È un periodo di lavoro matto e disperatissimo qui a doppioverso, e si sa, il lavoro matto e disperatissimo porta spesso con sé un che di stanchezza e malmostosità. È per questo che ci ha fatto particolarmente piacere ricevere un’inaspettata sorpresa, una di quelle che ti fanno sorridere e ti svoltano la giornata come ritrovarsi al liceo un bigliettino d’amore anonimo incastrato nello specchietto del motorino (non che ci sia mai capitato eh, noi due eravamo le “strane” della classe, ma sarebbe stato bello…): siamo state nominate al Liebster Award, e per di più due volte, da due blog di colleghi che stimiamo moltissimo.

Linguaenauti, di Eleonora Cadelli, ci affascina con il suo approccio innovativo perché tratta di aspetti linguistici (tema particolarmente caro a chi come noi due si occupa di editoriale) oltre che di traduzione, e ci fa sognare con le sue cronache di traduzioni audiovisive (la specializzazione di Eleonora) che spesso riguardano serie e programmi TV di cui noi, spettatrici compulsive, siamo ghiotte. Parolabis (aka  Silvia Cancedda, Veronica Cesarco, Gabriella Tindiglia e Tina Sposato) è un positivo esempio di collaborazione tra professioniste del nostro settore e con i suoi post asciutti e utili ci ha dato in passato più di una dritta su traduzione, freelancing e dintorni. Grazie infinite, ragazze, partecipiamo al contest con vero piacere!

Dunque, prima di tutto, cos’è il LIEBSTER AWARD? È un  “premio virtuale nato nel 2011 e riguarda il mondo dei blog. Viene conferito da blogger ad altri blogger considerati meritevoli per il lavoro svolto. Non si vincono soldi o cose del genere, bensì qualcosa di altrettanto prezioso: si guadagna e si offre visibilità in un clima di supporto reciproco ed espressione di stima.”

Come bisogna procedere una volta che si è stati nominati?

  • ringraziare chi ci ha nominato e linkare il suo/loro blog;
  • rispondere alle domande che ci sono state rivolte;
  • nominare a nostra volta altrettanti blogger e rivolgere loro le nostre domande;
  • comunicare agli interessati che sono stati nominati.

 

Le nostre risposte

Visto che le due nomination ci sono arrivate pressoché contemporaneamente, abbiamo risposto alle domande di entrambi blog, che trovate qui di seguito:

Perché avete iniziato a scrivere un blog?

Potremmo rispondere, come spesso facciamo, che abbiamo iniziato a scrivere per una questione di visibilità. Nessuna delle due aveva una sua presenza online, nemmeno un sito vetrina, e abbiamo deciso di farci forza a vicenda creando un qualcosa che poi ha finito per prendere gradualmente forma a sé. Il blog in origine doveva essere un corollario, ma poi ha preso il sopravvento grazie agli scambi con i nostri colleghi e aspiranti tali. Un’altra ragione, non meno vera: eravamo entrambe orfane di Splinder (l’Atlandide della blogosfera poi ahinoi travolta e affondata dallo tsunami social) e in parte cercavamo una nuova valvola di sfogo su cui riversare la nostra tipica logorrea romana (con un approccio però questa volta pratico e non ombelicale come un tempo).

Meglio carta e penna o non potete più vivere senza computer?

Un traduttore editoriale non può prescindere da carta e penna! Ovviamente i ritmi di lavoro ci impongono oggi un maggiore ricorso agli strumenti informatici (sempre siano lodati) e non si può certo immaginare che ce ne stiamo lì a vergare le nostre prime stesure con penna d’oca e calamaio, ma spesso e volentieri, almeno per quanto ci riguarda, è sulla carta che fissiamo appunti ed epifanie improvvise rispetto a termini che magari proprio non ci venivano.

Qual è la lingua che ti fa sentire a casa, ovunque tu sia? La lingua del cuore e quella che avete sempre voluto imparare ma ancora non avete imparato.

La nostra lingua del cuore, la nostra lingua “amica”, è ovviamente l’inglese, quella con cui lavoriamo e che frequentiamo fin da adolescenti perché permea entrambi i nostri immaginari di riferimento, in realtà assai diversi e complementari: per Barbara cottage immersi nella brughiera e sorelle Brontë (o il Maine tutto fari e coste aspre di Jessica Fletcher, dipende), per Chiara i deliri punk-rock di musicisti maledetti o di nerd impasticcati. Una lingua che avremmo sempre voluto imparare? Per Chiara il russo (tutto di quell’area la affascina), per Barbara il ceco. Anzi, a dire il vero l’ha studiato, per un po’, all’università, anche se adesso sa dire solo “birra”, “sedia”, “oca arrosto”. Forse è per questo che anche il ceco, o le lingue slave in genere, la fanno sentire a casa. E forse è per questo che l’Europa centrorientale è un po’ il suo secondo luogo dell’anima.

Che consigli dareste a chi sta per avviare la vostra stessa professione?

Ricordatevi che non siete soli, e che molto spesso i colleghi possono rivelarsi una risorsa e un trampolino da cui spiccare il volo, non un ostacolo. Siate consapevoli del vostro valore e del fatto che la traduzione non è una “missione laica”, e come tale va pagata e pagata il giusto: siete prima di tutto imprenditori e professionisti, non vergognatevi di farlo notare. Continuate sempre ad aggiornarvi e coltivate la curiosità di scoprire approcci e idee nuove: nessuna carriera può andare molto avanti, se resta incancrenita e chiusa in se stessa.

Pensate che farete sempre lo stesso lavoro? O avete altre passioni che potreste trasformare un giorno in una professione, un sogno nel cassetto non ancora realizzato? Se non facessi il tuo mestiere, cos’altro ti sarebbe piaciuto fare?

Chiara ha già fatto, oltre alla traduttrice editoriale, molti altri lavori: ufficio stampa, PR, redattrice di riviste e programmi televisivi di divulgazione, organizzatrice di eventi, web content manager. Alla fine di tutto, dietro tutto, come in un gigantesco e rotondo giro di giostra, c’era sempre la traduzione editoriale, e un po’ dopo più di quindici anni si è convinta che sia il suo, quello che la fa sentire più a suo agio, che la fa svegliare ogni mattina contenta di farlo. Adora però respirare e annusare i libri, li ama proprio in quanto oggetti fisici, perciò le sarebbe piaciuto moltissimo anche fare la bibliotecaria.

Barbara viene da un passato altrettanto variegato in cui ha vestito i panni di libraia, organizzatrice di viaggi di turismo responsabile, progettista e formatrice per un’associazione pacifista, responsabile dei diritti in una casa editrice. Tutte queste cose le piacevano, e un po’ le mancano. I libri, i viaggi e la cultura sono insomma i paletti attorno ai quali si è costruita presente e futuro, la cuccia calda a cui le piace tornare. Però è anche un’amante delle rivoluzioni e le piacciono la calma atavica e la serenità del mare: quando si sente stanca o il computer si impalla, minaccia di scapparsene su un’isola a fare l’insegnante di yoga o di pilates. Hai visto mai, magari, in futuro…

Al termine di una dura giornata di impegni e lavoro, qual è l’attività che ti fa sospirare “finalmente”?

Per Chiara guardare la televisione avvolta nella copertina di pile abbracciata alle sue due bimbe e, di lì a poco, schiantarsi a letto a dormire (si sta proprio facendo vecchia, non c’è niente da fare…).

Al momento Barbara fa yoga, poi una doccia, beve un bicchiere di vino, legge un po’. Non è tanto la sequenza di gesti in sé – che infatti cambia ciclicamente – a tranquillizzarla: è il rituale, perché dell’importanza dei rituali per i traduttori o i freelance (specie di quei rituali che comunicano al cervello che “Ok, la giornata lavorativa è finita”) potremmo parlare per ore.

Attualmente qual è il sogno che non ti fa dormire?

Chiara ha sempre tradotto giornalismo e saggistica, ma il suo sogno sarebbe cimentarsi con la narrativa. Attenzione, però, non un romanzo in genere: due anni fa ha letto un libro che le è piaciuto da matti, The Last Illusion di Porochista Khakpour. Simpaticamente ribattezzato tra noi di doppioverso “l’uomo uccello”, è la sua “traduzione nel cassetto” e sogna un giorno di diventare una traduttrice così accreditata e apprezzata che un editore X la chiami e le offra di tradurlo.

Barbara vorrebbe andare in ferie. Sul serio. Fare un viaggio di un mese, o due, o tre, in un paese lontano, assaggiando specialità locali, spulciando tra vecchie librerie, sedendosi a guardare il mondo che passa. Negli ultimi quattro anni ha corso come una forsennata, e lavorativamente è abbastanza soddisfatta: traduce libri divertenti (come i fotografici Lonely Planet), qualche occasionale romanzo, e con la collaborazione di Chiara e di Sabrina, di STL, adesso è immersa anche in un mondo di formazione ed eventi, che trova entrambi entusiasmanti (ok, forse la formazione, il contatto coi giovani colleghi, è anche più entusiasmante degli eventi). Insomma, quando la sera poggia la testa sul cuscino, tutto quello che sogna è un cottage inglese. O un faro nel Maine. Per riposarsi, fare yoga, scoprire cosa vuole diventare nei prossimi quattro anni (e scrivere un romanzetto rosa! Giusto: un inutile, delizioso romanzetto rosa).

 

Le nostre nomination 

Last but not least, le nostre nomination:

Federica Aceto: Federica è per noi un po’ la Sai Baba della traduzione editoriale, la ammiriamo tantissimo perché oltre a essere una traduttrice formidabile è anche una persona dalla profonda carica umana. I post del suo blog – su cui ci piacerebbe scrivesse di più – sono sempre di una lucidità chirurgica, pregna della consapevolezza di chi non dà nulla per scontato e non dimentica le difficoltà e i dilemmi propri di chiunque faccia il nostro mestiere, sia veterano che agli inizi.

Le parole degli altri: Eva Filoramo e Valeria Lucia Gili sono due valenti giovani traduttrici di testi scientifici divulgativi. Il loro blog, inaugurato da poco, ci piace per l’approccio innovativo e consapevole ai temi del freelancing e della traduzione di non fiction, e secondo noi è da tenere assolutamente d’occhio, perché riserverà molte sorprese in futuro.

Non possiamo non citare Valeria Aliperta con il suo The Stylish Freelancer: la cadenza di pubblicazione risente un po’ dei mille impegni di Val e ultimamente i post hanno virato molto sull’aspetto travel e lifestyle, ma proprio per questo ci piace per il suo approccio coraggioso, che punta a conciliare due mondi all’apparenza opposti, la traduzione (o interpretazione) e l’estetica. Immagine curatissima, attenzione maniacale alla grafica e alla scelta dei colori, costellazione social altrettanto gradevole: come abbiamo già avuto modo di osservare in altre sedi, quello di Valeria non è un blog, è un brand, e che piaccia o meno l’approccio un po’ glamour che ha cercato di dare alla sua professione, è innegabile che il suo modo di leggere se stessa è originale e spavaldo.

Allontanandoci dal settore traduzione, nominiamo una “grande”: Francesca Marano, capitano tra l’altro della corazzata C+B. Una miniera di spunti su blogging, freelancing e web content management, che spaziano dai fondamentali tecnici per “dummies” ai segreti di una proficua organizzazione del lavoro. L’abbiamo vista inoltre intervenire in qualità di relatrice a svariati eventi, e anche in quella veste è formidabile: ci ha “aperto la mente” su un nuovo modo di concepire la nostra professione, non più da semplici esecutrici bensì da padrone del proprio destino.

Infine, una delle nostre preferite della blogosfera, Zelda was a writer. Zelda è brava in tutto: a scrivere, fotografare, raccontare. Ogni dettaglio nel suo sito è curato, pulito, accattivante. Il suo blog ci piace senza limitazioni, ma più di ogni altra cosa ci piace la sua creatura del cuore, il Bookeater Club: si tratta di un club di lettura aperto a chiunque voglia partecipare, sul modello anglosassone, che prevede un incontro al mese (e anche piccoli gadget, creazioni curiose, segnali di riconoscimento tra anime affini, ovviamente made in Zelda). Possono aderire appassionati o semplici curiosi, e si può intervenire per dire qualcosa sul libro del mese o anche solo per stare in un angoletto e ascoltare.

Per loro, di seguito le nostre domande:

  • Come hai deciso di aprire il blog?
  • Qual è il tuo post secondo te più riuscito? E quello che forse avresti potuto evitare di scrivere?
  • Qual è il tuo maggior pregio e il tuo peggior difetto, dal punto di vista lavorativo?
  • Dicci la maggiore soddisfazione lavorativa che hai avuto finora e la delusione peggiore.
  • Cosa diresti alla te stessa che ancora non aveva intrapreso la professione che stai facendo oggi, per convincerla a non mollare?
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