(Disclaimer: potrebbe sembrarvi che questo post parli di voi o di qualcuno che conoscete, ma come spesso accade, parla in realtà di chi l’ha scritto.)

C’è una cosa che di sicuro vi sarà capitata frequentando dei freelance o peggio ancora dei traduttori (editoriali in primis): gironzolando per le loro bacheche di Facebook, almeno una volta, ma forse anche due, ma magari anche tre, vi sarà capitato di leggere: “e pure stanotte ho lavorato fino alle quattro (quattro punti esclamativi)”, o “l’ennesima notte insonne ma finalmente ho consegnato (smiley smiley faccina con le Zzzz faccina triste)”, o qualunque lieve variante di queste affermazioni.

A me capita spessissimo, ad esempio, quando l’algoritmo di FB mi ripropone i miei ricordi degli anni passati (grazie, Zuck, perché mi ricordi che facevo una vita da cani anche nel 2013, sei sempre un amico). E più guardo quei post, più mi sembra che ci sia, in quelle confessioni, un certo autocompiacimento. Come se lavorare anche di notte fosse di per sé un traguardo. Come se farlo ci rendesse migliori, più affidabili, più performanti di chi invece di notte, banalmente, dorme (o fa l’amore o coccola il gatto o legge romanzi di Salman Rushdie, insomma fa cose più utili che macinare cartelle). Come se ci fosse qualcosa di nobile, in fondo, nel non toccare il cuscino per settimane, se non fugacemente e rigorosamente sognando il romanzo che stiamo traducendo.

Il cammino neocatecumenale

Perché, mi chiedo, siamo diventati così? Quand’è che ci siamo trasformati in neocatecumenali della cultura, per cui solo la sofferenza autoinflitta, possibilmente fine a se stessa, ci avvicina al Dio della Letteratura o al Nostro Signore della Gloria Sempiterna Senza Scopo Reale Stachanov? Perché ci coroniamo il capo di spine letterarie e/o linguistiche, e poi mostriamo al mondo le stimmate, convinti di meritarci pure un applauso? Da quand’è che lavorare di notte è diventato una cosa da fighi che reinventano il concetto di resilienza invece di essere quello che è, cioè la condanna dello sfigato che ha un lavoro più sfigato di lui?

Perché diciamoci la verità, se lavoriamo sforando regolarmente le canoniche 7-8 ore al giorno e le 40 a settimana, qualcosa che non funziona c’è.

A meno che non sia una scelta (magari l’atmosfera notturna ci piace, ci si addice, e lavoriamo in una soffitta parigina con una candela accesa e il fantasma di una fanciulla dai capelli preraffaeliti a farci compagnia, e in quel caso, oh, buon per noi), e a meno che non si sia assunti come DJ nelle discoteche, di solito si arriva a lavorare di notte per due ragioni fondamentali:

  • Il primo caso è quello dei disorganizzati. Che cincischiano durante il giorno, perdono tempo su Facebook e YouTube e alle nove di sera si rendono conto di non aver fatto quello che avrebbero dovuto. Ergo, alle tre sono ancora davanti al computer, lavorando in sostanza di notte anziché di giorno. In questo caso si tratta appunto di disorganizzazione, che per un freelance è tipo la kryptonite per Superman, quindi non c’è da vantarsene, ahimè.
  • Il secondo caso è quello di chi lavora di notte per guadagnare abbastanza. I suoi committenti lo pagano poco, quindi per mantenersi deve aumentare il numero di ore lavorative, lavorando dunque sia di giorno che di notte. È una condizione molto triste, e purtroppo molto comune. Ma di nuovo, perché farne una medaglia? Non è bello, non è giusto, non è sano. Forse siamo costretti a vivere così. Ma non c’è niente di romantico nella consapevolezza di trovarsi all’interno di un sistema malsano di sfruttamento, niente di cui essere orgogliosi.

Ora, lungi da me fare la maestrina e dirvi come dovete comportarvi, come dovete lavorare e quanto e come dovete scriverne sui social. Come dicevo, è più che altro a me (alla me del 2013 che Zuck si ostina a ripropormi, quella stupida che continua a ripetere che “finalmente quest’anno andrò in vacanza!” e poi non ci va mai perché le piace la gloria del lavorare sempre, lavorare di più) che mi rivolgo. Però, però.

Non vi sembra, se vi guardate dentro con un po’ di spirito critico, se fissate senza aspettative nel sacro vuoto della buddhità che ogni essere umano porta nell’animo, che un po’ ci caschiamo tutti, in questa trappola della gloria del sacrificio? È vero, il nostro è un lavoro che amiamo, che ci appassiona, che ci dà molte soddisfazioni, e che richiede tempo, dedizione, studio costante, ed è vero, a volte tutto questo ci piace dirlo. Ci piace ribadirlo. Ci piace che gli altri lo sappiano.

Il bello della vita da freelance

Il nostro non è, e non può essere, un mestiere “dalle 9 alle 5”, che possiamo accantonare fino al giorno dopo una volta chiuso Word (o InDesign, o Trados). È un mestiere che ci infesta, come fanno gli spiriti nelle case inglesi, che ci viene a tirare i capelli di notte per suggerirci una parola, un giro di frase che funziona bene, meglio almeno di quello che avevamo scelto all’inizio, e che quindi ci costringe ad aprire gli occhi all’alba per appuntarlo. È anche un mestiere adrenalinico, perché ci costringe a migliorarci costantemente, ci mette alla prova, ci mantiene all’erta, ci obbliga a sfidare i nostri limiti e superarli. Ed è  un mestiere che richiede di dominare la sacra arte del compromesso e della resa, sia nel suo svolgimento quotidiano, sia nell’organizzazione della vita: è capitato a me, capiterà a tutti, di organizzare una gita per il ponte del 2 giugno, o magari invece di avere un calendario pienissimo e che allora, proprio allora, arrivi un’offerta che non si può rifiutare, con tanto di testa di cavallo mozzata (metaforica) (spero) (che ne so, mica li conosco i vostri committenti) (Oddio, ma che gente frequentate??) sul letto.

E in quel caso sì, allora si fanno le ore piccole, si chiede aiuto alla babysitter e si giura alla moglie che ci faremo perdonare per quella gita saltata. Ci sta, tutto questo, in questo mestiere come in quello di ogni freelance, lo so benissimo. Quello che non so più, che non capisco più, è perché finora non sia riuscita a vederlo come un problema, e l’abbia trattato come una medaglia delle Giovani Marmotte che il Gran Mogol mi avesse appuntato personalmente sul petto, e di cui quindi, da brava Quo quale sono, andavo molto, molto, molto fiera.

Qualcosa non va (ammettiamolo)

Non sono riuscita a vedere che fare le ore piccole per il puro gusto di dire di fare le ore piccole mi rende anche meno produttiva, meno efficace, meno felice di fare quel lavoro che tanto mi piace (e questo è il nocciolo di tutto: è solo qui, in una riga volante alla fine, ma è il nocciolo di tutto). Senza lo spazio creativo dell’ozio, senza il respiro calmo del riposo, senza la rigenerazione della creatività, d’altronde, non diventiamo soldatini più efficienti, ma traduttori peggiori: essere bravi nella nostra professione significa anche imparare a lavorare bene quando lavoriamo e a non lavorare quando non dovremmo lavorare.

Lavorare di notte non è figo e non ci rende persone migliori. A volte ci capiterà di farlo comunque, d’accordo: ma che non sia un comportamento da imitare dovremmo riconoscerlo tutti, o almeno tutti quelli di noi che sono abbastanza maturi da riconoscere che spingere troppo sull’acceleratore non può essere una soluzione produttiva sul lungo periodo: è biologicamente impossibile.

E se poi la notte lavorate perché siete insonni e non sapete come occupare il tempo, fatevi un favore: leggete L’ozio come stile di vita, del gaudente, dandy a bon viveur inglese Tom Hodgkinson (trad. Carla Capararo). Mi ringrazierete.

E magari, alla fine, vi ritroverete in un cottage sperduto nella campagna inglese ad allevare pecore. Ma va bene comunque: se non altro c’è di buono che, a differenza delle traduzioni, le pecore, di notte, dormono.

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