Io sono diventata una traduttrice di testi di viaggio un po’ per caso e un po’ per fortuna. Non è una cosa per cui possa vantare un gran merito, insomma, ma mi piace. Mi piace molto, perché il viaggio mi affascina in tanti sensi: filosofico, sensoriale, narrativo. Appartengo a quella scuola chatwiniana secondo cui, antropologicamente, l’uomo è “programmato” per andare, e credo davvero che la vera scelta naturale per l’essere umano sia la cosiddetta alternativa nomade.

In questi ultimi anni, in cui mi è capitato di frequentare più del normale travel blog, diari di viaggio, guide turistiche, mi sono resa conto che questo tipo di prodotti editoriali crea nel lettore molte più aspettative di quanto all’apparenza possa sembrare (che è anche la ragione per cui chi li traduce ha più responsabilità di quanto si creda): ci aspettiamo che lo scrittore di viaggio ci illumini, che ci riveli verità esistenziali, che raccolga per noi aneddoti straordinari, che ci racconti avventure formidabili.

Ma soprattutto, ci aspettiamo che viva il sogno che noi non possiamo vivere, e che ci trasmetta di riflesso un po’ della magia di quel sogno. Come nel caso dei romanzi rosa, quando scegliamo un libro di viaggio peschiamo sempre dal mucchio quello che ci fa dire: “Ah, se solo fossi ricco (potessi prendere un anno sabbatico/non avessi il ginocchio della lavandaia/non dovessi pagare il mutuo) lo farei anche io!”

Nel mio caso, io parto/leggo per pura irrequietezza. Non tanto per scoprire nuovi mondi, esplorare realtà sconosciute, confrontarmi coi miei limiti: quanto per lasciarmi il quotidiano alle spalle, e tuffarmi in un mondo psichedelico e surreale di imprevisti possibili e cretinate irresistibili dietro cui perdere le mie giornate, senza preoccupazioni. La prima volta che ho ceduto a un impulso simile, ad esempio, sono partita per l’Inghiltera solo perché avevo sentito al telegiornale che sulla minuscola isola di Piel, al largo delle coste della Cumbria meridionale, il gestore del pub locale stava andando in pensione e cercava un sostituto. Poca roba, direte voi, se non fosse che in base a una tradizione vecchia di 170 anni, il  gestore dello Ship Inn, fondato nel 1836 e unico pub dell’isola, ha diritto al titolo di Sovrano di Piel. Chi si aggiudica il posto di publican, insomma, si aggiudica anche un’isola di 20 ettari senza nemmeno un albero, che in compenso vanta qualche foca, un castello, sei cottage per le vacanze, su cui regnare con giustizia e senso della misura. Unico requisito per partecipare al regolare concorso? Saper servire una full english breakfast preparata a regola d’arte.

Qualcosa di quell’esperienza primordiale mi è rimasta attaccata addosso, prevedibilmente, perché adesso alcuni dei miei libri di viaggio preferiti raccontano di percorsi nati dal più improbabile dei desideri: attraversare un intero paese in compagnia di una lavatrice, partire alla ricerca dei luoghi più pericolosi della terra, decidere di risalire un fiume in un barchino (sono tutte storie vere, naturalmente, e di tutte esistono testimonianze pubblicate). Mi stupisce sempre come la scintilla che accende il desiderio di partire possa essere all’apparenza insignificante, quasi ridicola; e che poi, da quella scintilla, nascano grandi cose, e che quelle grandi cose mi rassicurino sul fatto che sì, si può fare, se non avessi il ginocchio della lavandaia potrei addirittura farlo io stessa.

Ricordate la famosa frase proprio di Chatwin, che in uno dei suoi saggi si chiedeva “Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due?”. Ecco, io quella frase potrei tatuarmela in fronte. Leggere e tradurre di viaggio mi aiutano, quando il viaggio fisico è impraticabile, a placare per quanto possibile quell’irrequietezza.

Gli otto libri che seguono, e che sono il mio personale suggerimento per gli amanti delle sortite bizzarre che per qualche ragione non possono allontanarsi troppo dalla poltrona, sono quelli che meglio di altri, in questi anni, mi hanno accompagnata dove volevo andare, quando il luogo dove volevo andare era l’unico in cui potessi non essere irrequieta (o insopportabile).

  • Una cosa divertente che non farò mai più: (David Foster Wallace, tradotto da Francesco Piccolo e Gabriella D’Angelo per minimum fax)
    Non propriamente un diario di viaggio, questo libretto molto noto e amato (e non solo dai fan di Wallace) è forse il più delirante, sarcastico e intelligente reportage mai scritto, in cui l’autore racconta, dal suo personalissimo e di certo non accomodante punto di vista, una crociera extralusso ai Caraibi. Il pezzo, commissionato in origine dalla rivista Harper’s con tutt’altro intento, prende ben presto una direzione propria (il corto circuito sta tutto lì, nello scontro tra la vendita di un sogno propugnata dalla compagnia di navigazione e la visione da incubo che Wallace ne ricava), diventando un “classico dell’umorismo postmoderno” appena dato alle stampe. Bellissimo.
  • Counting Sheep: (Philip Walling, Profile Books)
    Counting Sheep è uno di quei libri bizzarri, contemplativi e vagamente involuti che solo un inglese potrebbe scrivere. Ma è anche una lettura rilassante e curiosa. Si tratta di un viaggio nell’Inghilterra rurale vista attraverso le specie ovine che la abitano (e di un delicato omaggio ai suoi abitanti). Geniale, no?
  • Gelo: (Bill Streever, tradotto da Anna Lovisolo per EDT)
    Il sottotitolo di questo libro dice tutto: Avventure nei luoghi più freddi del mondo. L’autore Bill Streever affronta il tema con rigore scientifico ma concedendo anche spazio alla poesia e alle curiosità, come è tipico di un certo tipo di divulgazione scientifica americana. L’incipit è folgorante, e vi farà venire voglia di alzare al massimo tutti i caloriferi, anche se siete in piena estate. Consigliatissimo. (Tra l’altro, la collana La Biblioteca di Ulisse, della EDT, è una miniera di viaggi eccentrici.)
  • The Lightouse Stevensons: (Bella Bathurst, Flamingo)
    Lo sapevate che il padre, lo zio e il nonno dello scrittore Robert Louis Stevenson erano ingegneri, e costruirono i primi e più importanti fari della Scozia, alcuni dei quali sono rimasti in funzione fino a pochi anni fa? In questo libro sorprendente per premesse e rigore (anche se a volte un tantino accademico) Bella Bathurst (una scrittrice, evviva!) parte alla ricerca di quei capolavori ingegneristici, raccontando nel contempo anche le selvagge e bellissime coste scozzesi e la storia non universalmente nota dei suoi abitanti.
  • Un indovino mi disse: (Tiziano Terzani, Longanesi)
    L’intramontabile classico di Terzani, che dopo l’infausta profezia di un indovino (“Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai!”) attraversa mezza Asia in treno, in nave, anche a piedi, per smascherare o ascoltare indovini, sciamani, bomoh esperti di magia nera, veggenti…
  • Shucked: Life on a New England Oyster Farm: (Erin Byers Murray, St. Martin’s Press)
    Erin Byers Murray è la seconda donna a comparire in questa classifica, nonché, in un certo senso, la scrittrice più coraggiosa. Giornalista gastronomica, ha deciso di lavorare per un anno e mezzo in un allevamento di ostriche del Massachusetts, senza sapere nulla del pregiato bivalve. Non esattamente un diario di viaggio (la Byers Murray rimane stanziale, in fondo), il suo libro offre, oltre al resoconto del metodo di produzione delle ostriche, anche uno spaccato quasi documentaristico della costa del New England e dei suoi abitanti che io ho trovato commovente.
  • Scoperta dell’Irlanda di bar in bar: (Pete McCarthy, tradotto da Sonia Pendola per Guanda)
    Pete McCarthy decide di seguire la propria “memoria genetica” visitando il suo paese d’origine. La cosa curiosa è che lo fa impegnandosi a entrare in ogni pub/bar/locale che si chiami come lui (ovvero McCarthy’s e varianti). Divertente, a tratti lirico, molto irlandese.
  • Around the World in 80 Martinis: (Vic Darkwood e Gustav Temple, HarperCollins)
    Ve l’ho già detto che io adoro Vic Darkwood e Gustav Temple? Ecco, io adoro Vic Darkwood e Gustav Temple. Eccentrici come solo dei veri inglesi sanno essere, in questo libro i due gentlemen decidono di ripercorrere le tappe dell’avventuroso viaggio di Phileas Fogg utilizzando un mezzo di locomozione diverso (inclusa una mongolfiera) per ogni tratta. È ovvio che la narrazione di viaggio è solo una scusa: Darkwood e Temple si divertono a prendere in giro idiosincrasie, fissazioni e manie del viaggiatore gentiluomo d’epoca vittoriana, e mentre confezionano un gioiellino di umorismo ormai (ahimè) fuori catalogo, bevono immani quantità di Martini dry.

 

Credits: la foto del post è di Christopher Chan ed è protetta da licenza Creative Commons.

 

 

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