Eccoci qui! Sono trascorsi i consueti due mesi dall’ultima puntata della nostra rubrica Found in Translation e come ogni bimestre torniamo a proporvi un tris di consigli di lettura DOC dalla viva voce (e dalle infaticabili tastiere…) dei traduttori che hanno lavorato a libri usciti di recente.

Un graditissimo ritorno è quello della collega Stefania Marinoni, che è stata tra le pioniere della nostra rubrica ospiti del suo primissimo numero, e che oggi ci presenta la sua ultima fatica, la traduzione del romanzo Chi di noi del mito uruguayano Mario Benedetti, una sfida in bilico tra tre diverse voci narranti e tre diversi registri stilistici (diario, lettera e racconto). Insieme a Stefania, siamo felicissime di accogliere le testimonianze di Maurizio De Rosa e Angela Ricci, che hanno tradotto rispettivamente dal greco e dal tedesco due interessanti volumi che affrontano da un punto di vista partecipe e innovativo il tema più che mai attuale del dramma dei migranti: Breve diario di frontiera di Gazmend Kapllani, uno spaccato ironico, asciutto e quanto mai accurato sulla condizione degli esuli albanesi che hanno attraversato il confine con la Grecia negli anni Novanta e la cui sofferenza assurge a metafora di una condizione universale dell’essere profugo, e Al di là del mare, reportage scritto dal giornalista Wolfgang Bauer, che insieme al fotografo ceco Stanislav Krupar, fingendo di essere due insegnanti di inglese profughi dal Caucaso, si è unito a un gruppo di siriani che dall’Egitto cercava di raggiungere l’Europa. Quando la traduzione diventa un’occasione per riflettere e interrogarsi sulle tragedie del nostro tempo e su ciò che ci accomuna, più di quanto pensiamo, a chi spesso percepiamo come lontano e diverso.

Ai tempi del liceo, Miguel, Alicia e Lucas si ritrovano catturati in un platonico ménage à trois il cui motore è Miguel, col suo disprezzo per se stesso e il suo gusto manipolatorio: attratto da Alicia ma convinto che sia destinata a Lucas, decide di costruire l’amore tra i due. Quando, invece, Alicia sceglie proprio lui, è già troppo tardi: il fantasma del triangolo si è insediato, e non si capisce piú chi sia davvero l’altro.

Mario Benedetti, Chi di noi
nottetempo 2016

Traduzione dallo spagnolo di Stefania Marinoni
Nata nel 1987, fino al 2011 ha vissuto nell’ignoranza, leggendo libri tradotti senza farsi troppe domande. Poi come ogni laureata in Filosofia è dovuta uscire dalla caverna e ora si definisce una traduttrice creativa: di romanzi e testi pubblicitari, dall’inglese e dallo spagnolo. Tra gli editori con cui collabora ci sono Bompiani, Nottetempo, La Nuova Frontiera, gran vía. Da ottobre scorso collabora con Senzaudio, dove cura una rubrica dedicata alla traduzione.

Quando Nottetempo mi ha contattato per propormi una prova di traduzione, nell’oggetto dell’e-mail c’era scritto semplicemente “Mario Benedetti”. E non c’era bisogno di aggiungere altro per farmi saltare il cuore in gola.

Mario Benedetti: semplice e immenso. Come Chi di Noi, il breve romanzo d’esordio di un trentenne uruguayano che certo non immaginava di diventare un mito nazionale. E non sto esagerando: a Montevideo, i ragazzini recitano a memoria le sue poesie e a teatro faceva il tutto esaurito, attirando anche tantissimi giovani, come la ventenne argentina che nel documentario Mario Benedetti y otras sorpresas (se volete saperne di più, qui c’è il trailer) racconta di essere venuta in Uruguay appositamente per Mario Benedetti, con l’entusiasmo di una groupie prima di un concerto rock.

Ma torniamo alla Montevideo degli anni Cinquanta, in cui Benedetti ambienta la storia d’amore tra Miguel e Lucia, minacciata dallo spettro di Lucas, ex compagno di liceo della coppia e, secondo Miguel, vero amore della moglie, che… Ma non voglio svelarvi troppi dettagli della trama, anche se fin dalle prime pagine si comprende che la relazione tra i protagonisti è solo un pretesto per riflettere sulle aspettative di cui carichiamo la nostra vita, sul bisogno di una consolazione ultraterrena, sull’incapacità di accettare l’amore come dono gratuito e inaspettato, tema che Benedetti affronta anche nel suo capolavoro, La tregua. Ma qui, invece del maturo e rassegnato Martín, c’è il giovane e tormentato Miguel. E come nella Tregua, anche in Chi di Noi ritroviamo la scrittura diaristica, affiancata dalla forma epistolare e da un racconto con lunghe note del suo autore, uno dei protagonisti del romanzo.

Tre generi e tre voci narranti che si alternano in poco più di cento pagine: non è stato facile riprodurle, non è stato facile rendere la scrittura di Benedetti, cristallina e profonda. E ancora, non è stato facile confrontarmi con le attese dei lettori che hanno amato gli altri libri già apparsi in edizione italiana, con la traduzione della Tregua, sempre per Nottetempo, di Francesco Saba Sardi e, semplicemente, con un autore così importante.

A giudicare dalla calorosa accoglienza riservata finora a Chi di noi, credo di potermi ritenere soddisfatta. E il merito è anche di Nottetempo che mi ha lasciato tutto il tempo per tradurre con calma e ha riservato una cura speciale alla revisione. In questi tempi di editoria impetuosa e raffazzonata, credo sia giusto raccontarlo qui.

Stefania Marinoni

Traduttrice ES>IT

In questo “diario minimo” Gazmend Kapllani ci restituisce tutta la sofferenza degli albanesi che hanno attraversato il confine con la Grecia negli anni Novanta. Con mano leggera lascia che ci scorra sotto gli occhi la surreale volontà di dare un senso all’abbandono della terra natia, che in questo specifico caso è la fuga, il passaggio attraverso la cortina di ferro. In ogni capitolo, il doppio punto di vista – di chi è in Albania e di chi, esule, se ne allontana – mette in evidenza con sarcasmo, e senza fare sconti, la kafkiana condizione dell’Albania sotto il regime comunista per giungere a un’amara riflessione sui migranti di seconda generazione, condannati ad amare e odiare contemporaneamente il loro Paese. Un romanzo che rovescia visioni del mondo e sicurezze, scuote il comune senso di empatia e commuove con il disincanto.

Gazmend Kapllani, Breve diario di frontiera
Del Vecchio 2015

Traduzione dal greco di Maurizio De Rosa
Dopo la laurea in Lettere classiche alla Statale di Milano, si è dedicato intensamente alla traduzione in italiano dei massimi autori della letteratura greca contemporanea. È anche autore di una storia della letteratura greca moderna dal 1880 ai nostri giorni dal titolo Bella come i greci pubblicata dall’editrice UniversItalia di Roma.

 

 

Sono sempre stato interessato alla questione dei profughi né potrebbe essere altrimenti. La Grecia moderna, della cui cultura e letteratura mi occupo attivamente da una ventina d’anni soprattutto come traduttore editoriale, è un Paese profondamente segnato dalla presenza dei profughi tanto che in lingua greca esiste persino un termine astratto (“prosfyghià”, in italiano traducibile soltanto in modo perifrastico), per indicare nel contempo la “questione” dei profughi ma anche la “dimensione psicologica” sia dei profughi sia di coloro che li accolgono (o non li accolgono o all’inizio li temono o vorrebbero mandarli via). Questo perché centinaia di migliaia di greci, vissuti per lunghi secoli in vaste strutture imperiali e sovranazionali, nel processo di costruzione dello Stato nazionale sono stati spesso sradicati dagli antichi luoghi di residenza e sono stati costretti ad adattarsi a una nuova, e più ristretta, realtà statale. La psicologia del profugo oscilla tra due poli: quello della nostalgia per il passato e per il Paese che si lascia, e quello della prospettiva di un futuro migliore, da costruire nel Paese di accoglienza. Di tutto questo ci parla (in greco) il giornalista e docente universitario albanese Gazmend Kapllani in Breve diario di frontiera (Edizioni Del Vecchio).

Kapllani non indulge a facili sentimentalismi. La vita nell’Albania del socialismo reale era un inferno e l’autore lo dice senza mezzi termini. La promessa del paradiso era rappresentata dai confini terrestri dell’Albania con la Grecia e da quelli marittimi con l’Italia, da cui provenivano (come racconta lo stesso Kapllani in un tono tra il tenero e il distaccato) flaconi di plastica di detersivi, lattine, scatole ecc., in altre parole i rifiuti della civiltà consumistica, che per gli albanesi del tempo erano altrettanto opere d’arte da sfoggiare nel salotto di casa. Anche il sesso è un frutto proibito che nell’Eden occidentale sembra crescere rigoglioso e disponibile liberamente a ogni ora del giorno e della notte, almeno nella prospettiva di chi viveva dietro uno dei confini più impenetrabili del mondo. E invece il paradiso ha un lato oscuro che il migrante economico non può neanche immaginare. Le democrazie liberali e le economie di mercato sono costose (cosa di cui, forse, ci siamo davvero resi conto soltanto di recente) e in questo contesto il profugo è una merce, utile nella misura in cui possa essere inserito nel processo produttivo. Per acquistare la plastica occorrono soldi, per guadagnare soldi bisogna entrare nel meccanismo economico e per entrare nel meccanismo economico occorre essere disposti a mille compromessi, accomodamenti, aggiustamenti. Persino il sesso si rivela una cocente delusione.

Tradurre Kapllani è stata un’esperienza particolare per me. Le vicende descritte da Kapllani si riferiscono a oggi, a ieri ma anche all’altroieri. Per non andare troppo lontano, ricordo che anche gli italiani del Sud sono stati (e forse lo sono ancora benché in condizioni diverse) profughi nel loro stesso Paese e proprio come i migranti descritti da Kapllani, anche loro hanno vissuto l’incertezza, la precarietà e, in alcuni casi, il rifiuto degli italiani del Nord. E che una politica dell’integrazione fallimentare può avere effetti deleteri sulla vita sociale di un Paese. Forse, in fin dei conti, siamo tutti un po’ profughi, in fuga e nel contempo alla ricerca della nostra vera patria, in esilio perpetuo dal paradiso perduto. Questo ci dice Kapllani nel suo bel libro, scritto con arguzia e umorismo, e con quel senso dell’umanità che è appannaggio esclusivo degli ultimi della storia.

Maurizio De Rosa

Traduttore EL>IT

Wolfgang Bauer sotto mentite spoglie si unisce a un gruppo di siriani che dall’Egitto vogliono raggiungere le coste dell’Italia per poi proseguire il loro viaggio alla volta dei paesi del Nord Europa. Vive e soffre con loro tutte le fasi della lunga odissea: la ricerca dell’intermediario, il viaggio di avvicinamento al luogo dell’imbarco, la traversata verso quello che, agli occhi dei suoi compagni, sembra il Paradiso. Un racconto appassionato e commovente, un’immersione in presa diretta nel mare della speranza di chi fugge e lotta per una vita migliore e che spesso noi sentiamo come lontano e diverso.

Wolfgang Bauer, Al di là del mare
laNuovafrontiera 2015

Traduzione dal tedesco di Angela Ricci
Ha origini tedesche, ma è nata e cresciuta a Roma, dove ha studiato storia contemporanea. Dopo un dottorato in Storia dell’Europa ha cominciato a tradurre dal tedesco e dall’inglese prima saggistica e poi anche narrativa per diversi editori. Dal 2013 lavora nella redazione della casa editrice Edizioni di Comunità e di recente, insieme a un’amica, ha aperto lo studio editoriale The Bookmakers.

 

 

Al di là del mare ha fatto crollare un grosso pregiudizio che avevo (in realtà ce l’ho ancora) verso i libri scritti da giornalisti. Pur riconoscendo l’esistenza di numerose e splendide eccezioni, la mia prima reazione di fronte ai libri-reportage è sempre una certa diffidenza, e anche nel caso di Al di là del mare ho cominciato a leggere con in testa una specie di allarme lampeggiante che diceva “instant book”.

E invece no, tutt’altra storia. Anzi, tre storie. Quella di Amar, che rischia tutto per assicurare alla sua famiglia un futuro; quella di Alaa e Hussan, due fratelli che si sostengono a vicenda per arrivare in fondo al loro viaggio; e quella dell’autore, Wolfgang Bauer. Perché raccontando le storie dei migranti Bauer racconta anche se stesso, un europeo di fronte alla tragedia che ha travolto un popolo, e lo fa con la voce pacata ma forte di un giornalista che non si rassegna a essere solo giornalista, che vuole informare sia la testa che il cuore dei lettori, che si indigna non per amore di polemica, ma per affetto sincero nei confronti di persone di cui ha condiviso in minima parte il destino. E nonostante questo resta giornalista fino in fondo, non cede alla retorica, è preciso nei dettagli, puntuale nelle spiegazioni, lucido nel raccontare ogni episodio e onesto nell’ammettere quanto questa esperienza l’abbia toccato umanamente.

Di fronte a tutto questo, alla forza e alla profondità di questa voce, mi sono bastate poche pagine per liquidare l’idea dell’instant book. Dopodiché ho realizzato che erano affari miei. Che restituire ai lettori italiani tutto quello che a me era arrivato forte e chiaro poteva essere un po’ più complicato del previsto.

Seguendo la voce di Bauer mi sono ritrovata a scendere in profondità in una realtà che pensavo di conoscere bene. Dico in profondità perché fermarmi a cercare la parola più giusta – più vera – per descrivere uno stato d’animo, una paura, una speranza, ha significato in questo caso scavare a fondo nella vita di persone reali, immergermi in un abisso di incertezza tentando di renderlo familiare, chiedermi cosa avrei pensato o provato in certe situazioni. La cosa buffa è che insieme a me un analogo sforzo di immedesimazione lo faceva continuamente anche l’autore, che pure è il protagonista di gran parte della storia che racconta. È uno degli aspetti che ho apprezzato di più del libro, l’onestà con cui Bauer mette sempre in chiaro che pur avendo condiviso l’esperienza dei migranti, tra lui e loro c’è sempre stata una netta differenza. Il viaggio era lo stesso, ma lui poteva interromperlo in qualsiasi momento, poteva scegliere di tornare a casa. E quindi nella sua voce, capace di farti affondare nella vita di persone sconosciute, non c’è alcuna presunzione di aver compreso tutto fino in fondo. C’è solo lo scrupolo sincero – e in certo modo simile a quello di un traduttore – di restituire nel miglior modo possibile, per quanto imperfetto, il senso di un’esperienza che prima di essere un tema di attualità o di cronaca internazionale è soprattutto una vicenda umana.

Angela Ricci

Traduttrice DE>IT

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