L’altro giorno – era il 23 aprile, la Giornata Mondiale del Libro – io e Barbara, come da programma, abbiamo fatto un giro a Piazza Palazzo di Città, a Torino, perché era in corso la manifestazione Portici di Carta per Sant Jordi: compravi un libro e in cambio ti regalavano una rosa, in omaggio a una tradizione catalana che risale ben al Diciottesimo secolo. Con noi c’erano anche le bimbebombe, un po’ perché altrimenti non avrei saputo dove parcheggiarle e un po’ perché in generale quando succede qualcosa che ha a che fare con i libri tendo immancabilmente a portarle: mi piace che a quattro e sei anni abbiano già familiarità con i libri, che come me amino toccarli, maneggiarli, sfogliarli, che abbiano ben presente quello che faccio e lo rispettino (con più cognizione di causa, tanto per dirne una, rispetto ai miei genitori e ai miei suoceri).

E con noi c’era anche Leonardo Marcello Pignataro, un nostro amico che è un altro traduttore formidabile ma soprattutto una persona di una dolcezza e di una simpatia disarmanti, e che per l’occasione ha regalato a Emma e Alice una raccolta di favole classiche riscritte da Tolstoj, che lui – Leo – ha tradotto (per inciso: pare – e questa è una cosa che molti sanno – che il grande scrittore russo a un certo punto della sua vita sia stato colto da una profonda crisi spirituale, ma non tutti sanno che per riprendersene si rifugiò nello studio dei classici, in una sorta di ricerca dell’equilibrio e dell’armonia perduti. In questo contesto rientra la sua operazione di raccolta e rielaborazione di testi per l’infanzia, confluiti nell’Abbecedario per il popolo, a proposito del quale  scrisse “In esso ho messo più fatica e amore che in tutto quello che ho fatto e so bene che questo è l’unico lavoro importante della mia vita”. L’autore di Guerra e Pace, non so se rendo: io la trovo una storia pazzesca).

leo_emma

Leo, Emma e il leone

Comunque, vi dicevo delle favole: ne hanno lette un paio insieme, mentre eravamo seduti al tavolino di un bar in attesa del gelato, e loro sono rimaste fulminate, erano fomentatissime. La sera a casa hanno aspettato il padre davanti alla porta, con il libro in mano: “Questo ce l’ha regalato un amico di mamma, l’ha tradotto lui. Perché lo sai che era scritto in RUSSO?!”

Quell’eccitazione – e quella scena tenerissima di Leonardo che legge insieme a Emma, teste vicine, tracciando le righe con la punta dell’indice – mi ha fatto tornare in mente un articolo di Benjamin Paloff  che ho letto tempo fa a proposito del mestiere del traduttore e che credo di aver rimbalzato anche sui social di doppioverso – qui, se avete tempo e modo, potete gustarvelo nella versione originale inglese (è lunghissimo, ve lo dico).

In estrema sintesi, è una specie di elenco di tutti i motivi – parecchi, invero – per cui il tradurre sarebbe in realtà un’arte superiore, al punto da infondere al proprio prodotto un valore aggiunto rispetto all’originale. E questo a dispetto del fatto che per molti sia un passaggio, nella creazione di un libro, invisibile, scontato e non considerato. La traduzione – spiega Paloff – è “tutt’intorno a noi”, in ogni istante di ogni nostra singola giornata: di fatto è l’attività fondamentale che tiene insieme il mondo e lo rende comprensibile. E una delle cose da cui dipende questa sua  superiorità è la capacità di garantire l’accesso a contenuti che in sua assenza ci sarebbero interdetti. Il fatto che si possa leggere una traduzione anche senza conoscerne la lingua di partenza può sembrare ovvio, ma è un aspetto da non trascurare, perché se questa forma di mediazione non esistesse, una fetta enorme della letteratura mondiale resterebbe fuori dalla nostra esperienza di singoli lettori. Quindi, di fatto, non esisterebbe.

E qui arriva il colpo, tanto più schiacciante quanto più elementare:

Molto probabilmente senza traduttori non sareste mai stati in grado di  leggere quello che è diventato il vostro libro preferito.

Nel mio caso, per dire, è verissimo, dal momento che il mio libro in assoluto del cuore, quello che mi ha sconvolta e strappato letteralmente le viscere quando l’ho letto, che risfoglio nei momenti bui come forma di catarsi, un po’ per farmi male ancora di più e un po’ perché dopo avermi precipitata all’Inferno mi fa rivedere la luce, è Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf (tradotto da Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo).

E ce ne sono molti altri, di libri che non avrei mai conosciuto non fosse stato per l’esistenza di quel santo e vituperato mestiere che poi è lo stesso che si dà il caso faccia anch’io (o almeno ci provi). Così tanti – io del resto conosco e leggo solo l’inglese – che ho pensato di stilare una mia personale classifica. Ovviamente non è in ordine di gradimento, non sarebbe stato possibile e del resto io funziono troppo di pancia, sono una lettrice “sensoriale”, è tutta una questione di pelle per me, nella lettura così come nella vita.

Quindi ve li sparo così, in ordine alfabetico e con il nome dei relativi traduttori italiani che devo ringraziare, perché è con la loro voce che mi hanno parlato. Questi e non altri, e infatti in alcuni casi si tratta di edizioni tascabili, magari di traduzioni “superate”, per usare un termine che personalmente odio: perché sì, è vero, le traduzioni invecchiano, dopo un po’ vanno riviste, ma questo non significa buttare quelle che sono venute prima, rinnegarle (non è che solo perché la nonna ha la casa fuori moda le buttiamo il comò che le hanno regalato al matrimonio e le ricompriamo tutto di design, giusto? Sarà sempre la casa che ci ha visti crescere). Ah… per chi stesse già alzando il ditino a segnalare l’omissione: no, le case editrici non le ho indicate APPOSTA, per una volta facciamo al contrario di quel che capita di solito, ok?

A Sud del confine, a Ovest del sole – Murakami Haruki
(Mimma De Petra dal giapponese)

Che tu sia per me il coltello – David Grossman
(Alessandra Shomroni dall’ebraico)

Delitto e castigo – Fëdor Michajlovič Dostoevski
(Giorgio Kraiski dal russo)

L’amore ai tempi del colera – Gabriel García Márquez
(Angelo Morino dallo spagnolo)

La casa degli spiriti – Isabel Allende
(Angelo Morino – Sonia Piloto di Castri dallo spagnolo)

La scatola nera – Amos Oz
(Elena Loewenthal dall’ebraico)

Le affinità elettive – Johann Wolfgang von Goethe
(Ada Vigliani dal tedesco)

Memoriale del convento – José Saramago
(Rita Desti – Carmen M. Radulet dal portoghese)

Trilogia della città di K. – Ágota Kristóf
(Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo dal francese)

Viaggio al termine della notte – Louis-Ferdinand Céline
(Ernesto Ferrero dal francese)

E voi? Che titoli aggiungereste?

Credits: La foto del post è di Bianca de Blok ed è protetta da licenza Creative Commons.

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