You’re heeeeeeeere, there’s nooooothing I feeeeeeear…

E insomma, il grande Leo ce l’ha fatta. Domenica notte, diciannove anni dopo Titanic, Leonardo DiCaprio è finalmente riuscito a salire su quell’asse di legno in mezzo al mare – perché dai, lo sapevamo tutti che in fondo ci sarebbero stati larghissimi anche in due, Jack e Rose – e si è aggiudicato l’agognata statuetta degli Academy Awards.

Ma che diciamo agognata, agognatissima: quella di quest’anno per The Revenant era la sua sesta nomination all’Oscar. DiCaprio è stato candidato tre volte come miglior attore protagonista, una come miglior attore non protagonista e una come produttore: non aveva mai vinto, e negli anni questo suo arrivare sempre a un passo dalla consacrazione senza mai raggiungerla era diventato una specie di tormentone globale, che aveva innescato un dilagare virale sul Web (e non solo) di meme, battute, frizzi e lazzi vari, non ultimo quello infilato a gamba tesa (involontaria?) dalla regia stessa della cerimonia degli Oscar, che mentre lui saliva sul palco mandava in sovraimpressione la scritta “He’ll never let go, Jack: Leonardo DiCaprio wins first Oscar”.

Insomma è stato un momento bellissimo: Leo si avvicina al podio, mentre l’amica di sempre Rose/Kate Winslet applaude come una forsennata e lo guarda con gli occhioni a cuore, e pronuncia un discorso di ringraziamento sentito e coraggioso, in cui apprezza tutti, ama tutti, si congratula con tutti e ci chiede di non dare per scontato il pianeta in cui viviamo, come lui non ha dato per scontata questa serata. Che uomo.

Mai lasciarsi spaventare da una strada in salita

Anche noi di doppioverso ci siamo commosse un po’, a dirvi la verità. Un po’ tanto. E sapete perché? Sì, ok, un po’ perché Leo è uno ammirevole, un mastino. Nonostante tutto, non ha mai mollato. Anche senza mai acchiappare l’ambito riconoscimento in tutti questi anni ha continuato a lavorare a testa bassa, a girare un film dopo l’altro, a regalarci interpretazioni di qualità.

Poi perché Leo è uno che si è fatto da solo, dal niente: figlio di un autore di fumetti e di una segretaria che si sono separati quando lui aveva appena un anno, ha affrontato senza impazienza e senza scorciatoie la trafila di eventi che lo hanno portato al meritato successo di domenica notte.

E poi perché per tutto il tempo, in tutto questo suo andare dritto per la sua strada senza mai avere una caduta di stile, Leo ha sempre avuto dalla sua una consapevolezza importante: l’unione fa la forza, il singolo non è nessuno, e qualsiasi successo individuale non sarebbe possibile senza a monte un lavoro di squadra, di condivisione delle competenze, senza uno sforzo congiunto tra pari, come dimostra appunto il discorso di domenica sera.

Il valore dell’attesa

Ma soprattutto, e sottolineiamo soprattutto, a noi la vittoria di Leonardo DiCaprio ha fatto piacere proprio perché fino a ieri non aveva mai ottenuto un Academy Award manco a pagarlo.

Perché tutti lo prendevano in giro dicendo che se avessero fatto un film sulla sua vita, l’attore che lo avrebbe interpretato avrebbe vinto l’Oscar. O che se ci fosse stata una statuetta per il miglior attore protagonista per The Revenant, l’avrebbe vinta l’orso.

Leo è tutto ciò che molti di noi sono stati e tutto quello che vorremmo diventare, diciamoci la verità: è stato il più sfigato della comitiva, quello che tutti prendevano in giro perché era l’unico a cui i genitori non regalavano mai il motorino, quello che quando finalmente riesce a comprarsi coi suoi risparmi un Ciaetto usato si ritrova comunque da solo perché gli altri hanno già la patente e una Golf Cabrio. Quello che arriva sempre tardi sulle cose, e ne paga il prezzo. Ma anche quello che alla fine, alla riunione di classe di vent’anni dopo, si presenta con tutti i capelli in testa, giusto un filino di pancia e un lavoro da far invidia a tutti.

Leo è rimasto (pur con tutto il suo successo) virtualmente invisibile per l’Academy per anni, e in molti avrebbero pensato a questa situazione come a un fallimento. Non Leo, però, Santo Protettore dei Motodeprivati, che domenica sera si è portato sul palco, e ha portato alla ribalta, le tre caratteristiche che determinano il successo di ogni ex sfigato.

E che, guarda caso, identificano un grande traduttore (ma anche un grande attore: perché cos’è l’attore, in fondo, se non uno che traduce un testo su un palco o uno schermo, e cos’è un traduttore se non uno che interpreta a modo suo un testo?):

Trasparenza = umiltà

Sapete cosa ci piace davvero di quest’attore? Ci piace che ha saputo sempre rendersi invisibile dietro i suoi ruoli, com’è nella tradizione dei grandi attori americani alla Dustin Hoffman prima maniera, alla De Niro. DiCaprio è di base un mestierante, nell’accezione più bella e positiva che si possa dare a questo termine, dotato di una malleabilità e di una trasparenza che sono tutte al servizio del ruolo da interpretare. Avete presente l’esaltazione del metodo Stanislavskij di cui avete letto nei manuali di storia del cinema al DAMS? Ecco, se non è stanislavskiano infilarsi in una carcassa di cavallo a 40 gradi sotto zero per rimanere al servizio della storia, non sappiamo cosa lo sia. Un attore così non crea un personaggio, diventa il personaggio. È il copione che gli dice dove andare e lui, al meglio delle sue capacità, ci va. Un ruolo dopo l’altro, un film dopo l’altro, proprio come fa un bravo traduttore, che scompare dietro il testo, che traduce un romanzo dopo l’altro, un articolo dopo l’altro (carcasse di cavallo a parte, si spera).

Gavetta vuol dire imparare a incassare

Ne ha fatta di strada Leo. E ne ha fatta di gavetta. Dopo un inizio non brillante con gli spot pubblicitari è passato alle soap opera, poi ai ruoli da belloccio e ai filmetti di serie B, senza mai smettere di migliorarsi, di sognare (e ottenere) parti più impegnative, dal serial killer psicotico al ragazzino disturbato. Senza per questo (ricordatevelo perché è importante) prendersela con Matthew McConaughey perché qualche anno fa gli ha soffiato l’ennesimo Oscar. Una lezione di umiltà, la sua, per le centinaia di attorucoli che popolano le retrovie di Hollywood, disposti a tutto per un ingaggio e sempre pronti a scagliarsi contro la star di turno. E per noi traduttori, che in questi tempi di crisi e di homo homini lupus corriamo il rischio di dimenticarci che la dignità del nostro mestiere e della nostra categoria comincia (e a volte finisce) sulla nostra scrivania, davanti al contratto o al compenso che decidiamo di accettare o non accettare. In fondo siamo tutti, noi e Leonardo, dei Rocky Balboa: facciamo quello che facciamo perché siamo bravi a farlo, e perché è il nostro mestiere. Ma per farlo bene dobbiamo imparare le due  lezioni fondamentali che il pugile di Philadelphia ha lasciato a tutti noi: primo, impara a incassare e a rialzarti, anche se l’avversario sembra più forte. Secondo, se perdi non prendertela con chi ti ha battuto, perché non è colpa di chi vince l’incontro se quello che lo perde finisce a terra (a buon intenditor eccetera eccetera).

Inception, o la capacità di creare sogni

Insomma, i sogni costano fatica. Ma volendo, si realizzano. Basta impegnarsi? Basta crederci? Macché. Serve molto,  molto di più, molto di più di quanto potremmo spiegare in un post come questo. Ma quello di cui siamo sicure è questo: se è vero che non basta sognare per avere la vita che si vuole, è altrettanto vero che è bello avere una vita in cui si costruiscono sogni. Per dire, personalmente, al netto dell’Oscar per The Revenant, qui a doppioverso il ruolo di DiCaprio che amiamo di più è quello in Inception di Christopher Nolan, che ci sembra emblematico tanto del suo talento cinematografico quanto della sua affinità alla nostra categoria. Nel film Leo interpreta un tormentato mercenario (un freelance, insomma) che “preleva” segreti dalla mente delle persone addormentate. Entra nei loro sogni, e lì “costruisce” degli universi paralleli in tutto e per tutto uguali all’originale tranne che per alcuni piccolissimi dettagli che non rispondono alle leggi fisiche. Crea insomma interi mondi di finzione, una versione fedele e però al tempo stesso impercettibilmente falsata e soggettiva dell’originale che circonda la sua vittima, e nel farlo si rende, ancora una volta, invisibile. Per molti, ma non per tutti. Anche qui, non vi ricorda qualcuno?

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