Sabato scorso io e Chiara eravamo al FreelanceDay, una giornata ricca di spunti interessanti e dritte utili per i lavoratori in proprio (o #solopreneur, proprio così, con l’hashtag, come ci piace chiamarci). E insomma ce ne stiamo lì, col bicchierino di plastica pieno di caffè in mano, che lanciamo saluti e sorrisi qui e là – manco fossimo sul red carpet degli Oscar – ed elaboriamo già il calendario editoriale del blog per i prossimi sette mesi e mezzo, quando a un certo punto Chiara si fa seria seria e mi dice: “Ti senti mai come Desmond, tu?” Io la guardo con l’occhio sbarrato, come se fosse impazzita (del tutto). “Come Desmond, di Lost” spiega lei. “Come se certe volte le cose che facciamo fossero l’equivalente di premere un pulsante ogni 108 minuti perché altrimenti succede nessuno-sa-cosa”.

Push the button (nella buona e nella cattiva sorte)

Io me lo ricordo ancora, il giorno in cui per me Lost ha smesso di essere un telefilm ed è diventato un capolavoro narrativo assoluto. È stato proprio il giorno in cui, durante la prima puntata della seconda stagione, Desmond fa la sua comparsa, e tutti capiamo che è fondamentale che sulla tastiera del computer che si trova nella stazione in fondo alla botola venga immessa ogni 108 minuti una precisa sequenza di numeri seguita dal tasto EXECUTE, o cose terribili accadranno.

Quali siano queste cose terribili non lo scopriremo per molto tempo: ma il semplice espediente di trovare un compito apparentemente inutile, ripetitivo e inspiegabilmente cruciale da affibbiare ai poveri naufraghi mi è sempre sembrato il primo guizzo di vero genio di J.J. Abrams e compagnia. Per me Lost è ancora il capolavoro televisivo per antonomasia: tra interpretazioni simboliche, regia spericolata, trame, sottotrame e mitologie parallele perpetrate dai fan sui social network, bonazzi da svenimento spiaggiati seminudi su un’isola deserta (ti bramo ancora, Sawyer) e tecniche narrative rivoluzionarie, per le prime tre stagioni ci ha tenuti letteralmente incollati al divano, ponendosi a un livello che nessun altro telefilm aveva mai raggiunto prima. “Il mistero è il catalizzatore dell’immaginazione, ed è più importante della conoscenza stessa”, aveva detto J.J. Abrams all’epoca. E tutti avevamo gridato al miracolo.

Poi, semplicemente, via via che si avvicinava al finale, Lost si è perso (pun not intended). Le sottotrame si sono fatte troppo intricate, le spiegazioni tardavano ad arrivare o erano semplicistiche, e noi che continuavamo a guardarlo ci siamo sentiti esattamente come Desmond, solo nella stazione sotto la botola a pigiare un bottone senza sapere perché lo faceva. E quando Chiara mi ha prospettato che ci si potesse sentire così rispetto al proprio blog, alla propria creatura, allo strumento principe della nostra promozione professionale, volete sapere cosa ho pensato io? Ahia, ho pensato. Colpita e affondata. Perché è vero, e se anche non lo si dice ci passiamo tutti, noi che vogliamo autopromuoverci-vendercimeglio-raccontarci. Mettere su un sito, un blog, una struttura social, è entusiasmante e bellissimo. All’inizio. Poi magari continua ad esserlo, ma alla bellezza e all’entusiasmo si aggiunge una stratificazione di priorità altre, di cose da fare, di tempo che manca, di spremute d’arancia da preparare per bambine malate. E continuare a portare avanti la baracca con la stessa spinta propulsiva dei primi giorni può essere difficile.

Un giorno questo blogging ti sarà utile. Ma nel frattempo?

Tutto questo lo pensavamo da un po’, ma l’abbiamo sputato fuori proprio quel sabato, proprio durante quell’evento, perché eravamo reduci, dovete sapere, da due interventi rivelatori: quello di Francesca Marano, creatrice della rete al femminile C+B, che ci ha spiegato che non appena la nostra attività fosse decollata avremmo potuto delegare a terzi parte dei compiti a essa collegati (“Evvai” ho pensato io, “ricopro d’oro  qualcuno e non tocco mai più Twitter se non per scrivere cretinate taggando le mie amichette”) e quello del mattatore della giornata, Fulvio Romanin di ensoul, che ci ha spiegato che il nostro lavoro vale, e che prima o poi ne raccoglieremo i frutti. Una visione da “un giorno questo dolore vi sarà utile”, insomma, che è quella che ogni aspirante freelance si trova davanti quando spulcia la Rete alla ricerca di spunti su come iniziare la sua nuova attività. Il discorso vale in special modo per chi ha un blog: di articoli su come dar vita a un blog se ne contano a migliaia, comprensivi di infografiche, tutorial, servizi di consulenza e template gratuiti. Come abbondano, in effetti, gli articoli e le riflessioni su cosa fare una volta che l’iniziativa intrapresa avrà avuto abbastanza successo: diventerò la nuova Blonde Salad? Fatturerò milioni solo scrivendo post? E se sì, devo aprire la partita IVA?

Quello di cui non si sa molto è il limbo che sta in mezzo: quell’interregno che va dal momento in cui il blog lo apri al momento in cui il blog decolla (sempre che sia destinato a farlo, ovviamente). Come si resiste in quel periodo lì? Quali strategie si mettono in atto per sviluppare resilienza e tenacia, per non mollare, per trovare ogni volta la motivazione, per trasformarsi in Desmond e premere un pulsante ogni 108 minuti senza sapere perché lo si fa ma senza mai smettere di farlo e soprattutto senza mai smettere di credere che lo si sta facendo per un’ottima ragione?

Qualche dritta per non mollare (e per non farne un dramma)

Questa è la domanda da dieci milioni di dollari, quella su cui qui a doppioverso ci arrovelliamo ogni giorno. Perché la verità è molto semplice: noi siamo in quel limbo. Camminiamo in quell’interregno. E per non sentirci sperdute, e per non rimanere senza risposte quando una delle due chiede all’altra se per caso non si senta mai come Desmond, abbiamo dovuto rivedere alcune posizioni, creare strategie. E crearci il nostro personalissimo vademecum. Che non pretende di avere risposte universali, ma almeno ci segnala quando stiamo perdendo la rotta, quando quella che vediamo non è la barca di Penny (cit). E che suona più o meno così:

1) Non aprire un blog pensando ai soldi o alla fama

In un articolo del 2006, l’imprenditore e guru informatico Paul Graham scriveva: “Io credo che l’unico giudizio che dovrebbe interessarci sia quello dei nostri amici. Non ci si dovrebbe preoccupare del prestigio. Il prestigio è l’opinione del resto del mondo, ed è una calamita molto potente che deforma anche le nostre convinzioni rispetto a ciò che amiamo. Ci porta a lavorare non per quello che ci piace, ma per quello che vorremmo ci piacesse”.
Il messaggio è dunque: trova ciò che ti piace (non quello che “dovrebbe” piacerti), dedicagli cura e tempo, ma non crearti aspettative irrealistiche, o al primo accenno di insuccesso mollerai tutto. E non lasciare che sbagliare o rallentare in quell’ambito ti faccia sentire come se avessi fallito in ogni altro campo dell’esistenza. Non siamo tutti Blonde Salad, nel mondo ci sono anche le doppioverso. E va bene così.

2) Tutto ciò che vale la pena richiede tempo (e impegno)

Questo è un po’ il nostro mantra anti-ansia: non si completa una maratona senza essersi allenati per diversi mesi, non si costruisce una Porsche che accelera da 0 a 100 km/h in 3,8 secondi senza anni di studi, non si crea un blog che piaccia senza un po’ di fatica. In una riflessione molto bella di qualche anno fa Maria Popova, creatrice del sito Brainpickings, sostiene che la nostra cultura ha dimenticato che un bocciolo non diventa un fiore senza passaggi intermedi. Abbiamo perso la fascinazione del veder sbocciare le cose, dice la Popova, e questo ci rende esigenti e impazienti. Ma la verità è che ogni cosa che meriti un applauso richiede anche tempo e dedizione. Non abbiamo mai pensato di diventare blogger di successo in poche settimane. Ma facciamo quello che sappiamo fare, speriamo di farlo bene e accettiamo l’eventualità di fare errori o scelte sbagliate durante il percorso.

 3) Sii flessibile

A proposito di cose sbagliate: per chi gestisce un blog, è difficile non immaginare che ogni post crei una sorta di gabbia della personalità all’interno della quale si finisce spesso per stare un po’ stretti. Se abbiamo detto una cosa, pensiamo, allora siamo il tipo di persona che dice quelle cose. E da lì non si esce, se non a rischio di sembrare incoerenti. Questa tendenza è pericolosa per due ragioni. La prima è che la noia e la ripetitività sono per un blogger come il bacio di un dissennatore: rischiano di risucchiargli via ogni entusiasmo, quindi non reiventarsi significa spesso morire. E la seconda è che anche le posizioni più originali e innovative, quando si fossilizzano, diventano reazionarie. Quindi concediti il lusso di cambiare idea, di sviluppare nuove opinioni, di rivedere vecchie posizioni: ne guadagnerai tu, il tuo blog e la tua voglia di rimetterti in discussione con un nuovo post.

4) Sii generoso

Quando si apre un canale di comunicazione con l’esterno (e i blog sono esattamente questo) i migliori risultati arrivano con la condivisione. Non ha senso inaugurare uno strumento di approfondimento se non si vuole condividere con altri tempo, ricerche, riflessioni. Quindi sii generoso: dona ai tuoi lettori un prodotto curato, risposte puntuali e personalizzate, spiegazioni, spunti di riflessione, piccole chicche da serbare. Essere generoso è anche un ottimo sistema per non perdere di vista il bello di ciò che fai, e quindi per non smettere di farlo.

 5) Concediti una pausa

Non c’è niente di più pericoloso per un freelance in burnout che non concedersi pause. E non intendiamo pausa solo nel senso di riposo, ma anche nel senso di tregua dal tentativo costante di trovare idee, elaborarle, metterle su carta, rivederle. A volte gran parte del processo creativo avviene per sedimentazione: anche la noia ha la sua importanza, se sappiamo sfruttarla come bolla di immobilità in cui lasciare che le idee trovino il posto che compete loro.

6) Il blog è un mezzo, ma il fine siamo noi

In un discorso tenuto per il TED qualche tempo fa l’antropologo Simon Sinek esplora le ragioni per cui alcune realtà (persone, aziende) hanno successo a altre no. Secondo Sinek, che prende la Apple come esempio perfetto di comunicazione efficace, il segreto per avere successo è rendersi riconoscibili. Anzi, non solo riconoscibili: unici. L’azienda di Steve Jobs, sostiene lo studioso, produce computer e device particolamente intuitivi da usare. Ma nessuna delle sue campagne pubblicitarie è basata su questa caratteristica. Si compra un iPod non solo e non tanto perché è più semplice da utilizzare rispetto agli altri lettori mp3, quanto perché ci si percepisce come parte del “movimento ‘think different’” promosso dalla Apple.
Il blog è per il blogger lo strumento di promozione per eccellenza: merita la stessa attenzione di quanta ne merita una campagna pubblicitaria. Il prodotto pubblicizzato deve essere la priorità, questo è ovvio, ma trovare il modo di venderlo mettendoci la faccia, raccontando una storia, rispecchiando i propri valori è più efficace e divertente che farlo senza coinvolgimento.

7) Ricordati perché lo stai facendo

Nel suo libro The Happiness Project: Or, Why I Spent a Year Trying to Sing in the Morning, Clean My Closets, Fight Right, Read Aristotle, and Generally Have More Fun la psicologa americana Gretchen Rubin avverte che il segreto della felicità è trovare qualcosa che sia “più grande di noi” a cui dedicarci con passione. Se riusciamo a farlo, tutto il resto (il successo, i guadagni, la fama) è un sottoprodotto. E, se smettiamo di preoccuparcene troppo, è più probabile che quelle cose arrivino comunque, anche se magari con i loro tempi e non seguendo i nostri desideri. La morale? A volte dobbiamo ricordarci che facciamo quel che facciamo perché ci piace. E quando non ci piacerà più, potremo smettere di farlo. Tutto il resto (i “dovrei”, “la gente si aspetta”, “chissà che penseranno”) è solo fuffa.

8) #Staisereno: finché non fatturi è solo un blog

Tutti i consigli di cui sopra sbiadiscono rispetto al concetto più importante. A meno che tu non sia davvero The Blonde Salad e guadagni milioni di euro l’anno solo postando polaroid della tua ultima borsa vintage, fai quel che puoi e lascia il resto a marcire. La verità che tutti dobbiamo (ahimé) accettare è questa: se una cosa è una priorità, troveremo tempo di farla. Se non lo troviamo, è perché quella cosa non è una priorità in quel momento.

In fondo, anche Desmond un paio di volte ha lasciato correre il timer oltre i 108 minuti consentiti. Oddio, è vero, la prima volta ha fatto schiantare un aereo, ma ricordati che senza di lui e senza quello schianto non avremmo mai avuto la serie più innovativa degli anni 2000, e soprattutto non avremmo avuto sei anni di Sawyer in mutande.
A buon intenditor…

 

 

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