Il 2015, qui a doppioverso, era arrivato agli sgoccioli come sospeso su di una soffice nuvoletta rosa. Ci sembrava di essere lanciatissime sotto ogni punto di vista, che il domani fosse pieno di promesse che non avrebbero avuto bisogno di chissà quale grande aiuto per realizzarsi. Eravamo convinte che il futuro ci avrebbe riservato un progresso senza fine, che ogni pezzo dei nostri puzzle (umani, professionali, finanziari) si sarebbe sistemato al suo posto da solo. Ma il 2016, da bravo “anno bisesto, anno funesto” che si rispetti, è entrato in campo a gamba tesa, mettendoci faticosamente alla prova soprattutto sul piano personale.

Di freelance e di resilienza

Ora, noi di doppioverso – l’abbiamo ribadito più volte – siamo complementari e diverse che più diverse non si può nella maggior parte degli aspetti che ci caratterizzano, ma una cosa purtroppo ci accomuna: l’atteggiamento di fronte alle difficoltà. Quando stiamo male siamo più o meno come dei ventilatori accesi alla massima potenza e piazzati nel bel mezzo di un lago di melma: spariamo zozzerie a 360 gradi su tutto ciò che ci circonda, lasciando che la presa a male si riverberi su ogni aspetto dell’esistenza, autoalimentandosi e rimbalzando dall’ambito privato a quello professionale e viceversa.

Manchiamo insomma, almeno a livello di temperamento di base, di resilienza. Avete presente, no? La resilienza (termine abusato quant’altri mai, che va di moda adesso come dieci anni fa andava di moda parlare di intelligenza emotiva, e che pure indica una modalità di funzionamento da cui nessun freelance in crisi esistenziale può prescindere), è un termine mutuato dall’ingegneria, dove sta a indicare, come ci spiega Dio Wikipedia, la capacità di un materiale di assorbire l’energia derivante da un urto per sfruttarla riorganizzandosi in un processo di deformazione elastica. Da qui, in biologia è passata a definire la proprietà per cui un sistema vivente riesce ad autoripararsi dopo un danno e, traslando alla psicologia,  “la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.”

Non c’è bisogno che vi diciamo quanto questa mancanza, e la conseguente, compiaciuta tendenza all’abbrutimento indefinito possa essere perniciosa per un freelance, che non si può permettere di “lasciarsi andare giù, nel mare” come direbbe il mai dimenticato e grandemente sottovalutato genio della canzone d’autore Michele Zarrillo. Se cadete nel tranello dell’abbrutimento, tutto è finito: che la si abbia di natura o meno, la resilienza ci serve. Per vivere, ma soprattutto per lavorare (specialmente in queste giornate di pre-Salone del Libro, credeteci sulla parola).

Tutto molto vero, in teoria. Molto bello, molto incoraggiante. Ma quando poi nella melma ci sei, quando accusi tutto e il contrario di tutto, quando ti sembra che il problema sia la stanchezza accumulata, ma anche la primavera, ma anche la sfiga che ci mette sempre lo zampino, insomma quando sei al minimo storico, dove la trovi la voglia di fare quelle dieci cartelle? Come ti convinci a svegliarti alle sette e fare colazione e pilates e gettarti nella mischia dei freelance scoppiettanti quando non ti va nemmeno di lavarti la faccia? Se è vero che avere coraggio, come diceva Teddy Roosevelt, non è trovare la forza di andare avanti ma andare avanti anche quando non si ha la forza, allora, abbiamo dedotto qui a doppioverso dopo approfondite disamine della situazione, il mondo si aspetta da noi qualcosa di più di quanto possiamo dargli.

E quindi che si fa, direte voi? Eh, saperlo, diremo noi. Ma da queste settimane di inciampi e sforzi erculei forse qualcosa abbiamo imparato. Questo ad esempio: che quando una persona matura, alla soglia dei quarant’anni, ha bisogno di riallinearsi e tirarsi fuori dalle sabbie mobili, la cosa migliore da fare è spiaggiarsi sul divano con un barattolo di Nutella da un chilo, una copertina e una pila di DVD dei film che guardava quand’era bambina.

Una passioncella mai sopita

Sembra anti-intuitivo? Abbiate pazienza, vi spieghiamo tutto tra poco. Dovete sapere che noi, da brave figlie degli anni ’80, abbiamo ancora una passioncella bruciante per quei film avventuroso-fantasy che hanno glorificato (o piagato?) l’iperglicemico, iperdinamico, iperarrivista decennio della nostra infanzia. Se parliamo di pellicole del cuore Barbara ha una predilezione per i Goonies (non  a caso si vanta di avere una nonna tostissima che somiglia come una goccia d’acqua alla mamma della Banda Fratelli), Chiara considera Labyrinth il suo Vangelo personale, forse per via della presenza del Duca Bianco; fatto sta che propina il DVD alle sue bambine a intervalli regolari, incurante delle loro proteste.

Ma su un capolavoro assoluto della cinematografia mondiale per nerd letterari ci troviamo istintivamente d’accordo: La storia fantastica. Il film (e relativo romanzo ispiratore) ci piace perché è una commedia prestata al fantasy. Perché è una parodia del genere di cappa e spada, ma anche delle fiabe popolari, ma una parodia rispettosa, ammirata. Perché la sceneggiatura è stata scritta dallo stesso William Goldman che aveva scritto il libro (tradotto in Italia da Massimiliano Brioschi per Marcos y Marcos), e che è anche il soggettista di film come Il maratoneta e sceneggiatore di Tutti gli uomini del presidente e Misery non deve morire, mica l’ultimo degli scemi, e la regia è del Rob Reiner di Stand by me, altro capolavoro inarrivabile. Perché ogni volta che lo rivediamo esultiamo come ragazzini che lanciano popcorn allo schermo del cinema e piangiamo smocciolanti come due adolescenti appena lasciate dal fidanzato. E soprattutto, perché usandolo come tonico ci siamo rese conto di come in realtà La storia fantastica sia una perfetta storia di resilienza.

Ricapitoliamo brevemente la vicenda: un nonno borbottone (il tenente Colombo, partiamo già alla grande) cerca di staccare il nipote malaticcio dai videogiochi raccontandogli una favola. “Noooo, è un storia di baci?” chiede il ragazzino già scocciatissimo dopo un minuto dall’inizio, ma il nonno prosegue, imperterrito. Sa di avere in mano roba di valore. E insomma, la storia: Westley e Bottondoro sono due “poveri ma belli” che vivono in una fattoria in un regno lontano lontano, uniti da un amore vero e sincero, capace a detta di lui di superare qualsiasi avversità. Anche la sfiga? Sì. Infatti Westley parte in cerca di fortuna, ma nel corso dei suoi viaggi per mare incappa nel temibile pirata Roberts e viene dato per morto. Annientata dal dolore, Bottondoro accetta di sposare un principe mascalzonissimo, Humperdinck, che non la ama e anzi progetta di assassinarla per far cadere la colpa su un paese rivale facendo così scoppiare una guerra. Poco prima delle nozze Bottondoro viene rapita da tre briganti improbabili, sfigati e simpatici in egual misura: lo spadaccino spagnolo Iñigo Montoya, il gigante Fezzik e il siculo Vizzini. A salvarla arriva un misterioso cavaliere mascherato, che in un primo tempo pare essere proprio il malvagio Roberts ma poi svelerà la propria identità: è in realtà Westley, che aveva ereditato la nave e la ciurma dal famigerato pirata. Seguono varie vicende, gag esilaranti, divertimento formato famiglia: alla fine il principe riesce a recuperare Bottondoro e uccide Westley, che però tornerà in vita grazie all’intervento di Fezzik e Montoya, due bonaccioni fatti e finiti. I tre, alla fine, salvano la principessa e vivranno tutti felici e contenti. 

Quattro cose che possiamo imparare dalla Storia fantastica in termini di resilienza

Sono molte le lezioni che intere generazioni di ragazzini hanno tratto da questo film (“meglio leggere libri che giocare al Commodore 64”, “stai con tuo nonno finché c’è”, “quella del pirata è una carriera rispettabilissima”), ma quattro in particolare ci sembrano adatte al freelance in crisi esistenziale.

Per non cedere al demone del fancazzismo, per fermare la procrastinite acuta prima che diventi cronica, per non permettere che la vita vi lasci a lanciare schizzi in un lago di melma, ecco qualche pensierino positivo:

Se siete nelle sabbie mobili ricordatevi che più vi agitate più andate a fondo: quindi, quando siete in crisi, respirate, fate il minimo indispensabile e aspettate.

Nelle situazioni difficili è indispensabile usare la testa e mantenere il sangue freddo. È proprio non cedendo al panico che Westley riesce ad avere la meglio sulla forza bruta dei briganti o sull’ottusa malvagità del principe Humperdinck, ma anche su elementi naturali avversi come i pericoli della Palude del Fuoco.

Lo stesso vale per noi freelance. È facile, quando la vita intorno sembra andare in corto circuito, agitarci e cedere alla tentazione di far troppo, aspettarci l’impossibile da noi stessi, fare cose senza senso, reagire di pancia a qualunque stimolo. Ma è un atteggiamento che ci danneggia, perché, non avendo l’obbligo di rispondere a un capo che ci aspetta in ufficio alle nove, il nostro lavoro richiede una dose extra di disciplina e organizzazione. Molto meglio riconoscere che in quel momento siamo iper-reattivi, poco lucidi, concederci qualche giorno di pausa se proprio non riusciamo a domare il caos e attendere giornate migliori. Del resto, anche Bottondoro ha dovuto aspettare cinque anni per rivedere il suo amato.

Spesso la cosa che fa più paura è quella che ci fa crescere e ci mostra una versione migliore di noi stessi.

Il temibile pirata Roberts è il personaggio più temuto e odiato dai protagonisti del film (a torto, perché il vero farabutto è il principe), ma è sostanzialmente uno spauracchio. In realtà il pirata non esiste: quello di “temibile pirata Roberts” è un lavoro a contratto, per cui il titolo si passa di mano in mano quando il precedente impiegato va in pensione. Stavolta è toccato a Westley, ma lui stesso lo passerà poi a Montoya. Lavorando come valletto del Roberts precedente, Westley non solo ha imparato a fare il pirata: ma affrontando e introiettando le sue paure è cresciuto, e ha capito che a volte a far paura è la paura stessa.
Come a dire che quando tutto crolla, possiamo sempre sperare che la persona che uscirà vittoriosa dalla crisi non saremo noi, ma una versione di noi riveduta e corretta, tanto lontana da quelli che siamo oggi quanto un garzone di stalla è lontano da un pirata. Come avviare questo processo? Dimenticatevi per un po’ (un po’ significa quanto vi basta per star bene senza sentire il peso di un nuovo obbligo, possono anche essere tre minuti al giorno) di quel che siete e dovreste fare ed esplorate nuove possibilità. Se traducete testi turistici dal francese leggete poesie in spagnolo, se siete abituati a stare inchiodati alla scrivania fino alle cinque uscite alle tre per una corsetta, se non avete mai avuto il coraggio di mandare quella mail fatelo adesso: mostrare a voi stessi che riuscite a immaginarvi fuori dal pantano in cui vi trovate, che siete capaci di vedere una vita “dopo”, può avere una forza dirompente.

A volte dovete avere il coraggio di lanciarvi nel vuoto fidandovi delle vostre capacità e delle vostre risorse, non di quello che vi sembra di vedere all’esterno.

All’inizio del film, Wesley dice a Bottondoro che “nulla può ostacolare il vero amore”, quindi che lei dovrà avere sempre fiducia nel suo ritorno. Ha ragione, perché in effetti lui tornerà, e per la precisione tornerà dalla morte per ben due volte (se non è resilienza questa). Insomma, il successo si ottiene decidendo di fidarsi anche del minimo indizio che ci suggerisce che tutto andrà bene.
In questo senso vale la pena dedicarci ogni giorno a qualcosa che ci rinnova la fiducia nel futuro, anche lavorativo: mandare una mail, ripulire la scrivania, fare tre cartelle anziché dieci (ma almeno non sono zero). Un passo alla volta, si conquista anche la vetta più alta. E se può farlo il nonno-Colombo, che continua a raccontare fidandosi degli scarsissimi segni di apprezzamento del nipote e incantandolo man mano, possiamo anche farlo noi con noi stessi, facendoci il regalo di credere che qualunque cosa stia accadendo ne usciremo. Nonostante tutto.

Non dimenticate che quando tutto sarà passato, ci saranno nuove opportunità che vi aspettano.

Uno dei personaggi preferiti del film è da sempre, e per qualunque amante di questa pellicola, lo spadaccino Iñigo  Montoya. Sarà che di base Iñigo  è un simpatico guascone, sarà che la sua sete di vendetta, implacabile ma a suo modo molto nobile (cerca da sempre l’uomo che ha ucciso suo padre per sfidarlo a duello) ce lo rende molto umano, sarà che la fatidica e famosissima battuta che pronuncia quando finalmente si trova faccia a faccia con il suo avversario è rimasta leggendaria (“Hola. Mi nombre es Iñigo Montoya, tu hai ucciso mi padre… preparate a morir!”), ma anche a noi piace tantissimo. E ci piace tantissimo l’attore che lo interpreta, quel Mandy Patinkin dal sorriso obliquo e irriverente che è stato protagonista di tanta televisione dagli anni ’90 a oggi.
Patinkin racconta spesso nelle interviste che ogni giorno viene avvicinato da almeno due o tre estranei che gli recitano a memoria la frase ripetuta da Montoya durante il duello con Rugen, come se non si fosse mai liberato del tutto del vecchio personaggio. E invece se n’è liberato così bene che quando noi di doppioverso ci siamo accorte che l’attore è anche il protagonista di due serial per noi cult (è stato infatti Jason Gideon di Criminal Minds, da 11 stagioni telefilm del cuore di Barbara, ed è oggi il Saul Berenson di Homeland, amatissimo da Chiara) siamo rimaste senza parole.

Quindi, se avete dei conti in sospeso con la vita e state combattendo il vostro personalissimo duello, potrebbe aiutarvi pensare che, una volta chiusa questa battaglia, ci saranno per voi nuove opportunità, nuove porte da aprire, nuove vite da vivere. Che magari saranno anche meglio di ciò che oggi potete solo sognare. Insomma, se un Iñigo Montoya, spadaccino e figlio di spadaio, può diventare prima agente speciale e fondatore dell’Unità Analisi Comportamentale dell’FBI e poi pezzo grosso della CIA e mentore di Claire Danes, figuratevi voi dove potreste arrivare…

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