Si è molto parlato, in questi giorni, di #ioleggoperché (quanto ci piace infilarlo dappertutto ‘sto cancelletto dell’hashtag, ci fa sentire subito moderni, subito al passo con i tempi, non è vero?), la nuova iniziativa che vede editori grandi e piccoli , librai di catena e indipendenti, bibliotecari, scuole e università – ma non solo – uniti nella nobile missione di “illuminare” sulla via di Damasco tutta quella brutta gente, tipo mia madre, che alle straordinarie e sorprendenti avventure di Robinson Crusoe preferisce di gran lunga quelle di Valerio Scanu sull’Isola dei Famosi. In pratica funziona così, ormai l’avrete letto ovunque: è stata elaborata una lista di 24 titoli, sia italiani che stranieri, per ognuno dei quali verranno stampate 10mila copie. Il prossimo 23 aprile, Giornata mondiale del Libro e del Diritto d’autore, questi 240mila volumi verranno distribuiti gratuitamente da una rete di lettori forti volontari – i cosiddetti “messaggeri” – a chi non legge o legge poco – i cosiddetti “lettori assopiti” – in ogni luogo possibile.

Appena ho letto della campagna mi sono fomentata tantissimo, anche perché – lo confesso – la prima cosa che ho visto cliccando sul sito è stata il faccione di Linus (per il quale, ve lo dico, nutro una sordida passioncella) al punto che l’ho immediatamente postata sulla pagina Facebook di doppioverso. Poi però ci ho rimuginato su, ho letto diversi articoli sull’argomento, e – malgrado l’intento continui a sembrarmi lodevole visto che la circolazione della cultura è sempre una buona cosa – mi è venuto qualche dubbio. Sono dubbi tutt’altro che dotti, eh, più che altro perplessità da “buon selvaggio”. Il primo aspetto che non mi convince è la distinzione tra “lettori forti” (e già qui… spulciando le modalità di adesione ho paura che finiranno per essere perlopiù studenti a caccia di crediti formativi) e “assopiti”. Quindi cosa si vuole dare a intendere? Che di base siamo tutti “lettori” e per chi non legge è tutta una questione di pigrizia/abbiocco momentaneo? Non c’è niente di più falso: la triste, banale e incontrovertibile verità è che semplicemente ad alcuni non gliene frega niente di leggere (è anche un loro diritto, una non voglia assolutamente legittima, no?), ed è un dato di fatto che non si può cambiare solo prendendo uno per strada e regalandogli un libro. Anzi, tanto più non si può cambiare in questo modo, secondo me.

Leggevo l’altro giorno su Il Libraio una selezione/sintesi delle opinioni di Pennac sulla lettura contenute nel libro-intervista L’amico scrittore – Conversazione con Fabio Gambaro (Feltrinelli, 2015), e a un certo punto mi sono imbattuta in una frase che mi trova pienamente concorde, sarebbe da tatuarsela: “Naturalmente ci vuole tempo, ma prima o poi tutti riescono a trovare il libro giusto che diventa la loro personale porta d’accesso alla lettura”. Ok, su quel “tutti” potremmo discutere, ma il punto è: un libro non vale l’altro. Chi è convinto del contrario, forse, è proprio perché non legge. Per me, tanto per dirne una, se mi regali Il cacciatore di aquiloni o Due di due non è che sia proprio la stessa cosa. Chi decide che libro regalare e a chi? Su che basi? Quindi ecco, premesso che solo chi non fa non sbaglia, non vorrei che finisse per trasformarsi nella solita operazione di snobismo culturale dall’alto, della serie “Non hai capito, mo’ te lo spiego io come si fa ad appassionarsi ai libri”. Anche perché se è vero che un libro non vale l’altro, è anche vero – a mio avviso – che la promozione della lettura dovrebbe partire innanzitutto dal gesto – il provare piacere nel leggere – più che dall’oggetto fisico – il libro – in sé e per sé. Perché  leggere è, prima di tutto, un’esperienza sensoriale e umana.

Questo, secondo me, è un aspetto che invece passava molto, anche se magari all’epoca non ce ne rendevamo nemmeno conto, nelle campagne di qualche tempo fa: meno perfette, meno glassate, ma forse – proprio per questo – più autentiche. E qui, come al solito, scatta l’aneddoto personale.

Quando sono arrivata a Torino, nel 2006, il Centro per il Libro e la Lettura era appena nato e aveva ideato una campagna che si chiamava Ottobre, piovono libri (oggi, traslata temporalmente e automatizzata, credo sia più o meno confluita pari pari nel Maggio dei Libri). L’idea di base era semplice: riunire in un unico calendario le iniziative di promozione della lettura organizzate nell’arco del mese di ottobre su tutto il territorio nazionale. Io lavoravo per l’agenzia di comunicazione responsabile del coordinamento organizzativo della campagna e, un po’ perché ero l’ultima arrivata e un po’ in virtù della mia evidente propensione alla catalogazione compulsiva (ho archiviato in un faldone all’interno di due bustine trasparenti con i buchi i monconi ombelicali delle mie figlie, non so se rendo) che mi rendeva perfetta per l’incarico, avevo conquistato l’invidiabile ruolo di capo-progetto per quella commessa.

In sintesi, la segreteria organizzativa di Ottobre, piovono libri era un incubo. Il mio referente operativo era uno stagista rinchiuso in uno sgabuzzino senza finestre a Roma, che si occupava di protocollare, scannerizzare e inviarmi via fax le proposte di eventi che arrivavano al Ministero in formato cartaceo per posta ordinaria e non sulla casella email dedicata indicata invece sul modulo di adesione. Ogni iniziativa io la stampavo, la inserivo in un database formulato ad hoc, controllavo eventuali dati mancanti (e in caso chiedevo delucidazioni al proponente), ne estrapolavo descrizione estesa e descrizione sintetica in modo che fossero uniformi sia come lunghezza che come stile per tutti gli eventi, poi la archiviavo. L’esportazione del database era la base da cui si partiva per confezionare la brochure riepilogativa della campagna, destinata ad essere stampata in centinaia di migliaia di copie e distribuita come materiale promozionale sia nei luoghi pubblici che agli enti che avevano aderito all’iniziativa (per inciso: la brochure della prima edizione arrivò ad alcuni praticamente quasi a campagna conclusa perché l’autotrasportatore incaricato di smistarle si fermò durante il viaggio, di notte, a schiacciare una pennichella in una piazzola di sosta. Venne aggredito da alcuni balordi che lo picchiarono, legarono, imbavagliarono e poi scapparono portandosi via il camion con tutti i materiali promozionali dentro. Una roba da Radio Killer, poi dici che a lavorare con le amministrazioni pubbliche uno si annoia).

La partecipazione è stata fin da subito altissima, ed è cresciuta esponenzialmente nel corso degli anni: partecipavano tutti, ovviamente le grandi realtà ma anche e soprattutto i paesini con poche decine di abitanti, ed erano commoventi la fantasia e l’impegno che ci mettevano (l’organizzazione dell’evento era tutta a carico di chi lo proponeva), e l’orgoglio che sentivano per quel far parte di un progetto grande, nazionale, “voluto dal Ministero, da Roma”.

Il tutto, essendo la campagna a ottobre, si consumava tragicamente a cavallo dell’estate, per cui ricordo nitidamente telefonate fiume con il grafico che mi leggeva l’indice in ordine alfabetico dei “luoghi della lettura” mentre  io ero tipo in mezzo a un pascolo in Trentino con le mucche sedute a dieci metri che ruminavano, o chiamate alla bibliotecaria di Terranuova Bracciolini per sapere la data definitiva del loro evento con lei che era in spiaggia e un altro po’ il figlio affogava. Il mio eroe era però uno: il bibliotecario di un paesino in provincia di Lecce. Questo signore, il cui ricordo non avete idea di che tenerezza mi provochi e che non ho mai incontrato di persona – dalla voce al telefono avrà avuto un’età indefinita compresa tra i 50 e i 90 anni – il primo anno ha organizzato se non ricordo male 26 eventi nel solo mese di ottobre, il secondo una sessantina, il terzo 79. Per un paese di poco più di cinquemila abitanti. Telefonava tutti i giorni, mi chiamava “dottoressa”, voleva convincermi ad andare in vacanza lì e un anno ci ha anche spedito delle mozzarelle. L’ultimo anno che ho seguito la campagna, il primo in cui era stata introdotta la possibilità di inserire direttamente le iniziative dal sito, ha chiamato terrorizzato perché non riusciva in nessun modo a compilare il modulo online, così gli eventi glieli ho inseriti io uno per uno (per questo so così bene che erano 79, tutti diversi).

Ecco, per concludere, quell’esperienza lavorativa delirante è stata però bellissima. E quella campagna, nella sua sconclusionata artigianalità di quelle prime edizioni, coglieva esattamente il senso di quella che secondo me dovrebbe essere la vera sensibilizzazione alla lettura, che dovrebbe passare dalle persone, anche e soprattutto con la loro umanità un po’ bislacca. Chissà dove sarà oggi quell’anziano bibliotecario, se riuscirà a registrarsi online per diventare messaggero, se avrà aperto un account Twitter per usare l’hashtag #ioleggoperché. Secondo me sarebbe lui il testimonial ideale della promozione della lettura in Italia. Convengo sul fatto che possa non avere lo stesso appeal di Linus. Però chissà, hai visto mai: in fin dei conti, come diceva mia nonna, il trucco e il parrucco fanno miracoli.

Credits: Nella foto del post, il lettore “assopito” Teo l’orsetto si appassiona alla lettura. Gli ho appena regalato 1Q84 di Murakami.

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