Eccoci arrivati al secondo dei cinque post-appuntamenti che, come vi anticipavamo la settimana scorsa, vogliamo dedicare a ripercorrere la strada fatta da doppioverso da gennaio a oggi, nel tentativo di sistematizzare quanto abbiamo imparato finora e, auspicabilmente, aiutare eventuali altri traduttori che come noi abbiano voglia di avventurarsi online alla ricerca del Santo Graal del personal branding.

Dicevamo l’altra volta di come a farla da padrona in iniziative del genere debba essere secondo noi prima di tutto la voglia di uscire dal guscio, di interfacciarsi con i propri simili, all’insegna della ricerca di contenuti di qualità, originali e autentici. Bene, ora siete prontissimi, carichi a molla: da domani il Web non sarà più lo stesso, vi fate il sito!

Dunque, piccola premessa (forse superflua ma non si sa mai): mettere su un sito oggi, per un traduttore o freelance in genere, significa qualcosa di molto diverso da quello che poteva significare anche solo una decina di anni fa. Da una parte è più semplice, perché la disponibilità di piattaforme gratuite (o semigratuite a seconda della formula che si sceglie di adottare) come WordPress e Blogger dà la possibilità, specie a noi nostalgici del buon vecchio Splinder, di muoverci autonomamente e con una certa agilità nella progettazione e nell’aggiornamento del nostro sito, di integrarlo con i social, di arricchirlo di contenuti multimediali.

Dall’altra però, proprio per questo stesso motivo tutto diventa più complesso, perché il sito-vetrina con tutto il suo bell’elenco di copertine messe in ordine cronologico e il portfolio con bio è un modello che sta andando inevitabilmente perdendosi; e mantenere vitale, produttivo e “interattivo” un sito che ha anche un blog e (come minimo) una pagina Facebook e un account Twitter – perché il buon senso e il marketing suggeriscono entrambi che qualunque contenuto è “nullo” se non viene veicolato – è uno sbattone mica da ridere, un lavoro nel lavoro (soprattutto se per tua indole naturale i cani alsaziani del senso del dovere ti mordono le caviglie notte e giorno e tu e la tua compagna d’avventura vi siete pianificate un calendario editoriale che manco BuzzFeed).

Comunque, a prescindere da quanto aggiornerete e da quanto imperverserete sui social (dato, questo, che non potete conoscere in anticipo: come vi accennavo altrove all’epoca della genesi di doppioverso il blog era una componente assolutamente accessoria del nostro progetto, talmente accessoria che ad appena due mesi di vita abbiamo già dovuto fare il primo restyling portandolo in homepage perché inizialmente non lo avevamo previsto), i baby step da intraprendere all’inizio, cardine di qualsiasi impresa si voglia tentare online, sono a mio avviso sostanzialmente tre:

  • l’individuazione delle best practice nel tuo settore di competenza,
  • la scelta del nome,
  • la focalizzazione di una nicchia di riferimento e di conseguenza di una propria identità e di un proprio stile (o tone of voice, se vogliamo dirla con i socialmediagurucosi).

L’individuazione delle best practice è in sostanza la risposta più esauriente possibile alla domanda: che si dice in giro?

Qualsiasi argomento vogliate affrontare sul vostro sito/blog, sappiate una cosa: qualcuno online già ne scrive, a meno che non vogliate dedicare un blog alle tecniche di acconciatura delle pinne caudali dei pesci rossi appena nati (anche lì, però, non ci metterei la mano sul fuoco). Quindi la prima cosa da fare è una bella ricerca su Google (magari multilingua, nel nostro settore può essere particolarmente utile) per vedere chi – e come – parla delle tematiche di nostro interesse.

Ovviamente l’intento non è copiare (è la prima legge del mercato: offrire qualcosa di più per essere unici, le copie non vanno granché lontano) quanto piuttosto trovare fonti di ispirazione anche e soprattutto procedurale: ogni quanto postano i blog che più ci piacciono? Che social usano? Ma soprattutto… perché ci piacciono così tanto? Nello specifico dell’editoria e della traduzione, in questa attività di perlustrazione io e Barbara abbiamo scoperto dei veri e propri mondi: il blog di Federica Aceto, che a dire il vero già conoscevamo, diretto, lucido e senza fronzoli come lei; quello dell’inossidabile duo di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, ottimo esempio di come l’essere in due possa diventare una risorsa per potenziare e non annullare le specificità di ognuna; i due siti e i profili social della gossip girl dell’interpretariato-traduzione, Valeria Aliperta, il cui blog è una vera e propria miniera di risorse dedicate all’autopromozione e al branding oltre che di suggestioni visive derivanti dall’estrema cura nell’uso delle immagini e delle grafiche. Solo per citarne alcuni.

Non solo: da questa attività di monitoraggio possono nascere, ancora una volta, sinergie e incontri fortunati, o anche solo belle coincidenze, che vale comunque la pena di esplorare.

La scelta del nome

Qui avete due opzioni: o fare una scelta SEO-oriented, quindi scegliere un nome che corrisponda al modo in cui si presume verrete cercati (che so, RizzoTraduzioni) oppure buttarvi sul concettuale. Noi abbiamo optato per questa seconda possibilità, un po’ per forza di cose perché la nostra “creatura” aveva una natura bifronte difficilmente gestibile altrimenti, e un po’ perché non essendo un’agenzia ci premeva che in nessun modo si potesse equivocamente supporre uno statuto aziendale.

Se farete una scelta simile alla nostra, cercate di optare per un nome non troppo lungo, non troppo arzigogolato, non troppo difficile da pronunciare o scrivere per eventuali committenti stranieri, magari che dia il senso di quello che ritenete l’asse portante, lo stato d’animo del vostro blog ma senza circoscriverlo troppo. (Noi abbiamo scelto ad esempio di evidenziare la dualità insita nel progetto: sottolineando da un lato il fatto di essere così diverse – di puntare in direzioni differenti, per così dire, su ogni cosa – da incastrarci alla perfezione, e dall’altro il fatto che ci muoviamo in un universo in cui le parole prendono una doppia direzione, passando da una lingua all’altra e viceversa.)

La focalizzazione di una propria nicchia e di un proprio stile

Secondo Seth Godin, guru americano del marketing digitale dall’inquietante somiglianza con il frontman dei fu Vernice, nell’era di Internet la chiave del successo passa dalla capacità di intercettare quelle che lui chiama “tribù”. La tribù consiste in un gruppo di persone accomunate da uno specifico problema, interesse o esigenza indipendentemente dal loro status, età, background, ed è quindi un qualcosa in più rispetto al “target” che è invece definito da elementi prettamente demografici. Focalizzare una nicchia vuol dire trovare la propria tribù, ovvero la richiesta – o il genere di richieste – che accomuna un gruppo di persone e a cui tu sei in grado di far fronte offrendo le tue competenze.

Anche la focalizzazione si costruisce a mio avviso in corso d’opera: solo registrandoci a Google Analytics e curiosando tra le statistiche di doppioverso abbiamo avuto modo di notare quali fossero i contenuti più apprezzati e che caratteristiche avessero (e da dove arrivassero) gli utenti che ci leggevano, per cui oggi sappiamo che in genere la nostra lettrice tipo è donna, appassionata di libri ma anche di musica e serie Tv, di età compresa tra i 25 e i 40 anni, e lavora (o aspira a lavorare) in ambito culturale.

Anche per chi vuole esserci ma senza impegno è comunque un insight interessante, perché è comunque bello sapere chi ti legge, da dove e cosa cerca quando capita sul tuo sito (fosse anche “sette giorni senza cambiarsi le mutande”, true story).

Una volta compiuti questi passaggi preliminari (e, auspicabilmente, una volta cambiate le mutande) è giunto il momento di buttarsi: salite sul trampolino e tuffatevi, il magico mondo di Internet non aspetta che voi.

Vi state forse chiedendo dove sia il trampolino? Non temete: ve lo raccontiamo nel prossimo post.

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