Quando io e Barbara abbiamo deciso di dar vita a doppioverso, la spinta di base era semplice, direi quasi elementare: nessuna delle due, sebbene traducessimo da diversi anni e passassimo diverse ore al giorno incollate al PC a macinare cartelle su cartelle, aveva un suo sito web. Ci informavamo, leggevamo post e articoli di qua e di là, eravamo aggiornate su questo e su quello, ma in silenzio, sullo sfondo, senza intervenire, un po’ come la quindicenne treccioluta che alla festa del liceo se ne sta con un bicchiere di Coca Cola in mano, seminascosta dietro a un ficus, a guardare i compagni di classe che limonano selvaggiamente.

Il motivo è facilmente intuibile per chiunque ci conosca: entrambe siamo due cervellotiche perfezioniste (guai a intraprendere qualcosa se non siamo più che sicure di poterlo fare ai limiti dell’eccellenza), entrambe pensiamo tantissimo e ci costruiamo interi mondi in testa. Ma dalla fantasticheria all’azione ce ne passa. Di conseguenza siamo sempre state brave, precise e puntuali, ok, ma il povero malcapitato potenziale committente che avesse voluto cercarci su Google – cercare proprio NOI – avrebbe trovato, per quanto riguarda la sottoscritta, almeno 3 pagine di Lady Matacena prima di scovarmi, e su Barbara avrebbe ottenuto come primo risultato il suo commento entusiastico a un oscuro corso di scrittura creativa frequentato a 20 anni.

Incontrandoci, siamo state un po’ il detonatore l’una dell’altra, e al magico grido di #daje, che è un po’ il nostro mantra portafortuna, ci pungoliamo e incitiamo e strappiamo all’immobilismo. A distanza di sei mesi dalla nascita di doppioverso, qualcosa sicuramente deve aver funzionato, visto che sempre più spesso ci viene rivolta, soprattutto da aspiranti traduttori che immaginano noi abbiamo una buona risposta, la domanda: “Come faccio ad aumentare la mia visibilità sul web? Come faccio a fare personal branding e a farmi notare?”

La formula magica non ce l’abbiamo, lo stesso doppioverso è un work in progress, una creatura a sé che vive di vita propria e ha preso e prende spesso tangenziali diverse e lontanissime rispetto a quello che tremebondamente avevamo immaginato e programmato in partenza (tanto per dirne una, mentre sedute al tavolo della mia cucina disegnavamo su un fogliaccio volante lo schizzo della home e del menu, ricordo distintamente che ci siamo guardate negli occhi e ci siamo dette “Eh, il blog… Chissà se avremo cose da scrivere, magari lo mettiamo un po’ infognato…” Seeee, vabbè). Nonostante tutto abbiamo deciso di farcela davvero, questa domanda, anche per capire meglio come proseguire in questa nostra avventura, e nelle prossime settimane proveremo quindi a sistematizzare, in quattro post monotematici, quelle due o tre cose che ci sembra di aver imparato nella pratica di questi pochi mesi.

 

Non farlo per soldi ma per il networking

Prima di spiegare come organizzare un sito/blog personale, però, vorrei fare un passo indietro e affrontare una domanda che sta ancora più a monte: Perché? Perché un traduttore editoriale dovrebbe preoccuparsi di personal branding? Che senso ha puntare alla promozione della propria visibilità e delle proprie competenze in un settore stantio come quello dell’editoria, in cui gli editori tendono a rivolgersi com’è nella normale natura delle cose sempre agli stessi fornitori che conoscono e/o di cui si fidano e quindi per tradurre quella determinata tipologia di libro chiameranno sempre il tal traduttore finché non morirà oppure morirà l’editore e arriverà un editore nuovo che si porterà appresso la propria scuderia di traduttori conosciuti e/o fidati?
Ecco, secondo me, almeno all’inizio, costruirsi una presenza online solo e unicamente nella speranza di procacciarsi clienti non può funzionare ed è utopico. Perché è vero che i redattori delle case editrici stanno anche loro incollati alla tastiera tutto il giorno, è vero che il CV non basta più (e quando mai è bastato?) per trovare lavoro e oggi le aziende guardano anche all’attività online e sui social per valutare potenziali candidati, ma le voci del web sono mille milioni e sperare che così, out of the blue, proprio la nostra venga notata rischia di farci andare incontro a facili delusioni.

Per come la vedo io il vero plus del personal branding e della presenza online consiste nella sua capacità di moltiplicare esponenzialmente le occasioni di networking. Agli inizi della mia carriera di traduttrice mi è capitato di tradurre diversi articoli a proposito della “teoria dello sciame” – in quei casi applicata al terrorismo, ma è per capirci. La teoria dello sciame studia i sistemi auto-organizzati, molto diffusi nel mondo animale (due modelli calzanti sono per esempio le colonie di insetti o gli stormi di uccelli) nei quali un’azione complessa scaturisce da una sorta di “intelligenza collettiva”: in altre parole, mentre il singolo individuo ha capacità, conoscenza e competenze limitate, lo sciame – per la logica secondo cui l’unione fa la forza – è in grado di gestire e risolvere situazioni complesse. In altre parole ancora, da soli non siamo nessuno, ma insieme conquisteremo il mondo. E questo è molto vero, soprattutto per un mestiere come quello del traduttore che almeno nell’immaginario collettivo rischia di relegarci nelle nostre stanzette, testa china sul dizionario, esposti al più insano sfruttamento anche dal punto di vista economico perché tanto non ci parliamo tra di noi e semmai ci facciamo solo la guerra: dopo la nascita di doppioverso, gradualmente siamo passate dallo status di lettrici passive a quello di interlocutrici attive, non anonime, e in più abbiamo conosciuto diversi colleghi e addetti ai lavori del mondo dell’editoria – a diversi stadi di esperienza professionale rispetto a noi – che ci hanno fornito interessanti spunti di riflessione, in alcuni casi anche contatti importanti e, a tendere, opportunità professionali.

 

Il chiacchiericcio social non basta: servono contenuti originali

Occhio, però. Per fare personal branding – o quantomeno per farlo in maniera proficua – non basta attivare una serie di canali social, intervenire alla spasmodica ricerca di interazioni e contatti e infilarsi in quante più conversazioni possibili, riciclando articoli e contenuti e rimbalzandoli di qua e di là come mosche impazzite. Nel nostro settore è, purtroppo, una pratica assidua: ci sono quelli – avete presente? – che commentano ogni post, che likano la qualsiasi, che intervengono in tutte le mailing list, che si complimentano per ogni uscita, senza dire fondamentalmente nulla, dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Per come la vedo io, così come per le interazioni che hanno luogo nel mondo reale, anche nel web è importante l’ascolto, la reazione e – soprattutto – la produzione di contenuti. In altre parole, vale la regola d’oro, coniata dal buon vecchio Bill Gates, del Content is king. È il contenuto a fare la differenza. Un contenuto che dev’essere di qualità, originale e – per soddisfare i primi due requisiti – autentico nell’accezione più personale del termine.

 

Parla di ciò che sei, non solo di ciò che fai

Il marketing, anche e soprattutto di se stessi, non passa più attraverso il rapporto ingessato, formale, attraverso l’interazione tra aziende o nella migliore delle ipotesi tra azienda e consumatore. È un qualcosa che collega le persone, che crea delle sinergie. Lo illustra bene in un libro illuminante e illuminato uscito di recente – e che a mio avviso andrebbe quanto prima tradotto in italiano – il socialmedia guru Bryan Kramer, tra i 25 top influencer al mondo secondo Forbes, padre della teoria dell’H2H, Human To Human, che spiega come il web e i social media ci consentano sì di conversare con altri individui, ma per sfruttare al meglio le loro potenzialità occorra ritrovare l’aspetto umano in questo dialogo con l’audience, cioè con delle persone, non con un target. “La strategia – spiega Kramer – è condividere ciò che ci rende umani, far leva sulle emozioni per collegarsi in rete con le persone e saper celebrare con onestà i momenti deboli perché ci rendono umani e credibili”. È con la semplicità, l’empatia e l’onestà nell’imperfezione che si costruisce la fiducia, premessa fondamentale per avere successo sul web.
E forse ha ragione: chiedetelo al Monaco Telonio.

Credits: La foto del post è di chiarashine ed è protetta da licenza Creative Commons.

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