Ogni volta che inizio a tradurre un nuovo libro, per i primi due o tre giorni (diciamo anche tutta la prima settimana), sono la fotocopia sputata di un bambino delle elementari alle prese con i compiti. La scena l’ha descritta alla perfezione Enrica Tesio, blogger torinese che adoro, in un post che andrebbe inserito negli annali: “Tuo figlio, allegro e salterino, di fronte al quaderno si trasforma in un invertebrato, la consistenza del pesce Bob, anche il suo sguardo assume quella stessa espressione ficcante”. È la stessa schiacciante, opprimente spossatezza che prende me, ogni sacrosanta volta. Ora, il bambino delle elementari – l’ho capito bene avendone due – di fronte al libro degli esercizi non è che vada in bomba perché non sa: va in bomba perché non ha la pazienza. Vorrebbe aver già finito tutto e subito, prima ancora di cominciare. Non gli “incolla” (come direbbe la buonanima di mia nonna Lodovica) di leggere l’esercizio, andare a riguardare la regola sul sussidiario, mettersi lì piano piano a macinare e fare. Non è il pensiero di svolgere il compito, ad affossarlo: è la preparazione. Lo stesso vale per me. Come con una maratona, avete presente? Io no, perché da brava fumatrice e perfetta antitesi della sportività rischio l’enfisema anche se devo coprire di corsa i venti metri che mi separano dalla fermata quando sto per perdere il tram. Ma mio marito, che invece è un runner compulsivo, me lo dice spesso: il difficile non è la gara, lì sei carico a molla, contagiato dall’adrenalina altrui. La vera partita con te stesso si gioca nei mesi che la precedono, quando torni sfatto dal lavoro e devi uscire ad allenarti, dosare ritmi e chilometri un po’ alla volta in previsione del grande giorno.

La gatta che va al lardo…

Quando ho ripreso le fila della mia attività di traduttrice, dopo il trasferimento a Torino e una pausa di qualche anno in cui avevo fatto tutt’altro, sono ripartita dalla formazione. Il primo corso che ho frequentato è stato un corso di STL, Primi passi nel mondo dell’editoria, con docente l’ottima Chiara Marmugi. Uno dei primi punti all’ordine del giorno di Chiara era tanto semplice all’apparenza quanto – avrei compreso dopo – fondamentale nella pratica: con l’editoriale non inizi subito a tradurre, ma c’è tutto un complesso lavoro di gestazione prima. Non è che ti prepari il file, lo formatti e vai con Dio, ma fai anche (soprattutto) un lavoro preventivo di ricerca e mappatura concettuale: ti documenti sull’argomento, sull’autore, sul periodo in cui il libro è stato scritto e su quello in cui è ambientato o a cui si riferisce.

Prima di iniziare a tradurre saggistica, abituata com’ero ai ritmi forsennati del giornalismo (ricevo l’articolo nella casella email, parto in tromba, dopo un’ora consegno e chi s’è visto s’è visto), quel lavoro preliminare lo saltavo a pie’ pari, o come minimo lo facevo in corso d’opera, ponendomi problemi, facendo verifiche e trovando soluzioni alla rapidità di uno o due colpi di mouse. La doccia fredda è arrivata quando, a distanza di parecchio tempo dal corso con la Marmugi, mi hanno assegnato il primo saggio di un certo spessore da cotradurre, un mattone – bellissimo, peraltro – sulla dinastia Romanov e la Russia degli zar. Ho aperto il file, ho letto le prime righe (dopo tre c’era già il rimando a una bella nota bibliografica che a prima vista mi è parsa scritta in elfico) e mi è venuto da piangere. Avevo superato la prova di traduzione su quel libro, quindi sapevo benissimo di potercela fare, eppure mi sono detta: “Chia’, qua ci vorrebbe solo un miracolo, puoi dire alle bimbe di prepararsi a portarti le arance in galera, quando finirai al gabbio perché l’editore ti chiederà i danni”. Non sto neanche a dirvi che non è andata così. Né quella volta, né la volta dopo, con la storia dei manoscritti medievali, e neanche con le teorie esoteriche alla base del nazismo, con Custer e gli indiani d’America, e via discorrendo. Forse non succederà nemmeno questa volta, con il libro a cui sto lavorando, per quanto al momento non saprei, perché appunto sono ancora nella prima settimana dell’“io speriamo che me la cavo”.

Il tempo della semina

Il mio problema era, banalmente, che non pensavo di avere alternative al buttarmi subito nella traduzione. Invece le alternative esistono, e sono quelle che ti permettono di approfondire l’argomento e di far verificare, per così dire, il “miracolo”. Per me quindi adesso quel tempo della semina, quella gestazione è fondamentale, e ho imparato a tenerne conto – anche con un certo margine “largo” – nella pianificazione delle cartelle da tradurre ogni giorno, nella programmazione del lavoro. Come ho il pozzetto di tot giorni che ballano per “tifotti bambine” e/o “impegni social dei nonni” prevedo anche un lasso di tempo in cui immergere “il piedino nell’acqua” e sentire la temperatura, fino alle caviglie e indietro sul bagnasciuga, e poi di nuovo fino alle ginocchia e poi uno schizzetto sulla pancia e poi via, il tuffo: per prima cosa, visto che senza fomentarmi non vado da nessuna parte, mi faccio una bella scorpacciata di film sull’argomento (santo Netflix e santa cinematografia mondiale, voi non ci crederete: non importa quanto di nicchia o astruso sia l’argomento che dovete tradurre, di sicuro qualcuno ci ha fatto un film, magari pure con Christian Bale, e documentarsi per documentarsi tanto vale unire l’utile al dilettevole, no?), poi faccio tappa in biblioteca e recupero e spulcio i libri citati nelle note che hanno un’edizione italiana e altri attinenti benché non citati in bibliografia, poi mi abboffo di glossari, quindi cerco e leggo in Rete siti e blog sull’argomento. Insomma, mi costruisco la mappa concettuale. Prima che inizi a tradurre passa più o meno una settimana, che per la Chiara anche solo di due anni fa sarebbe stata la morte, ve lo assicuro.

A lezione dagli interpreti

Sono in effetti una miracolata, allora, fino al giorno in cui il miracolo non si verificherà e mi schianterò come un autotreno a duecento all’ora? Sono un’incosciente, che si butta in cose che non sono il suo e prima o poi ne pagherà le conseguenze, perché un traduttore non può essere un tuttologo e bisognerebbe tradurre solo ciò di cui effettivamente si sa a pacchi, solo ciò in cui si è specializzati? Non lo so, forse no. La teoria della specializzazione indispensabile per un traduttore mi trova in genere molto d’accordo, soprattutto per quanto riguarda i contenuti più tecnici dove a lanciarsi si rischia solo di fare un gran casino, ma come ho scritto già altrove, la specializzazione puoi anche non cercarla, può anche trovarti lei. Oppure, la tua specializzazione può essere la curiosità, la scrupolosità, la tenacia nel documentarsi e approfondire, il sapersi porre delle domande, il capire quando accontentarsi delle risposte.

Alla fine, il traduttore di saggistica è molto simile all’interprete, solo che l’interprete sa che si deve preparare prima, e sa come farlo. Ne abbiamo conosciuti molti, di interpreti, in questi anni, agli eventi di networking in giro per l’Italia, molti sono diventati nostri amici. E quando parli con qualsiasi interprete davanti a un cappuccino o a un bicchiere di prosecco è normale sentirgli dire: “Oh, la settimana scorsa sono stato in un convegno dove si parlava di chiavi a brugola/attacchi di squali in Sudafrica/stagioni di riproduzione e sperma dei salmoni (quest’ultima è vera, benché non voglia fare nomi) e quattro giorni prima mi hanno mandato la documentazione e leggevo che, non ci crederai mai, …”. Loro sono educati all’idea che tutto è fattibile se tu ti prepari. Un traduttore no. Un traduttore, soprattutto se specializzato in un determinato settore – narrativa di genere, politica, turismo – dà per scontato di partire e immergersi nella traduzione. Ovviamente ci sono anche quei casi, bellissimi, strafortunati, in cui apri il file e subito ti trovi nella tua comfort zone e ti riconosci. Ma altri no. E stateci, sono molti di più. Ed è anche quella botta di adrenalina, quell’incertezza, e lo stupore di vedere ogni volta che poi alla fine piano piano l’argomento ti prende, e quel miracolo si compie, e sapere che sei tu che lo fai succedere, che mi piace del mio lavoro.

Poi che vi devo dire, niente è scontato. Io per esempio stavolta, oggi come oggi, non so proprio dirvi se ce la farò. Come minimo però di sicuro nelle cene tra amici a un certo punto potrò uscirmene con un bell’“ora ve lo spiego io come trombano i salmoni”. Poi non mi inviterebbero più, probabilmente, ma alla fine chi può dirlo? Mai dire mai, nella vita.

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