Per noi di doppioverso, la Giornata del Traduttore è sempre una festa: è lì, tra un aperitivo sulla terrazza dell’hotel Duomo, un Frecciabianca con tragitto interminabile e un intervento sulla traduzione di testi turistici, che la nostra amicizia si è cementata e la nostra collaborazione è sbocciata; è lì che abbiamo fatto le nostre prime apparizioni “di coppia”; è lì che abbiamo conosciuto amici e lettori del blog ed è lì che ci siamo ripresentate nell’arco di diversi anni, forti dell’esperienza maturata strada facendo.

Ci piace tornare alla Giornata del Traduttore perché siamo convinte che, così come è successo a noi, molti dei partecipanti (che si tratti di traduttori tecnici o editoriali o addirittura interpreti) possano trovare qui spunti e occasioni per fare il tanto temuto salto: mollare un lavoro noioso, una disoccupazione insoddisfacente o una dipendenza da Netflix per lanciarsi nel magico mondo del freelancing.

Perché in fondo che ci vuole a fare i freelance? Coraggio, un po’ di faccia tosta, preparazione teorica, un pigiama di pile con il cappuccio e le orecchie da panda, connessione flat e una scorta di Red Bull in frigo. Giusto? Mica tanto. Il mondo dei freelance è una specie di Jumanji lavorativo: il vostro successo deriverà in parte dalla fortuna, in (buona) parte da ciò che imparerete strada facendo, in (massima) parte da come (con quali competenze, con quali piani di riserva) vi presenterete alla porta di Sua Maestà il Lavoro Autonomo. Il tuffo nel mondo del freelancing è un atto di fede, e come tutti gli atti di fede richiede che a un certo punto si molli il trampolino su cui si indugia e ci si lanci a testa in giù verso una piscina che si spera sia piena d’acqua. Ma richiede anche che ci sia un Dio a cui affidarsi, e quel Dio è l’organizzazione preventiva. La domanda seguente a questa consapevolezza, quella che alla Giornata del Traduttore ci viene rivolta spessissimo e che sarebbe un atto da kamikaze non porsi, è quindi: tuffarsi tutelandosi da sonore craniate è possibile? C’è un modo per capire se siamo pronti a diventare lavoratori autonomi evitando di ottenere la vita che vogliamo in un momento in cui ancora non siamo pronti a gestirla?

5 segnali che vi dicono che siete pronti

Secondo noi sì, il modo c’è. Anzi, essendo riuscite a ignorarli bellamente quasi tutti e avendone pagato le conseguenze, possiamo dire col senno di poi che esistono almeno cinque segnali che vi dicono che siete pronti per diventare freelance: se non vi riconoscete in nessuno dei cinque, ricordate che un buon modo per avvicinarsi alla libera professione è farlo gradualmente, magari accumulando un po’ di esperienza mentre si lavora da dipendenti o frequentando corsi specifici in parallelo con l’università. Oppure, consolatevi pensando che passare le giornate a guardare Netflix non è poi tanto male.

  • Le vostre finanze sono in ordine e non temete i commercialisti

Un primo segnale positivo è avere le finanze in ordine. Magari avete qualche soldo da parte, o avete elaborato un piano per risparmiare il più possibile prima di avviare l’attività da freelance. Oppure non avete granché nel conto in banca, ma avete studiato attentamente tutto ciò che c’è da sapere su partita IVA e/o diritto d’autore, sapete cosa sono una notula e una fattura, avete immaginato, almeno a grandi linee, un piano B economico per il fisiologico calo di entrate che inevitabilmente segue l’inizio della libera attività. Se non lo avete fatto, fatelo: lanciarsi nell’incertezza economica senza paracadute di alcun tipo si risolve bene solo se siete McGyver.

  • Siete disciplinati (o disposti a diventarlo)

Un buon freelance potenziale sa che non ha bisogno di un capo insistente o colleghi rompini per portare a termine ciò che deve: è in grado di organizzarsi da solo, svegliarsi senza randellate in testa o cappuccino a letto, lavorare per un numero di ore stabilito. Se siete organizzatori nati, non temete la solitudine e avete una routine consolidata che vi permette di gestirvi perfettamente a fronte di qualunque imprevisto, meglio ancora: significa che siete il candidato ideale per un lavoro autonomo.

  • Avete le competenze necessarie

È vero che molti lavori (la traduzione in primis) si imparano svolgendoli, ma è altrettanto vero che presentarsi alla porta di un potenziale committente con l’ingenuità di Candy Candy potrebbe non portarvi lontano. Di rado l’università prepara alla professione, e questo vale a maggior ragione nelle discipline umanistiche. Magari avete tradotto tutti i sonetti di Shakespeare per la tesi, ma se non sapete come funziona il mercato editoriale, chi è e cosa fa un revisore, quanti caratteri ha una cartella editoriale, cos’è una ritenuta d’acconto, molto difficilmente Einaudi vi affiderà il prossimo romanzo di Ishiguro. In questo senso, è necessario colmare le proprie lacune prima di fare il salto: seguite corsi e workshop, leggete libri e blog, chiedete a chi ne sa più di voi.

  • Sapete separare vita professionale e privata

Ammettiamolo, quanti traduttori hanno lavorato almeno una volta mentre il figlio recitava la parte del bue nel presepe vivente della scuola, o alle tre di mattina mentre il coniuge sospirava rassegnato, o nella pausa tra il secondo di carne e quello di pesce al matrimonio della sorella? La risposta è facile, tutti. Soprattutto all’inizio, il delicato equilibrio tra vita professionale e privata sembra un chimera impossibile da raggiungere. Il lavoro ci entusiasma e ci fagocita, non possiamo dire di no ai committenti che ci chiamano, non ci sembra così grave concederci “appena un’altra mezz’oretta di lavoro”. Ma se non volete fare la fine del proverbiale Stachanov, tanto votato alla produttività a ogni costo che raccolse 102 tonnellate di cartelle (no, scusate, di carbone) in 5 ore e 45 minuti, dovete imparare a dire basta. Se siete capaci di farlo prima ancora di cominciare a lavorare, siete già due tonnellate di cartelle avanti.

  • Sapete di volere una vita da freelance (ma di non averne bisogno)

Voi lo amate il vostro lavoro di traduttori freelance, giusto? E come ogni grande amore, dovete sceglierlo perché migliorerà la vostra (già bella) vita, non per riempire un vuoto cosmico che vi portate dentro. Se pensate che un lavoro da freelance vi salverà dalle piccole noie del lavoro dipendente (il capo che scoccia, i colleghi che vi rubano lo yogurt a pranzo) e vi renderà liberi e felici come farfalle, rischiate una grossa delusione. Avviare un’attività da freelance, e mantenerla economicamente sostenibile nel tempo, è difficilissimo e molto faticoso. Per questo il percorso per ottenere la tanto sospirata libertà va affrontato come affrontereste la scelta di un partner: con gli occhi bene aperti e senza illusioni. Desiderare qualcosa così disperatamente da accettare qualsiasi compromesso pur di averla porta necessariamente a decisioni infelici, nella vita come nel lavoro.

Allora, siete pronti?

Se a fronte di tutto questo avete capito che il momento è giunto, allora buttatevi. Prendete la rincorsa, lanciatevi di testa e cercate il primo contratto. Se terrete conto di qualche piccolo accorgimento iniziale, fare ciò che amate e diventare il capo di voi stessi si rivelerà una soddisfazione impagabile. In bocca al lupo!

 

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