Se siete mamme e siete freelance (soprattutto freelance che lavorano da casa, perché non sempre le due cose si equivalgono) avrete letto tutte quel post (o quei dieci, cento, MILLE post) in cui un’altra mamma/blogger/freelance vi spiega come e perché lavorare dopo aver fatto figli sia più stancante, difficile, faticoso e caotico di prima, e magari vi offre anche una dritta (o dieci, cento, MILLE dritte) su come organizzarvi meglio, come mantenere la sanità mentale tra vita privata e lavorativa, come non privare i vostri bambini del prezioso tempo condiviso dicendo loro “aspetta, devo lavorare”.

Non che ci sia niente di sbagliato in questi post: ne leggo anche io a decine, spesso trovandomi d’accordo, quasi sempre annuendo convinta, così convinta che da fuori sembro una che fa headbanging a un concerto metal. Non è mica facile essere al  nostro posto: per me che devo cercare di far rientrare il più possibile tutto tra la corsa mattutina per catapultarle a scuola e quella pomeridiana per andarle a riprendere (e non ce la faccio quasi mai), per loro che non capiscono come mai io debba per forza stare al cellulare mentre spalmo la Nutella sul panino, per Barbara che deve incastrare i nostri sogni di gloria e le mille cose che vorremmo fare con doppioverso tra i loro saggi di danza e le loro gare di pattinaggio, per i nonni che non capiscono come mai la nostra casa non splenda e come mai alcune volte non possa precipitarmi a scuola a riprendere una figlia con la febbre se in fondo passo le mie giornate a casa a smanettare al computer.

Del resto capita anche a me: in genere, quando mi presento e dico che lavoro faccio, le reazioni dei miei interlocutori spaziano dal sorrisetto bonario alla “See, vabbè, lavori da casa?”, alla domanda da ginocchiata in pancia “Ah… ma ti pagano o hai preferito così per stare con le bambine?”, fino all’osservazione da montante alla mascella “Beata te, quindi puoi gestirti il tempo come vuoi!”.

La verità è che, come come ogni madre precaria, la cosa che veramente dovrei dire è: “Ho trentasette anni, due figlie di sette e cinque anni, un lavoro da traduttrice freelance. Ergo, sono una supereroina”. Sì, perché di fatto lo siamo un po’ tutte: ogni giorno – e pure ogni notte – la nostra vita è una lotta senza quartiere per il raggiungimento di un equilibrio impossibile tra casa e lavoro, mammitudine e traduzione, nella quale, come ci ricordano i mille post di cui parlavamo sopra, la presenza di uno o più figli rappresenta la variabile impazzita, l’elemento che rende impossibile il raggiungimento di quell’equilibrio, e fa diventare la lotta per ottenerlo eterna.

Ma sapete che c’è? Dopo qualche anno di esperienza (e pur con tutta la stanchezza e i sensi di colpa di mamma che lavora anche mentre le bimbe guardano da sole Violetta e mi chiamano per far loro compagnia), ho capito che la verità è un’altra. Le mie figlie non sono la mia variabile impazzita: sono il mio trampolino per essere una traduttrice e una freelance migliore. Sei anni fa ho smesso di lavorare in ufficio e l’ho fatto per loro, per le mie bambine: l’ho fatto per essere, quantomeno nel 90 per cento dei casi, la prima persona che vedono quando si svegliano e l’ultima che guardano prima di addormentarsi, e non me ne sono mai pentita. Perché, appunto, è difficile ma anche bello, perché siamo un trio e perché in fondo in questi anni ho imparato più cose su di me, su come mi rapporto al lavoro e su come gestirlo di quante avrei potuto impararne seduta a una scrivania, senza nessuno di molto basso a cui pensare.

Molti sostengono – scherzando ma non troppo – che l’essere mamme andrebbe inserito di diritto come valore aggiunto nel proprio curriculum, come a dire che chi ha figli ha una maggiore inclinazione al multitasking, all’organizzazione, alla gestione di imprevisti ed emergenze. In parte è vero (provate a ricordarvi che vostra figlia ha in programma per l’indomani la gita al bioparco con pranzo al sacco quando sono le 11 di sera e il frigo è vuoto…), ma non è tutto lì.

Cari tutti, io vi dico: i bambini, con le loro molte più risorse rispetto a quanto noi adulti pensiamo, sono in realtà dei maestri di vita per chi – come me – è costretto a frequentarli con una certa assiduità. Sono padroni del proprio destino, e insegnano molto, proprio nei tratti per cui il più delle volte ci irritano o infastidiscono. Non ti dicono solo dov’è il tuo mantello da supereroe, ma anche come usarlo per volare. E se tutti noi, bimbomuniti o meno, riuscissimo a recuperare un minimo della nostra parte infantile – anche di quella più capricciosa e prevaricatrice – e delle caratteristiche che fanno la forza e l’irresistibile potenza di questi nanetti, sono certa che anche il nostro lavoro ne gioverebbe. Non mi credete? Ecco qualche esempio.

IO vengo prima di tutto

Cameron Diaz, gnocchissima attrice hollywoodiana tra le principali esponenti del fronte no kids, posizione che argomenta con intelligenza ogni volta che il giornalista di turno le chiede del perché alla sua età non si sia ancora riprodotta, in un’intervista ha commentato “Non faccio figli perché voglio prendermi cura anche degli altri e se avessi dei bambini mi concentrerei solo su di loro”. Niente di più vero. È il bambino che ce lo impone. Per un bambino non esiste altro oltre a se stesso, i suoi bisogni vengono prima di qualsiasi altra cosa. Non molto tempo fa la mia secondogenita Emma, che è una che va sempre dritta al sodo, mi ha chiesto “Mamma, ma per te cos’è più importante: se io ho fatto la cacca e mi devi fare il bidet, o se ti chiama Barbara (incarnazione corporea e telefonica della mia attività lavorativa, ndr)?”. È un dilemma che può mettere in seria difficoltà, ne converrete con me. Ma il punto è questo, al netto delle basilari esigenze corporee: dai bambini noi freelance dovremmo imparare a metterci in primo piano, in cima alla lista delle priorità, a non vivere all’ombra delle pretese del cliente, almeno quel tanto che ci consenta di avere un atteggiamento sano nei confronti del lavoro e della vita in genere.

Il meglio è contrario del bene

Ora, io per natura sono una perfezionista, e questo è un tratto che mi accomuna alla maggior parte dei miei colleghi freelance. Non mi lancio in un’iniziativa se non sono convinta di saperla gestire al meglio, non mi improvviso in un’attività se non ho tutte le competenze (più una, se possibile) necessarie per svolgerla, ogni volta che consegno una traduzione (dopo averla letta e revisionata fino allo sfinimento) sono sempre incerta sul risultato e insoddisfatta perché avrei potuto fare “di più”. L’arte del bambino sta invece tutta nell’arronzare. Senza cattiveria e senza malcelato e malevolo fancazzismo, ma in genere il bambino preferisce il “fare”, il “provare” all’indugiare in attesa di una fantomatica perfezione. Così, se Alice per compito deve colorare sei illustrazioni a tutta pagina del libro di inglese, lo farà “a matita leggera senza calcare che ci si mette di meno”. Se deve mettere ordine in camera spingerà con il piede tutti i giochi sotto al letto in due minuti. Se deve arrampicarsi sulla pertica del parco giochi lo farà intrepida, senza preoccuparsi di dove riuscirà ad arrivare, e imiterà la sua amica di quinta che fa la ruota come una campionessa olimpionica saltando con le gambe a ranocchia per tutto il cortile della scuola.  Il più delle volte, le andrà bene: la maestra di inglese le darà 9, a me strafatta dalla stanchezza la cameretta sembrerà in ordine, arriverà in cima alla pertica con un sorriso trionfante e ad agosto potrà intacchinarsi esibendosi in una ruota perfetta davanti alle sue amichette del mare. Per me che ci metto tre ore a premere Invia su una mail perché “magari rileggo l’ultima volta” non c’è lezione più grande.

Insisti, persisti, raggiungi e conquisti

Per illustrarvi quanto i bambini abbiano da insegnarci in materia di “tigna” basterà che vi dica una sola parola: lettone. Avete presente il metodo Estivill, che espone una tecnica drastica – e teoricamente a prova di bomba – per evitare che il bambino invada il vostro talamo nuziale e soprattutto per espellerlo una volta che è arrivato? Conosco casi di gente che dice di essere riuscita ad applicarlo, ma le sue occhiaie bastano a smentirla. Estivill o non Estivill, se un bambino vuole dormire con voi, niente lo fermerà: né i reiterati rimbalzi degli adulti a fronte delle sue scorribande notturne, né il russare prepotente di uno o entrambi i genitori, né il surriscaldamento da eccesso di corpi sotto il piumone che porta la temperatura della stanza al livello di quello di una tenda da campeggio a Ferragosto. Il bambino farà un brutto sogno, poi avvertirà un lancinante dolore al dito mignolo, come ultima spiaggia se la farà addosso e bagnerà il letto. A quel punto dovrete prenderlo con voi. Quanti di voi vorrebbero poter mostrare anche solo un decimo di tale tenacia nel perseguire e conquistare il cliente dei propri sogni, portandolo allo sfinimento e all’offrirvi la tanto sospirata prova di traduzione? No, temo che impostare un avviso del Calendario di Gmail per rimandare ogni 20 del mese il curriculum a Internazionale non basti, ma è già un buon inizio.

Un no può cambiarti la vita

Probabilmente perché in fondo sono una madre dal polso di ricotta, ma per la mia personale esperienza non c’è modo di costringere un bambino a fare qualcosa che non vuole fare. Per i più piccoli, secondo il fronte degli psicologi e pedagogisti de noantri, è un mezzo per sondare i propri confini, per capire fino a che punto si possono spingere nel quotidiano testa a testa con il genitore per la conquista di una crescita sana e di un’educazione equilibrata, e perciò va il più delle volte contrastato, negoziato, ragionato. Ma per noi adulti freelance, quanto può essere liberatorio? Imparare a esercitare il potere del NO vuol dire imparare ad affermare la nostra personalità e professionalità, e soprattutto il nostro imprescindibile diritto a non accostarci a progetti, condizioni o anche banalmente persone che non ci ispirano, non ci piacciono o ci mettono a disagio. Se è vero che nello scenario attuale di questo nostro lavoro flessibile abbiamo l’obbligo di mostrarci positivi e ben disposti, di metterci in gioco e accettare le sfide, è altrettanto vero che ammettere i propri limiti, guardarli con lucidità, rispettarli e farli rispettare al prossimo rappresenta un atto di coraggio e fiducia in noi stessi che non dobbiamo permettere a niente e nessuno di inibire. 

Guarda sempre avanti, e non mollare mai

Non c’è niente di più miracoloso, non c’è iniezione di fiducia più grande di quella data dall’avere il privilegio di osservare un bambino che cresce (nel mio caso due). A un anno a malapena si reggevano in piedi abbarbicate al divano e oggi corrono sui pattini e fanno la spaccata a danza. Cadono dalla bici, si rialzano con le ginocchia sbucciate e rimontano in sella, subito. Incassano un tuo rimprovero, una frase brusca e magari un po’ gratuita dettata dalla stanchezza e si allontanano con le spalle curve, gli occhi stretti, i passi per una volta tanto felpati. Poi dopo due minuti tornano col sorriso, talloni d’acciaio che sbatacchiano sul pavimento, e con un lavoretto o un disegno per te. I bambini ci insegnano che una battuta d’arresto è solo una parentesi, sono la prova vivente di quanto si possa imparare, progredire. Peccato che da grandi perdiamo questa fiducia. Anche se non siamo bravi e veloci come loro ad assorbire le novità, a buttare il cuore oltre l’ostacolo e a ripartire comunque dopo aver messo un piede in fallo, dovremmo ricordarci che ne siamo capaci comunque, e che in ogni caso vale la pena provare.

Le risorse che cercavi sono già dentro di te

Il protagonista di una delle nostre storie preferite, Il paese di Solla Sulla, del nostro mito personale (ve ne abbiamo già parlato) dr. Seuss, tradotto in Italia per Giunti dall’impareggiabile Anna Sarfatti che ogni volta – non mi scorderò mai di ribadirlo – fa un lavoro che ha del miracoloso con le rime pazze di quel genio sconclusionato, è una bizzarra creaturona pelosa perseguitata dalla sfortuna, che intraprende un viaggio avventuroso e ricco di peripezie inseguendo le voci ingannevoli di chi lo esorta a cercare il magico paese di Solla Sulla, sulle acque del fiume Trastulla, laddove “soffre poco chi è là, quasi nulla”. Alla fine, il pelosone capisce che a furia di cercare in lungo e in largo quel fantomatico posto sta sprecando molto tempo e troppe energie, e che forse è il caso di iniziare a difendersi da solo. Non sapeva infatti, o forse non ricordava, di possedere un buffo bastone rotondo blu, e di saperlo usare. E in fondo è tutto quello che gli serve. Quindi ritorna sui luoghi della sfortuna da cui è fuggito, con la sua strana clava tra le mani e un sorriso tronfio e soddisfatto, perché il male esiste, sì, ma lui adesso sa come rispondere. È una storia che vi racconto perché mi piace, ma le mie figlie ce l’hanno un po’ come attitudine mentale e credo sia un tratto che contraddistingue un po’ tutti i bambini: quello di pensare che in fondo, qualsiasi cosa accada, tutto andrà per il verso giusto, e il magico unicorno dei sogni esaudirà i nostri desideri. Non dico che dobbiamo avere ciecamente fiducia nel futuro, ostinarci a pensare contro ogni evidenza concreta che la proposta che abbiamo già mandato a centoventordici editori verrà finalmente accettata e ci proietterà nell’empireo della traduzione, ma forse abbandonare la sempiterna logica del “me tapino” che sega le gambe a noi prima di tutto può essere utile.

Perché poi, del resto, i figli insegnano un’altra lezione importantissima: non c’è niente (né il mese da “disoccupate”, né il contratto capestro, né il committente tiranno) che non possa migliorare con un balletto in salotto e una tavoletta di cioccolato. Se non è saggezza questa…

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