Da quando abbiamo inaugurato la rubrica doppioverso risponde abbiamo ricevuto molte email in cui colleghi e aspiranti tali ci sottoponevano dubbi e perplessità. Alcune di queste perplessità sono piuttosto comuni, come la prima a cui abbiamo cercato di dare una risposta, ovvero “Come può un traduttore alle prime armi fare esperienza?”, altre sono più specifiche e peculiari, come quella che abbiamo deciso di pubblicare questo mese.

Qualche settimana fa ci ha scritto Miriam, laureata in giapponese e appassionata di manga, per chiederci qualche consiglio su come confrontarsi con gli editori quando si traduce da una lingua meno diffusa. Se è vero, come suggerisce Miriam, che la quasi totalità delle traduzioni in Italia riguarda libri scritti in inglese, francese, spagnolo o tedesco (le lingue rimanenti si contendono una fetta di mercato che si aggira attorno al 10% delle traduzioni totali), come può un collega che lavora con il rumeno, l’islandese, il portoghese o l’ungherese, trovare uno spazietto nel nostro già affollatissimo mercato editoriale? Come si convince un editore generalista (i casi di editori specializzati in determinate aree linguistiche e geografiche, come Iperborea, costituiscono naturalmente un caso a sé) che vale la pena tradurre un romanzo turco o cinese?

Noi di doppioverso non abbiamo esperienza diretta in questo campo, visto che traduciamo entrambe dall’inglese e lavoriamo quindi con la più banale delle combinazioni linguistiche. Abbiamo perciò chiesto una mano, per aiutare Miriam, alla collega Barbara Delfino, traduttrice (non solo) editoriale la cui lingua d’elezione è il polacco. Ecco quello che ci ha scritto: a noi il suo intervento è sembrato interessante e molto divertente, speriamo piaccia anche a voi. Buona lettura!

Cosa significa tradurre da una lingua “esotica”? Già, perché il polacco, lingua dalla quale traduco, è stata più volte definita così per intendere una lingua non veicolare, una lingua dalla quale si traduce meno frequentemente. Se penso agli inverni passati a Varsavia con una temperatura che per giorni non riusciva a salire oltre i -10°, di esotico ci vedo ben poco, ma tant’è…

Quella che inizialmente era stata una scelta puramente causale, lo studio del polacco da affiancare al russo (questa un po’ meno casuale in quanto avevo il nonno emiliano comunista convinto che ripeteva continuamente che bisognava andare a vivere tutti in Russia per  star bene!), si è rivelata poi una vera e propria passione che mi ha accompagnata per tutti gli anni universitari fino alla discussione della tesi di laurea.

Frequentando le lezioni di letteratura polacca non ricordo le volte che ho sentito ripetere dalla prof. “Quest’opera non è ancora stata tradotta in italiano”, affermazione dopo la quale immancabilmente mi giravo verso la mia vicina di banco (sempre la stessa visto che eravamo in pochissimi a studiare polacco) e le dicevo “No problem, ci penserò io subito dopo la laurea”. E lei ovviamente rideva.

Terminati gli studi, con una laurea in mano e tante belle speranze in mente ho fatto una semplice addizione: Polonia + Traduzione = la mia MISSIONE.

Mi sento spesso ripetere che è stata una scelta intelligente perché sicuramente c’è poca gente che traduce dal polacco, ma se c’è poca gente un motivo ci sarà!

Sorvoliamo sul fatto che il polacco sia una lingua molto difficile, con una grammatica che ha voluto conservare tutto il conservabile dello slavo antico. È una lingua che purtroppo scoraggia anche gli editori ad avvicinarsi agli scrittori polacchi; questi mi chiedono spesso se nelle tastiere polacche hanno dimenticato di inserire le vocali, e come dar loro torto quando incappi in nomi come Przybyszewski?

Quindi il primo passo che devo fare come traduttrice è convincere gli editori che sì, questi nomi si possono pronunciare.

Ma se gli editori non si avvicinano a questi nomi come fanno a conoscerli? Ci vuole qualcuno che glieli presenti, e qui la traduttrice indossa i panni della scout e si spertica in tutta una serie di proposte, schede di lettura, segnalazioni, a volte accolte con entusiasmo, più spesso con scetticismo.

Se poi una di queste proposte viene accettata la traduttrice non può permettersi di pensare solo “è fatta, ora mi immergo nella traduzione”, perché proprio mentre starà traducendo dovrà pensare anche un po’ alla promozione…

Tradurre da una lingua “esotica” permette sicuramente di seguire tutti i vari passaggi della filiera editoriale e a questo punto non mi sentirei di definirmi solo traduttrice ma una vera e propria consulente che rende più famigliare agli editori ambienti e culture che altrimenti, troppo spesso, rimarrebbero legati a degli stereotipi.

La mia missione dura ormai da 13 anni, qualche bella traduzione, collaborazioni a festival letterari che vedono protagonista la Polonia, l’organizzazione di un premio dedicato alla traduzione da una lingua slava (Premio Polski Kot in occasione del festival Slavika di Torino) e, perché negarlo?, anche qualche momento di stanchezza e delusione.

Ma una missione è una missione, bisogna in ogni caso portarla avanti, e con entusiasmo.

Do widzenia!

Barbara Delfino

Traduttrice PL>IT

Barbara Delfino è una traduttrice indipendente, dopo numerosi corsi e seminari in giro per l’Italia e l’Europa volti all’apprendimento dei segreti della traduzione editoriale e tecnica, nel 2006 apre uno studio di traduzioni tutto suo (Studio Globus): qui si occupa a tempo pieno di traduzioni e promozione della prosa femminile contemporanea polacca.

Curiosità su traduzione & C.?

Scriveteci le vostre domande all’indirizzo chiara@doppioverso.com

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