Qui a doppioverso giungono molte email di aspiranti traduttori a caccia di aiuto, consigli, dritte: una richiesta che ci viene fatta spesso, in diverse varianti, è quella che ci arriva da Agnese, impaziente di entrare nel mercato editoriale. Abbiamo deciso di affrontarla qui non solo perché è un dubbio comune, ma soprattutto perché non ha, e non può avere, una risposta facile, laddove per “facile” intendiamo rasserenante e non spinosa. In breve, la domanda è: lavorare per il committente “sbagliato” può danneggiare la nostra carriera? Esiste una “reputazione” da difendere, anche quando non abbiamo ancora un curriculum degno di questo nome?

Ma andiamo con ordine, e diamo la parola ad Agnese:

Un mese fa mi ha contattata un’agenzia letteraria. Mi ha spiegato che collabora da tempo con alcuni editori italiani, tra cui uno piuttosto importante, che anche io conoscevo bene. In pratica l’editore assegna loro un libro affidandogli tutto il pacchetto: l’agenzia dovrà farlo tradurre, poi dovrà impaginarlo, quindi all’editore toccherà solo farlo stampare. Per questo motivo non pagano tantissimo, perché già in partenza l’agenzia non prende molto e deve redistribuire ciò che guadagna ai traduttori, impaginatori eccetera.

Io ero entusiasta, perché mi avrebbero fatto tradurre il mio primo romanzo (dallo spagnolo), e per di più un romanzo storico, il mio sogno da sempre, quindi ho accettato (per ora solo via email).

Quando ne ho parlato con una mia amica che già lavora, però, lei mi ha detto che non è una buona idea accettare. Intanto perché la cifra che mi hanno offerto (7 euro a cartella) secondo lei è troppo bassa; poi perché dice che non è normale che il libro venga tradotto e subito impaginato, ma che dovrebbe prima essere corretto da un altro traduttore. E poi perché l’editore in questione non è considerato molto prestigioso, anzi, secondo lei “prendono chiunque si faccia fregare”, e quindi anche se facessi un buon lavoro il mio curriculum ne risentirebbe.

Io non sono d’accordo con lei, mi sembra comunque un buon inizio, collaborare con un’agenzia di traduzione è una cosa che mi piacerebbe e credo che la gavetta dobbiamo farla tutti. Anche se non mi pagano molto, e se non mi correggono la traduzione, per me è pur sempre un modo per entrare nel mercato, cosa che altrimenti sembra impossibile. Se dobbiamo stare attenti a chiunque ci faccia una proposta, come possiamo iniziare a lavorare noi traduttori alle prime armi? Voi che ne pensate?

“Come si entra nel mercato dovendo rifiutare le proposte che sembrano poco allettanti?” è la domanda da un milione di dollari di ogni traduttore, il Santo Graal per cui tutti vogliono una risposta definitiva. Chissà che non arrivi, prima o poi, ma intanto vorremmo dire qualcosa sulla definizione di agenzia che Agnese fornisce nella prima riga: da ciò che ci sembra di capire, non di agenzia letteraria si tratta in questo caso, e nemmeno di agenzia di traduzione, come viene definita più avanti, ma di agenzia di servizi editoriali (o service editoriale).

Qual è la differenza? Semplificando al massimo, e sempre tenendo presente che un’agenzia può rispondere a più di una definizione, e che le definizioni possono sovrapporsi e mescolarsi:

L’agenzia letteraria ha un ruolo più di consulenza che di collaborazione fattiva con l’editore. L’agente è il mediatore che gestisce i rapporti tra l’editore e gli autori (italiani o stranieri) a cui l’editore è interessato, e che dall’agente sono rappresentati. L’agenzia letteraria valuta manoscritti o testi stranieri, e si costruisce così la sua scuderia di autori: una volta che questi hanno accettato di essere rappresentati da quell’agente specifico, lui/lei offrirà loro consulenza nella gestione dei diritti sulla loro opera, nella stesura di un contratto con l’editore, nel miglioramento dell’opera stessa se è in forma di manoscritto. Molto poco questo tipo di agenzia ha a che fare con le traduzioni, e se pure se ne interessa di rado se ne occupa in prima persona.

L’agenzia di traduzione offre invece ciò che il nome stesso promette: traduzioni. Avvalendosi della collaborazione di diversi traduttori (spesso specializzati in lingue o ambiti lavorativi diversi), è in grado di offrire risultati personalizzati ai clienti, rispondendo a esigenze variegate che per un traduttore singolo sarebbero difficili da soddisfare. Inoltre l’agenzia si occupa della fase organizzativa e gestionale del progetto. La traduzione viene consegnata “pulita”, ovvero revisionata e corretta, ma il lavoro dell’agenzia si ferma a questo punto (almeno con il committente). I vantaggi per il traduttore che collabori con una realtà del genere sono molteplici: non deve trovare clienti diretti, non deve occuparsi delle questioni economiche e fiscali, non deve contrattare una tariffa. Gli svantaggi? Uno, almeno per chi come Agnese vuole lavorare nell’editoria, è lampante: di rado le agenzie si occupano di traduzioni editoriali. E poi, il traduttore percepisce un compenso che l’agenzia ha già in parte decurtato: non sarà necessariamente più basso di quello che potrete ottenere da un cliente diretto, ma non sarà l’intera cifra stanziata dal committente iniziale.

L’agenzia di servizi editoriali offre invece agli editori (e solo a loro) un “prodotto finito”, spesso a partire da una richiesta, come diceva appunto Agnese, a pacchetto: l’editore chiede che un libro sia “lavorato” e l’agenzia si occupa di molti (o tutti) gli aspetti della produzione: traduzione, revisione, correzione bozze, impaginazione, creazione di eventuali ebook, addirittura, in alcuni casi, grafica della copertina, stesura dei testi per le bandelle, preparazione della cartella stampa. Il vantaggio di lavorare con una realtà del genere? Se è seria, funzionerà come un’agenzia di traduzioni: il traduttore avrà il lavoro senza preoccuparsi di procacciarselo, e delle altre fasi si occuperà qualcun altro. Se non è seria… be’, è qui che cominciano i problemi. Ed è qui che veniamo alla seconda parte della lettera di Agnese.

Saremo franche: ci capita spesso, quando riceviamo email come questa, di chiederci: ma che diritto abbiamo noi di tarpare le ali a queste ragazze, di sconsigliare loro di lavorare per chicchessia, di metterci a fare le maestrine dalla penna rossa? Tutto questo torturare i colleghi meno esperti perché scelgono male, danneggiano la categoria, accettano paghe da fame, non nasconderà la nostra insaziabile voglia di spocchia saputella senza dare in cambio nulla in termini di comprensione e aiuto concreto? Proprio perché ci facciamo queste domande (e le risposte a queste domande richiederebbero un post a parte), oggi cercheremo di fare ciò che ci viene meglio. Le zie affettuose ma pragmatiche. Quelle che vi dicono se davvero una gonna vi fa il culone: ma non perché vogliono che compriate la gonna che piace a loro, quanto perché le prime a voler evitare il culone siete voi. Tralasciamo quindi la riflessione “di categoria” sul fattore economico della proprosta fatta ad Agnese, perché delle realtà che offrono tariffe da fame si è detto e ridetto ed è ovvio e risaputo che per noi 7 euro a cartella sono una tariffa da fame, e cerchiamo di concentrarci su come far decollare la carriera di Agnese a partire dagli elementi che abbiamo a disposizione.

Intanto, partiremmo dal service che passa le traduzioni direttamente in bozza. Se questo è quello che davvero succede, se cioè una traduzione non viene sottoposta a una revisione, viene meno il fattore principale che permette a un traduttore (a maggior ragione se aspirante o alle prime armi) di migliorarsi. Senza revisione, i vizi, gli errori, le ingenuità che commettiamo tutti, anche dopo anni di esperienza, non ce li corregge nessuno, e ci rimangono appiccicati addosso. Ce li porteremo dietro all’infinito, e quando proveremo ad alzare il tiro, a cercare un nuovo committente, quel committente potrebbe chiedersi perché dopo anni di esperienza ancora commettiamo certe ingenuità, e potrebbe decidere di non lavorare con noi. Sarà pure una palestra, quella della traduzione non rivista, ma se noi andiamo in palestra senza che qualcuno ci dica che compiendo quel movimento in quel modo rischiamo di procurarci uno strappo, il lavoro non è solo inutile: è, appunto, dannoso. E allora di gavetta non si può parlare, perché la gavetta implica sempre un sacrificio, sì, ma che porta a un miglioramento.

Passiamo al secondo quesito: lavorare per un editore “discutibile” o “discusso” può davvero rovinarci la carriera? In termini di reputazione, forse sì. Magari non sempre, non in tutti i casi, non se ci abbiamo lavorato proprio all’inizio. Ma in linea di massima, sì: lavorare per certi soggetti rischia di farci una cattiva pubblicità. Soprattutto se ci prendiamo il vizio. Costruire una carriera con un committente che notoriamente non paga al massimo ci farà apparire un tantino ingenui, o indurrà il committente successivo ad approfittarsene un po’. Ma costruire una carriera a braccetto con un committente che notoriamente offre testi di scarsa qualità, ci farà apparire come traduttori di scarsa qualità. E certe cose è difficile scrollarsele di dosso, una volta che si sono attaccate. Un professore universitario diceva sempre a Barbara di non affezionarsi troppo al cinema hollywoodiano, o per pigrizia non avrebbe più guardato altro: ogni due film americani, raccomandava, guardane uno mongolo o tibetano. Consiglio banale quant’altri mai, ma molto efficace. Lo stesso, secondo le zie doppioverso, vale forse per la nostra carriera. Anche se siamo assuefatte a Hollywood e alle luci scintillanti del “qualunque cosa purché sia un romanzo”, fin dall’inizio, a ogni lavoro che non ci migliora il portfolio, cerchiamo di contrapporne uno che lo faccia. A tendere, la proporzione dovrebbe annullarsi a favore solo di lavori che ci facciano splendere sempre di più.

Potrebbe capitare, e dobbiamo impegnarci in questo senso, ma non c’è garanzia che le cose vadano come vorremmo, e quindi capiamo la preoccupazione di Agnese. Perché se una gonna ci fa il culone non è detto, ahimè, che ce ne sia un’altra nello stesso negozio che ci faccia apparire una modella.

Però se andare in giro con il culone non è ciò che volevamo, non comprare quella gonna lì, proprio quella (anche se ha i fiori e ci piaceva tanto) potrebbe essere un buon inizio. Se non altro, avremo ancora tempo, soldi ed energie per trovare un tubino nero: non impegna, dona a tutte, e in attesa di meglio non ci rovina l’immagine.

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