C’è una libreria, a Londra.

Si chiama Heywood Hill e si trova a Mayfair.

Io non ci sono mai stata, ma so che è spaziosa, ordinata, piena di luce, e che dentro vi si respira un’atmosfera sospesa, d’altri tempi, che nell’aria c’è una quiete ovattata, quel particolare tipo di silenzio che trovi solo in mezzo a pile e pile di libri. Questa libreria, bella come solo le librerie inglesi sanno essere, da qualche anno promuove un’iniziativa che io trovo commovente, quasi poetica. Si chiama A Year in Books, e in pratica funziona così: voi attivate la sottoscrizione e per un anno intero gli esperti librai di Heywood Hill vi inviano un libro al mese, accuratamente impacchettato, direttamente a casa.

La cosa speciale è che non si tratta di libri qualsiasi: si tratta di libri scelti apposta per voi, assecondando i vostri gusti, le vostre preferenze, le vostre passioni o inclinazioni. Voi scrivete una mail dettagliata, o telefonate, e raccontate senza freni del vostro passato da lettori, dei vostri guilty pleasures, delle vostre idiosincrasie: cosa vi piaceva da ragazzini, perché odiate i gialli di Agatha Christie, quando vi siete stufati di leggere romanzi di Sepúlveda e come siete passati ad Amado, come mai vorreste trasferirvi in Tanzania e le sette ragioni per cui non leggereste mai un libro sui dinosauri. A quel punto qualcuno prende quei pezzetti di voi, li reimpasta e ci costruisce la vostra versione fatta di carta e inchiostro, distillandola poi in dodici tascabili (o cartonati, potete scegliere: cambia solo il prezzo) che vi raggiungeranno senza fretta, uno alla volta.

Lo so, suona sentimentale, ma io ho sempre pensato fosse il regalo perfetto, uno di quelli che se potessi mi concederei ogni anno, per avviare una tradizione in cui riconoscermi, per avere una sorpresa da scartare ogni quattro sabati e per sapere che qualcuno pensa a me nel modo in cui mi piace pensare a me stessa: come una lettrice, prima di tutto.

Ci ragionavo l’altro giorno, su questa cosa, mentre tra una mail e un tweet e un post di Facebook e sessantasei pagine di romanzaccio rosa da valutare entro-tre-giorni-tre mi sono imbattuta in un articolo del Guardian in cui erano annotati, mese per mese, gli eventi principali del mondo letterario anglofono per il 2015. Presa dalla smania del buon proposito di inizio anno ho cominciato a prendere furiosamente appunti, pensando: seguo tutto. Leggo tutto. Faccio tutto. Ci ho messo poco ad avere un attacco di buon senso (mi capita sempre più spesso di recente, sarà che sto invecchiando a una velocità supersonica) e a capire che era tutta scena: a lottare contro se stessi si perde sempre. Io non sarò mai una che segue tutto, fa tutto, legge tutto, corre a destra e a manca e arriva a sera prosciugata. Io sono una a cui piace lavorare, amare, vivere con lentezza, assaporare le cose, pensare molto, raccontarsi storie e andare a fondo, una a cui piacciono i libri che ti arrivano a casa, i regali ben impacchettati, le mattinate piene di sole dedicate a un calmo spacchettamento.

In virtù di questo fatto ho ripreso l’articolo del Guardian, l’ho riletto con attenzione e ho selezionato i dodici libri che vorrei regalarmi virtualmente quest’anno: sono solo dodici, uno per mese, ma se sono in questa lista c’è una ragione, e se mi arrivassero avvolti in carta bianca, abbelliti da un nastro blu, saprebbero di poter godere di almeno una domenica dedicata soltanto a loro.

Etta and Otto and Russell and James di Emma Hooper (Fig Tree)
(agrodolce romanzo d’esordio di un’autrice canadese, ambientato tra le distese sterminate del Saskatchewan: e dove c’è Canada, per me, c’è casa, almeno letterariamente parlando)

The First Bad Man di Miranda July (Canongate)
(è il primo – spumeggiante – romanzo della regista di Me & You and Everyone We Know ed è piaciuto a Lena Dunham, il che è abbastanza una garanzia)

Trigger Warning di Neil Gaiman (Headline) e We Are Pirates di Daniel Handler – aka Lemony Snicket (Bloomsbury)
(perché quando escono libri di Neil Gaiman e Lemony Snicket le regole sono ferree: ci si procura un week-end libero, un divano, una copertina, del cioccolato, e si stacca la spina dal mondo)

The Buried Giant di Kazuo Ishiguro (Faber)
(torna Ishiguro, che con Quel che resta del giorno, tradotto da Maria Antonietta Saracino per Einaudi, mi ha spezzato il cuore tanti anni fa)

Landmarks di Robert Macfarlane (Hamish Hamilton)
(io di Macfarlane ho molto apprezzato Le Antiche vie [Einaudi, trad. Duccio Sacchi], intenso elogio del camminare che ci ricorda che c’è un legame indissolubile tra strada e racconto)

The Wolf Border di Sarah Hall (Faber)
(lupi, terre selvagge e Lake District: già questo basterebbe, ma in più Sarah Hall è una delle migliori scrittrici angolofone del decennio, a mio parere)

God Help the Child di Toni Morrison (Chatto & Windus)
(diciamocelo, cosa sarebbe la vita senza Toni Morrison?)

Adventures in Human Being di Gavin Francis (Profile Books)
(perché io da quando ho letto Mary Roach voglio adottare un divulgatore scientifico americano, o, nel caso di Francis, scozzese)

Walking Away di Simon Armitage (Faber)
(uno di quei libri di viaggio che piacciono tanto a me, perché nascono da un’idea a dir poco singolare: in questo caso un poeta percorre a piedi la costa sud-occidentale dell’Inghilterra offrendo le sue poesie in cambio di ospitalità)

Deep South di Paul Theroux (Hamish Hamilton)
(lo scrittore di viaggio per eccellenza arriva negli Stati Uniti del sud e io lo seguo, che dopo True Detective le paludi americane mi fanno un certo effetto)

• La nuova biografia (ancora senza titolo) di Charlotte Brontë firmata da Claire Harman per Viking
(no, davvero: c’è bisogno di chiedere perché?)

Credits: Quella ritratta in questa foto non è Heywood Hill: è una libreria di Earls Court e Barbara ci ha passato pomeriggi interi durante un viaggio a Londra. Fun fact: durante quel viaggio ha dormito in un hotel che ha poi vinto l’invidiabile titolo di “albergo più brutto d’Inghilterra”.

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