Qui a doppioverso crediamo fermamente che il futuro della categoria dei traduttori dipenda almeno in parte dai traduttori stessi. Siamo convinte che far circolare informazioni, scambiarci opinioni, chiedere aiuto siano tutti ottimi sistemi per aspirare a diventare, non tanto come singoli quanto in senso collettivo, più forti, meglio remunerati e più felici.

Royalties a sei mani

In quest’ottica di scambio abbiamo deciso, questa settimana, di collaborare con Stefania Marinoni, e con l’interessante testata che ospita la sua rubrica settimanale su traduzione e dintorni, Senzaudio, affrontando “a sei mani” un tema che sta molto a cuore a noi ma anche ai colleghi traduttori editoriali in genere: le royalties. E l’opportunità, remota ma a quanto pare non impossibile, di vedere questa forma di pagamento (che consiste, per chi non lo sapesse, nel percepire una percentuale sul prezzo delle copie vendute per i testi che abbiamo tradotto in regime di diritto d’autore) affiancarsi a quella standard riservata in Italia a noi traduttori editoriali, ovvero il compenso a cartella.

Nel suo pezzo per Senzaudio Stefania si è occupata di fotografare la situazione nel nostro paese: numeri, percentuali, proposte, risposte a dubbi frequenti. Se vi interessa l’argomento, partite da lì per farvi un’idea generale ma sufficientemente approfondita.

“Ma dimmi qualcosa di te…”

Noi di doppioverso abbiamo preferito affrontare la questione da un diverso punto di vista: abbiamo intervistato alcuni colleghi, chiedendo di raccontarci le loro esperienze con le case editrici a cui avessero proposto questa forma di compenso aggiuntivo, e abbiamo usato le loro risposte per delineare alcune tendenze di massima. Abbiamo scelto di non riportare nomi e dettagli (sia dei colleghi sia delle CE coinvolte) non solo e non tanto per una questione di privacy, quanto perché vorremmo immaginare queste storie come le storie di tutti noi. E perché riteniamo che questo nostro tentativo di gettare luce dove non ce n’è possa risultare più utile se si configura non tanto come un’accusa fine a se stessa ma come uno spunto (e uno spazio) per cercare soluzioni che funzionino, insieme.

Come prima cosa abbiamo osservato che il pagamento delle royalties a fianco del compenso a cartella rimane pratica quasi sconosciuta nell’editoria italiana; e che solitamente, quando  ha luogo, è su richiesta del traduttore (ci sono casi in cui le royalties sono l’unica forma di compenso offerto, ma si tratta di proposte così mortificanti che ci auguriamo nessun collega sia disposto a prenderle in considerazione).
In genere si parla di cifre che variano dall’1,5% al 3,5% per copia (un singolo caso di royalties al 10% è stato attribuito a “inesperienza dell’editore”, e vale forse la pena tener presente che un autore percepisce dal 6 al 15%, a volte anche di più); in alcuni casi il pagamento era previsto fin da subito, in altri, più frequenti, l’editore accettava di corrispondere le royalties solo oltre una certa soglia di vendite. In un unico caso ci è stato riferito di una casa editrice che ha voluto che il compenso fosse da considerarsi anticipo (come per gli scrittori), per cui le royalties avrebbero cominciato a essere versate solo quando la percentuale sul numero di copie avesse coperto il compenso.

Molta strada da fare

La quasi totalità dei colleghi intervistati ha fotografato una realtà abbastanza scoraggiante: prima di essere accontentati molti si sono visti rifiutare la richiesta più volte, con toni sprezzanti, derisori o scandalizzati; oppure, dopo un primo successo e un primo contratto con royalties, quando è giunto il momento di firmare un secondo contratto l’editore si è tirato indietro, ripristinando il vecchio pagamento a cartella senza offrire spiegazioni o aprirsi a contrattazioni; a qualcuno è stato lapidariamente risposto che la pratica del versamento delle royalties “non è prevista dalla policy aziendale”; in linea di massima comunque, ci è sembrato che una qualche possibilità in più l’abbia offerta il fatto che sia stato il traduttore a proporre il libro per cui chiedeva anche le royalties. Almeno una collega, infatti, è riuscita a far leva sul suo ruolo di scout per vincere le resistenze del committente.

Ma perché succede questo? C’è davvero così tanto da perdere a concedere un 3% sul prezzo di copertina al traduttore? Una delle intervistate pone la questione in questi termini: “Mi sembra a volte che gli editori abbiano paura (per pigrizia? Per vera e propria mancanza di volontà?) di aprire questo vaso di Pandora, paura che, una volta concesse le royalties a un traduttore, vadano poi concesse a tutti, e che non resti abbastanza margine per loro. Il che, con vendite come quelle di certi bestseller, sembra una preoccupazione superflua…”

Invisibili nostro malgrado (di nuovo)

Osservazione interessante, sulla quale ci siamo soffermate a lungo anche al momento di stilare l’intervista: se i timori degli editori sono comprensibili (anche se non giustificabili) che ne è dei timori dei traduttori? Se il libro che traduciamo diventa un bestseller e noi non percepiamo royalties, l’unico a guadagnarci è l’editore: eppure di questa incongruenza, per non dire proprio ingiustizia, nessuno sembra preoccuparsi. La situazione, a quanto pare, non cambia nemmeno se il libro da noi tradotto diventa un film, un videogioco, un caso editoriale…
Abbiamo dunque chiesto se a qualcuno fosse capitato di tradurre un libro (col solo compenso a cartella) che poi avesse venduto un gran numero di copie. Sì, a quanto pare, e non così di rado (del resto i bestseller qualcuno li tradurrà pure, no?). Qualcuno ha commentato che coi soldi che avrebbe guadagnato se avesse ricevuto “anche solo l’1%” avrebbe potuto comprarsi “almeno un’utilitaria”. Quando abbiamo domandato se questo avesse fornito un’“arma” in più nelle negoziazioni successive, o se l’editore avesse dato segno di voler in qualche modo riconoscere (ovviamente non solo in termini di merito, ma economici) il contributo del traduttore a quel successo di vendite, quasi tutti hanno risposto di no. Ci sono stati casi di compensi leggermente ritoccati verso l’alto, a volte addirittura su proposta dell’editore, ma si è trattato di episodi sporadici, e in ogni caso nessuno ha ricevuto un pagamento una tantum che coprisse parte delle royalties a posteriori né un aumento della tariffa a cartella che potesse dirsi significativo (tra gli esempi riportati c’era anche una saga da cui è stato tratto un film, seppure non di grande successo).
Addirittura, alcuni editori si sono spinti oltre nelle loro richieste non retribuite, cavalcando il successo del libro e chiedendo al traduttore lavoretti “extra” (dalla stesura di una sinossi per la cartella stampa alle interviste, dall’interpretariato per l’autore straniero in visita in Italia alla quarta di copertina) senza alcuna ulteriore retribuzione.

… e quindi?

Infine, abbiamo chiesto quali azioni sarebbe il caso di intraprendere, più come categoria che come singoli, per provare a cambiare una situazione stagnante che non ha uguali nel resto d’Europa. Le risposte si sono dimostrate interessanti, utili (per questo ne riportiamo alcuni stralci) e piuttosto varie, anche se siamo riuscite a individuare alcuni filoni ricorrenti.

Un primo filone è quello di chi ha sottolineato l’importanza di aumentare la visibilità del traduttore anche presso il pubblico dei lettori per avere una maggiore forza contrattuale di fronte al committente: “… Si potrebbe cominciare coinvolgendo magari i lettori, rendendoli più consapevoli del fatto che una buona traduzione fa oggettivamente la differenza. E da lì partire per provare a chiedere maggiori riconoscimenti economici alle case editrici; è un percorso forse più lungo e tortuoso, ma in questo, di sicuro, forum e social ci possono aiutare: basta vedere quanto scalpore ha creato online la questione di Hodor.”

Qualcuno osserva che chiedere le royalties portando a esempio la situazione di altri paesi (e farlo sempre, possibilmente farlo tutti) potrebbe indurre gli editori a invertire senso di marcia: “Un’ulteriore idea potrebbe essere provare a chiedere di più tutti quanti con gli editori, portare gli esempi virtuosi dei colleghi europei… Chissà, se fossimo sempre di più a chiedere, magari alla lunga più editori cederebbero e pian piano diventerebbe sempre più normale anche concedere le royalties.”

Bisognerebbe insomma riappropriarci, non solo nominalmente ma legalmente ed economicamente, del nostro ruolo di autori a tutti gli effetti, per rivendicare il diritto di essere pagati appunto come autori: “Una possibilità potrebbe essere insistere sul fatto (…) che la legge sul diritto d’autore considera la traduzione letteraria un’opera dell’ingegno e il traduttore un autore, dunque evidenziare la sfasatura e la contraddizione che esiste nel considerare automatiche o comunque normali le royalties per gli autori e non per i traduttori. Siamo autori di un libro scritto in un’altra lingua e da noi riscritto nella nostra.”

Tutti sembrano essere d’accordo sul fatto che la battaglia sulle royalties non si vincerà sul breve periodo, ma che è indispensabile cominciare a combatterla il prima possibile, nell’interesse di noi stessi ma anche della categoria: “I libri per cui ho percepito royalties hanno venduto talmente poco che – se dovessi giudicare dal guadagno – mi converrebbe usare l’energia spesa per averle per ottenere un aumento del compenso, invece. Ma continuerò a chiederle, perché penso che sia giusto e mi sembra importante creare precedenti utili anche per i colleghi. E poi il bestseller può sempre capitare…”

Nessun traduttore è un’isola

In definitiva quel che è uscito da questa serie di interviste è soprattutto la grande consapevolezza che da soli non riusciremo mai a ottenere molto, ma che insieme potremmo fare la differenza. Una collega ha sottolineato infatti l’importanza di aiutare gli aspiranti traduttori editoriali a farsi un’idea chiara e precisa della situazione lavorativa in Italia e della responsabilità del singolo: “Mi sembra che la cosa più utile che i traduttori possano fare per ottenere risultati in quest’ambito sia educare i colleghi a capire un contratto, a sapere come funzionano i diritti d’autore e la loro rendicontazione e pagamento.”

Insomma, traduttori editoriali come I tre moschettieri, “Uno per tutti e tutti per uno”? Chissà. Sta di fatto che muoversi insieme in una direzione più positiva è faticoso ma indispensabile. Se tra qualche anno chiederete le royalties e vi verranno concesse, e se poi con i soldi guadagnati potrete comprare una nuova utilitaria, pensate che il vostro acquisto è stato reso possibile anche da chi ha provato a sfidare lo status quo prima di voi, e quell’utilitaria, invece, non l’ha mai vista.

Credits: La foto del post è di OFTO ed è protetta da licenza Creative Commons.

 

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