tempo d’estate, noi andiamo al mare, voi che fate…? Citazioni musicofile a parte, qui a doppioverso non si parte mai senza avere almeno un libro in valigia, e chi meglio del traduttore, instancabile levatrice che tra lacrime e sangue lo ha aiutato a vedere la luce, può elencare i motivi per cui vale la pena leggere un dato libro?  La nostra nuova rubrica “Found In Translation” accoglie i consigli di lettura di questi lettori d’eccellenza. E ne attende sempre di nuovi, quindi se qualcun altro tra di voi, colleghi traduttori, ha un libro di prossima uscita che lo ha particolarmente entusiasmato e di cui vorrebbe parlarci basta che ci scriva all’indirizzo barbara@doppioverso o chiara@doppioverso.com

Il traduttore, in virtù della natura un po’ latente e defilata di quel che fa, gode inevitabilmente di una prospettiva tutta sua sul libro. È un po’ come il suggeritore di uno spettacolo teatrale: guarda il mondo da una buca ed è consapevole della fatica e degli imprevisti del dietro le quinte, ma in un certo senso la sua è anche una posizione privilegiata, da insider, forte della profondità d’analisi data dall’incredulità.

Per questo, e per l’assidua frequentazione a cui è costretto con il libro in settimane/mesi di lavorazione costellati di dubbi, letture e riletture a nastro, revisioni eccetera, riesce a cogliere sfumature che spesso sfuggono a chiunque altro, un po’ come accade con un coinquilino di lunga data di cui sì, dopo un po’ sai che lascia la tazzina incrostata di caffè nel lavandino ma conosci anche gli slanci improvvisi di cui è capace nel momento del bisogno.

Questo nuovo spazio su doppioverso nasce per dare voce ai traduttori, appunto. Per accogliere spunti e suggerimenti a proposito di nuove uscite dalla viva voce dei nostri colleghi, affinché possano raccontarci di tanto in tanto vizi e virtù dei loro ultimi lavori: quel che in loro hanno amato, quel che in loro hanno odiato e – soprattutto – perché secondo loro vale la pena di leggerli.

Ecco a voi i primi quattro!

Dopo l’occupazione tedesca, Varsavia è una città annientata, dove dare un senso alla propria esistenza è un’impresa da eroi. Ed eroi sono i quattro amici scampati a una retata che vagano per le strade della capitale tra i fumi dell’alcol, capaci di trovare la bellezza nascosta tra gli edifici distrutti, nei cimiteri e nello strano legame che li unisce.

David Toscana, La città che il diavolo si portò via
gran vía edizioni 2015

Traduzione dallo spagnolo di Stefania Marinoni
Nata nel 1987, fino al 2011 ha vissuto nell’ignoranza, leggendo libri tradotti senza farsi troppe domande. Poi come ogni laureato/a in Filosofia è dovuta uscire dalla caverna ed eccola qui. Si definisce una traduttrice di testi creativi: dal marketing ai romanzi, dall’inglese e dallo spagnolo. Tra gli editori con cui collabora/ha collaborato ci sono Bompiani, Feltrinelli, Voland, gran vía.

Premessa 1: sono una traduttrice da “Buona la prima!”, o una soluzione mi viene subito oppure non mi verrà mai. Non si tratta di sciatteria né di fatalismo, semmai di un’insana presunzione che puntualmente svanisce 48 ore prima della consegna lasciandomi in preda all’ansia. Premessa 2: la frase precedente è composta da 26 parole, diciamo che sono un po’ prolissa. Ora, La città che il diavolo si portò via è fatto di capitoli brevissimi, di frasi minime, dove l’ironia è data dall’attenta e ponderata disposizione di ogni virgola… Insomma, come avrete capito era proprio un testo nelle mie corde!

Scherzi a parte, dopo la straziante esperienza con Hernán Ronsino e i suoi paragrafi di dieci pagine, tradurre un romanzo dalla prosa quasi teatrale è stata una boccata d’aria fresca che mi ha ricordato cosa vuol dire divertirsi (e impazzire!!) con filastrocche e giochi di parole. (Che poi mi chiedo sempre, in quelle 48 ore di ansia preconsegna: Farà ridere davvero o la capisco solo io?)

Ah, comunque non lasciatevi ingannare dalla filastrocca, non è un libro per bambini, tutt’altro: è un romanzo sulla Varsavia degli anni Quaranta, tra ghetto ebraico, vodka, macerie e occupazione sovietica. Si sa, i polacchi, con la Storia, sono sempre stati un po’ sfigati. E a proposito di Storia, eccovi l’immancabile dilemma traduttivo: quando ho scritto all’autore per dirgli che stavo traducendo il suo romanzo (quant’è bello poter scrivere all’autore??), lui mi detto di aver utilizzato l’espressione “los nazis” per adattarsi al pubblico messicano, mentre un polacco del tempo avrebbe detto sempre “los alemanes”, i tedeschi. E in Italia? Come pensi di fare?, mi ha chiesto. Ho subito pensato ai racconti del nonno: metto i tedeschi, non c’è dubbio. E il politically correct? E se un italo-crucco legge la mia traduzione e si offende? Allora dovrei sostituire anche sovietici con russi, ma i sovietici non erano solo russi. Stalin era georgiano, no? Frenetico giro di consultazioni con editrice-redattrice-revisorad’eccezione-una-e-trina, mia madre, assistente di mia madre tedesca – laurea in storia – ottima conoscenza lingua italiana, colleghi fidati, vecchi partigiani, varie ed eventuali. E poi, come sempre, ho fatto di testa mia. Cioè? Beh, leggetevi il libro!

Stefania Marinoni

Traduttrice ES>IT

L’età d’oro dell’editoria, e non solo di quella americana, ricostruita da uno dei suoi più grandi protagonisti. Richard Seaver si racconta con dovizia di dettagli, ma soprattutto racconta la fisionomia del suo lavoro come uomo di cultura, mediatore culturale e coraggioso imprenditore. Dagli studi in Francia alla fondazione della rivista Merlin al ritorno negli Stati Uniti dove fu editor in chief di Grove Press e in seguito di Viking Press, per poi seguire con devoto accanimento dal 1988 alla morte le sorti della sua Arcade Publishing.

Richard Seaver, La dolce luce del crepuscolo: Parigi-New York. L’età d’oro dell’editoria

Feltrinelli 2015

Traduzione dall’inglese di Anna Mioni
Traduce dall’inglese e dallo spagnolo dal 1997 (sessanta libri, tra cui Lester Bangs, Douglas Coupland, Tom McCarthy, Jon McGregor…). È tra i segnalati al Premio Monselice per la traduzione nel 2008 e 2009. Ha lavorato nelle redazioni di Franco Muzzio Editore, Arcana e Alet Edizioni. Insegna traduzione al Master Tradurre la Letteratura di Misano (RN) e alla SSML di Vicenza, e tiene seminari in aula e online. Nel 2012 ha aperto la sua agenzia letteraria, AC2 Literary Agency.

 

 

La parte più emozionante di questa esperienza è stato il fatto di tradurre l’autobiografia di un traduttore, con le sue varie riflessioni sul nostro mestiere e sull’editoria. Seaver è l’esempio di un professionista che era un ponte tra culture e nazioni, uno scout e uno sperimentatore, doti che nell’editoria odierna sono sempre più rare.

La prima sfida da affrontare nel tradurre il libro era il registro: un’autobiografia è una terra di mezzo tra il saggio e il romanzo, ma qui si tratta di una prosa godibilissima e di impianto quasi narrativo, non fosse che i fatti raccontati sono veri. Entrare nella voce ironica e variata del narratore non è stato difficile. È stato più arduo reperire le versioni italiane (fuori catalogo) delle varie citazioni di documenti o di opere presenti nel testo. Ovviamente era necessaria una certa cognizione di causa rispetto agli autori e alle opere di cui si parla, che per mia fortuna possedevo, grazie a studi e interessi pregressi.

Nel libro si aprono spiragli inediti sulla vita di Joyce, Beckett, Miller, Burroughs, Genet, Alexander Trocchi e del pittore e scultore Ellsworth Kelly. I francofili avranno a disposizione quadretti di vita parigina bohèmienne del dopoguerra, con i protagonisti della cultura angloamericana in trasferta.

Chi ha a cuore la libertà di espressione, invece, potrà seguire la battaglia coraggiosa contro la censura di autori come Miller e Burroughs condotta da Seaver negli Stati Uniti, facendo da apripista a sentenze che avrebbero condizionato tutto il mercato editoriale futuro.

Seaver rappresenta un’idea di editoria rivoluzionaria, pionieristica, scopritrice di talenti, amante del rischio, a cui guardare come un faro in questi tempi di eccessiva prudenza e ricerca di sicurezze.

Anna Mioni

Traduttrice EN>IT

Nella notte di Capodanno del 1956, una madre e un figlio sono costretti a separarsi da un destino imposto dal regime comunista ungherese. Le persecuzioni della dittatura – sfociate in due detenzioni – e i conflitti mondiali alle spalle spingono l’ormai ex aristocratica Judit Csernovics a inseguire la libertà fino in America. Ma il rovescio della medaglia è l’inevitabile distacco da Budapest e da suo figlio Miklós, intellettuale deciso a non abbandonare la patria in un momento tanto difficile.

Miklós Vajda, Ritratto di madre, in cornice americana

Voland 2015

Traduzione dall’ungherese di Andrea Rényi
Nata in una famiglia multietnica in Ungheria, da 42 anni risiede a Roma, dove si è anche laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Dopo aver insegnato lingue e lavorato come traduttrice e interprete a tempo pieno in una grande azienda romana, da 10 anni traduce narrativa e saggistica ungherese. L’indirizzo del suo blog personale è www.editdomjan.blogspot.com

 

“… in verità non è possibile ricevere altrove quello che non abbiamo avuto dalle nostre madri, e nemmeno ciò che abbiamo avuto.”

Confesso di prediligere la traduzione di quei libri ungheresi con i quali ho qualche legame personale. L’ambientazione in quartieri di Budapest a me familiari e cari, personaggi che avevo conosciuto di persona, che hanno contribuito alla mia formazione o che hanno influenzato la mia vita. In questo contesto ho avuto persino la fortuna di tradurre il mio romanzo preferito in seconda media. Per dirla in breve: la traduzione per me è anche rimpatrio, a volte gioioso e sentimentale, altre un’esperienza dolorosa. Ritratto di madre, in cornice americana fa parte di questa categoria di libri, perché offre il caleidoscopio di quella cinquantina di anni di Storia ungherese – dagli anni Venti del Novecento ai Settanta – che hanno trasformato radicalmente la vita della mia famiglia e di tutte le persone a me care nella madrepatria.

Miklós Vajda, affermato redattore e prolifico traduttore, ha scritto questo “romanzo di esordio” all’età di 78 anni (ora ne ha 84), dopo più di vent’anni dalla morte di sua madre, un cammeo delicato e toccante. Completamente azzerata ben due volte dai rovesci della Storia, la madre dell’autore, una donna insieme fragile e forte, dignitosa e molto umana, espatria nel 1956, dopo la sconfitta della rivolta, lasciando in Ungheria il figlio venticinquenne. Con il coraggio della disperazione questa donna sola e ormai di mezza età riesce a costruirsi una modesta ma finalmente tranquilla esistenza in America, che però rimarrà sempre soltanto una cornice, mai il quadro.

Grazie a Daniela Di Sora di Voland che ha creduto nella ricchezza di questo romanzo biografico e autobiografico, e alla sensibile revisione di Paolo Valoppi (credo sia arrivato il momento di far risaltare i meriti dei revisori, figure solitamente anonime), Ritratto di madre, in cornice americana oggi può entrare a far parte, a buon diritto, delle biblioteche italiane.

Andrea Rényi

Traduttrice HU>IT

Grazie a una borsa di studio, un bambino di dieci anni viene catapultato dalla provincia marocchina al Lycée français di Casablanca, dove si confronta con un mondo, una cultura, religione e abitudini completamente diverse. Il libro narra il suo primo anno in questa nuova realtà, un anno che lo cambierà per sempre.

Fouad Laroui, Un anno con i francesi

Del Vecchio Editore 2015

Traduzione dal francese di  Cristina Vezzaro
Vive e lavora a Torino. Dal 2005 traduce narrativa e poesia francese, tedesca e inglese per diverse case editrici. Ha pubblicato racconti in Italia (in Lingua Madre, Novel), mentre a Parigi sono uscite sue poesie (in The Bastille). Cura i blog Authors & Translators e Flash Fiction Italia. Attualmente sta imparando l’ungherese.

 

Quante volte vi è capitato di piangere all’ultima pagina, all’ultima riga di un libro? Un anno con i francesi mi ha commosso non solo la prima volta che l’ho letto, ma anche alla fine della prima stesura e persino dopo la rilettura finale. Perché è un libro che ti prende per mano, ti porta insieme al piccolo Mehdi in una realtà del tutto nuova e insieme a lui ti fa vivere situazioni tragicomiche che rivelano al tempo stesso la fragilità di ogni essere che si affaccia al mondo e lo spaesamento di chiunque si trovi, solo, a dover affrontare situazioni sconosciute di non facile lettura. Dal cibo alle feste religiose, dalle relazioni familiari alle abitudini casalinghe: la vita altrove è diversa, ed è con un misto di curiosità, timore, ammirazione e reticenza che il protagonista la scopre.

Nel processo di scoperta dell’altro, Mehdi inizia anche a intuire se stesso, a definirsi, a riconoscersi un’identità. Un anno con i francesi (finalista al Prix Goncourt) ricostruisce un’esperienza che ciascuno di noi prima o poi ha fatto, quel tentativo di interpretare e tradurre come meglio si può segnali, indizi, parole, situazioni, e lo fa con un tono leggero. È un libro che ha la capacità di far sentire molte emozioni: questo è forse il suo principale pregio.

Cristina Vezzaro

Traduttrice FR>IT

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