Le fiabe sono alleate dell’utopia, non della conservazione. E perciò (…) noi le difendiamo: perché crediamo nel valore educativo dell’utopia, passaggio obbligato dall’accettazione passiva del mondo alla capacità di criticarlo, all’impegno per trasformarlo. (G. Rodari)

Da ragazzina io andavo a scuola a Monteverde vecchio. Frequentavo il Manara, storico liceo classico di sinistra, chiuso in una stradina alberata, via Bricci, che a tagliarla perpendicolarmente in avanti si arrivava al Gianicolo, e all’indietro a Villa Pamphili.

Monteverde era una specie di pianeta a parte, un’enclave esclusa dal resto del mondo, un’oasi nel centro di Roma. Un posto dove si respirava aria di mare, perché stava parecchio in alto (è il vantaggio della faccenda dei sette colli romani) e certi giorni d’estate un venticello salmastro arrivava fin dal litorale.

A Monteverde io ho vissuto tutte le cose che poi sarebbero diventate i miei ricordi più preziosi in assoluto: gli anni del liceo (e di Foscolo, mio grande amore adolescenziale), le amicizie che sarebbero durate una vita, le pizzette di sfoglia e la sacher più buone di Roma, i primi fidanzati, le panchine di Villa Sciarra, i pomeriggi con le chitarre e le camicie grunge in collinetta, i viaggi sul 75 o il 44 per raggiungere i locali di Trastevere, la libreria di quartiere dove ho iniziato a lavorare a 18 anni.

La libreria me la ricordo benissimo: si chiamava Libreria Gianicolo, ed era un angolo di mondo accogliente e caldo, tenuto in piedi con piglio deciso dagli instancabili fratelli Riondino: Alberto (l’inflessibile esperto di cancelleria, per cui valeva il principio di Teodoro Madureira – “un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto” –) e Annamaria (l’amante della letteratura che fumava Nazionali senza filtro e rideva di tutto).

Volevo molto bene ai fratelli Riondino, io. E con Annamaria passavamo interi pomeriggi a parlare di libri. Ci piacevano autori diversi, e ci scambiavamo impressioni e consigli: lei mi ha fatto conoscere Queneau, Amado, Seamus Heaney. Io ben poco, perché Annamaria sapeva già quasi tutto.

Ma una cosa in comune ce l’avevamo: l’incrollabile passione per Rodari. Che ritenevamo entrambe uno dei più grandi e sottovalutati autori del Novecento italiano. Rodari che aveva raccontato ai bambini come si fa la rivoluzione, spiegando loro che non servono pistole o fucili per cambiare il mondo, ma idee e buona volontà. Rodari che era vissuto tanti anni a Roma, proprio in quel quartiere, per quelle strade, bevendo il caffè negli stessi bar dove noi ci fermavamo in pausa pranzo. Rodari che aveva reinventato la fiaba popolare, rovesciandola e frantumandola e ricreandola nuova. Rodari che aveva lasciato una vedova bella e forte, che abitava in un appartamento in viale di Villa Pamphili, sullo stesso pianerottolo di una mia cara amica, e io quando andavo a trovare quell’amica mi fermavo sempre un minuto davanti a quella porta, in silenzio. In attesa.

Rodari che moriva 35 anni fa, il 14 aprile del 1980, ad appena sessant’anni. Rodari che scriveva racconti che spalancavano mondi, che si infilavano sottopelle, che non ti lasciavano più. Come uno dei miei preferiti, Il filobus n.75, che racconta di un miracolo primaverile piccolo e semplice, come piccoli e semplici (e però grandissimi) sono tutti i miracoli che accadono nelle storie di Rodari; un racconto che ha fatto in modo che sempre, nella mia vita, ciascuna delle innumerevoli volte in cui sono salita sul 75 (da adolescente, quando me ne andavo verso Trastevere con il peso del mondo sulle spalle; intorno ai vent’anni, quando tornavo dall’università dove avevo letto Glissant e Fanon; a 26, correndo a casa di mamma dal mio appartamentino da single sull’Appia; a 30, quando volavo a viale dei Quattro Venti per salutare una vita che non c’era più; adesso, quando vado a Roma e riabbraccio i vecchi amici al Gianicolo), mi ricordassi che la vita riserva sempre dei miracoli. Piccoli e semplici. E però grandissimi.

Una mattina il filobus numero 75, in partenza da Monteverde Vecchio per Piazza Fiume, invece di scendere verso Trastevere, prese per il Gianicolo, svoltò giù per l’Aurelia Antica e dopo pochi minuti correva tra i prati fuori Roma come una lepre in vacanza.

I viaggiatori, a quell’ora, erano quasi tutti impiegati, e leggevano il giornale, anche quelli che non lo avevano comperato, perché lo leggevano sulla spalla del vicino. Un signore, nel voltar pagina, alzò gli occhi un momento, guardò fuori e si mise a gridare:

“Fattorino, che succede? Tradimento, tradimento!”

Anche gli altri viaggiatori alzarono gli occhi dal giornale, e le proteste diventarono un coro tempestoso:

“Ma di qui si va a Civitavecchia!”

“Che fa il conducente?”

“E’ impazzito, legatelo!”

“Che razza di servizio!”

“Sono le nove meno dieci e alle nove in punto debbo essere in Tribunale, – gridò un avvocato, – se perdo il processo faccio causa all’azienda.”

Il fattorino e il conducente tentavano di respingere l’assalto, dichiarando che non ne sapevano nulla, che il filobus non ubbidiva più ai comandi e faceva di testa sua. Difatti in quel momento il filobus uscì addirittura di strada e andò a fermarsi sulle soglie di un boschetto fresco e profumato.

“Uh, i ciclamini” – esclamò una signora, tutta giuliva.

“E’ proprio il momento di pensare ai ciclamini” – ribatté l’avvocato.

“Non importa, – dichiarò la signora, – arriverò tardi al ministero, avrò una lavata di capo, ma tanto è lo stesso, e giacché ci sono mi voglio levare la voglia dei ciclamini. Saranno dieci anni che non ne colgo.”

Scese dal filobus, respirando a bocca spalancata l’aria di quello strano mattino, e si mise a fare un mazzetto di ciclamini.

Visto che il filobus non voleva saperne di ripartire, uno dopo l’altro i viaggiatori scesero a sgranchirsi le gambe o a fumare una sigaretta e intanto il loro malumore scompariva come la nebbia al sole. Uno coglieva una margherita e se la infilava all’occhiello, l’altro scopriva una fragola acerba e gridava:

“L’ho trovata io. Ora ci metto il mio biglietto, e quando è matura la vengo a cogliere, e guai se non la trovo.”

Difatti levò dal portafogli un biglietto da visita, lo infilò in uno stecchino e piantò lo stecchino accanto alla fragola. Sul biglietto c’era scritto: – Dottor Giulio Bollati.

Due impiegati del ministero dell’Istruzione appallottolarono i loro giornali e cominciarono una partita di calcio. E ogni volta che davano un calcio alla palla gridavano: “Al diavolo!”

Insomma, non parevano più gli stessi impiegati che un momento prima volevano linciare i tranvieri. Questi, poi, si erano divisi una pagnottella col ripieno di frittata e facevano un picnic sull’erba.

“Attenzione!” – gridò ad un tratto l’avvocato.

Il filobus, con uno scossone, stava ripartendo tutto solo, al piccolo trotto. Fecero appena in tempo a saltar su, e l’ultima fu la signora dei ciclamini che protestava: – Eh, ma allora non vale. Avevo appena cominciato a divertirmi.

“Che ora abbiamo fatto?” – domandò qualcuno.

“Uh, chissà che tardi.”

E tutti si guardarono il polso. Sorpresa: gli orologi segnavano ancora le nove meno dieci. Si vede che per tutto il tempo della piccola scampagnata le lancette non avevano camminato. Era stato tempo regalato, un piccolo extra, come quando si compra una scatola di sapone in polvere e dentro c’è un giocattolo.

“Ma non può essere!” – si meravigliava la signora dei ciclamini, mentre il filobus rientrava nel suo percorso e si gettava giù per via Dandolo.

Si meravigliavano tutti. E sì che avevano il giornale sotto gli occhi, e in cima al giornale la data era scritta ben chiara: 21 marzo. Il primo giorno di primavera tutto è possibile.

(Tratto da “Favole al telefono” – Edizioni Einaudi)

Credits: La foto del post è stata scattata dal nostro amico e collega Andrea Spila, in una delle sue passeggiate mattutine a Villa Pamphili che in noi povere expat suscitano somma e bonaria invidia.

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