Torna l’appuntamento con Freelance Reloaded, la rubrica dedicata ai nostri colleghi che ce l’hanno fatta e si sono reinventati il mestiere di traduttore con progetti innovativi e originali: è con particolare piacere che oggi ospitiamo Marco Cevoli, esperto di localizzazione e attivo da anni come docente in corsi di formazione, ma non solo. Di recente l’infaticabile Marco, già autore dell’ebook Il traduttore insostituibile, miniera di consigli per una promozione vincente dei propri servizi di freelancing, si è lanciato in una nuova avventura pubblicando addirittura un romanzo, Uziversitari. Ma come fa a far tutto? Gli abbiamo chiesto anche questo: leggendo la seconda puntata di questa intervista, la prossima settimana, lo scoprirete anche voi.

Ci racconti un po’ di te, della strada che ti ha portato in Spagna, a fondare QABIRIA? Come hai deciso, da traduttore “smanettone”, di lanciarti in un’avventura imprenditoriale?

Innanzitutto devo dire che io non nasco come traduttore. Ho studiato Lingue e letterature straniere all’Università Cattolica di Brescia e poi un master in design e produzione multimedia a Barcellona (scelta dovuta a ragioni sentimentali). Il mio obiettivo era quello di diventare grafico o web designer in qualche studio creativo della capitale catalana. Invece, mentre frequentavo il master venni chiamato per un colloquio presso una multinazionale specializzata in documentazione tecnica. All’epoca avevo già un po’ di esperienza come traduttore freelance, maturata grazie a incarichi estemporanei sia in Spagna che in Italia. Tuttavia, questi quattro anni trascorsi in questa multinazionale rappresentarono un vero e proprio salto di qualità: infatti, dopo essere stato assunto come semplice revisore e project manager, a un certo punto mi affidarono l’intero reparto traduzioni, oltre a mandarmi in Brasile per circa un mese a risollevare le sorti della filiale di San Paolo. Poco tempo dopo, con una di queste inesplicabili manovre tipiche delle grosse aziende, mi licenziarono (senza giusta causa, va detto). In realtà il tempismo fu perfetto, perché già da tempo avevo in mente di mettermi in proprio. Quindi colsi l’occasione al volo per coinvolgere un paio di persone, fra cui Sergio Alasia (che era mio collega e che adesso è l’altra metà di Qabiria) e fondare insieme la società, che l’anno prossimo compirà 10 anni. In tutta onestà, ora come ora farei molta fatica a tornare indietro e a lavorare per qualcun altro e forse il piccolo, unico rimpianto è di non essermi lanciato prima come libero professionista. L’altra considerazione che faccio spesso con colleghi ed amici è che molto probabilmente se fossi rimasto in Italia non avrei mai avuto il coraggio di affrontare la burocrazia e gli ostacoli che quotidianamente affrontano gli imprenditori italiani, a cui riconosco un coraggio invidiabile.

Qual è secondo te il principale super potere che un “freelance reloaded” deve avere oggi, per riuscire ad aggiungere una dimensione in più alla propria professionalità?

Non credo che esistano superpoteri, né che ne servano. Ci vogliono serietà, dedizione, impegno, perseveranza e molta umiltà. Tutto sommato, le caratteristiche necessarie per avere successo in qualunque campo. Se dovessi sottolineare un aspetto, forse sceglierei l’umiltà, perché troppo spesso vedo professionisti con convinzioni ferree e inamovibili, incapaci di lasciarsi consigliare e di deviare dal cammino intrapreso. Un altro consiglio che mi sento di dare è quello di non lasciarsi paralizzare dall’eccesso di analisi: la teoria è importante, ma ancor più importante è “fare”. Si fa sempre in tempo a tornare indietro, correggere e ricominciare. Che è poi il concetto di “MVP” applicato da tante start-up: il Minimum Viable Product, il prodotto minimo funzionante da lanciare, magari non perfetto, ma che garantisce il massimo ritorno sugli investimenti rispetto al rischio che implica. Una volta lanciato, in base al feedback ricevuto, si migliora il prodotto e lo si lancia di nuovo, in un eterno circolo. Ecco, la nostra categoria, spesso così concentrata su questioni di lana caprina, dovrebbe guardare di più al modo di lavorare degli sviluppatori, ne avrebbe molto da imparare.

Traduttore e scrittore, un’evoluzione ovvia? O non è detto? Il fatto di essere un traduttore ti ha aiutato a scrivere un romanzo o quel ruolo ti è stato di ostacolo (perché magari ha alimentato ansie e paranoie sulla scelta delle parole)?

Parafrasando il noto detto sui professori di ginnastica, “chi sa scrivere scrive, chi non sa scrivere traduce e chi non sa tradurre traduce software”. Uziversitari, il romanzo che ho appena (auto)pubblicato più per gioco che per altro, quello è, un divertissement. È un progetto iniziato ai tempi dell’università, quindi all’epoca vagamente autobiografico, che è letteralmente rimasto in fondo a un cassetto, incompiuto, per oltre vent’anni. Un giorno ho ripreso in mano il faldone con le bozze e mi son detto: “non si lasciano le cose a metà”. E così l’ho concluso, con molti tentennamenti, ma anche con nuovo slancio e maggiore organizzazione, frutto senz’altro della nuova mentalità da imprenditore. Nel frattempo da romanzo contemporaneo è diventato romanzo storico ambientato negli anni Novanta… Le competenze acquisite come traduttore e revisore si sono rivelate utilissime per svolgere un editing accurato, ma oltre a questo si tratta di due esperienze molto distanti fra loro: da un lato c’è il mio lavoro, dall’altro questo, che è un hobby come un altro. Ho anche tentato con il modellismo, ma i risultati non erano altrettanto soddisfacenti.

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