Da qualche parte, in qualche scatolone nascosto in una cantina, io conservo ancora l’intera collana (o quasi) dei mitici Tascabili Economici 100 pagine 1000 lire della Newton Compton.

Di quei libri mi ricordo molto bene alcune cose: la rilegatura che andava in frantumi non appena li sfogliavi (il lettore esperto di 100 pagine 1000 lire si riconosceva per l’abilità con cui leggeva il libro in questione senza MAI spalancarlo); il font minuscolo, a cui devo probabilmente gran parte dei disturbi oculistici che vanto al giorno d’oggi, e che faceva risparmiare carta all’editore; le traduzioni (col senno di poi) spesso datate o malfatte; le copertine grigio tristezza; la Divina Commedia stampata in orizzontale, senza commento critico, incomprensibile.
Ma mi ricordo anche (ed è il motivo per cui quei libri li conservo) il friccicore assoluto che mi coglieva quando ne acquistavo uno nuovo. I 100 pagine sono stati il mio biglietto di ingresso nel mondo della lettura adulta. Li compravo in edicola tornando da scuola, quando ero alle medie; per arrivare a casa attraversavo a piedi l’ospedale Forlanini, un complesso straordinario costruito negli anni Trenta, che conoscevo bene perché mio padre ci lavorava come infermiere. Salivo e scendevo scale, mi infilavo in corridoi in disuso, mi affacciavo sui giardini: a metà del percorso c’era uno spiazzo aperto, al centro del quale campeggiava un albero di magnolia gigantesco. Io mi sedevo sul ramo più basso e leggevo il libro nuovo di zecca, finché non era ora di tornare a casa.

Ora, questa storia molto romantica potrebbe far credere che io stia per annunciare che è così che ho imparato l’alto valore della letteratura, che ho compreso quale sia la missione spirituale del vero lettore, ovvero leggere e interpretare il mondo, che ho iniziato a capire che quelle letture mi avrebbero resa una persona migliore, un’adulta più consapevole.

Beh, mi dispiace: non è così. Io leggevo quei libri perché mi piaceva. Sceglievo i titoli che a 12 anni (beata ingenuità) mi sembravano sconvolgenti, peccaminosi, terrificanti (per quale motivo pensate che una dodicenne dovrebbe leggere La metamorfosi se non perché l’idea di un tizio che si trasforma in uno scarafaggio fa schifissimo e appena torno a casa lo dico a mio fratello che schifo?) e da lì andavo avanti, a tentoni. Scoprendo nel processo, ma involontariamente, molte cose importanti. Le ghost stories di Ambrose Bierce, Henry James, Joseph Sheridan Le Fanu, Francis Marion Crawford, ad esempio, mi dicevano molto più sull’Irlanda, l’America e l’Inghilterra di quanto mi dicessero sui fantasmi (e di quanto facessero i libri di geografia di terza media); Il Dr Jekyll e Mr Hyde conteneva più azione di un film di Schwarzenegger, ma mi suggeriva anche cose che non capivo pienamente e che mi facevano rimanere ore su quella magnolia per leggere ancora un’altra pagina; Il naso di Gogol mi ricordava sì quella storia di Rodari che appunto a Gogol si ispirava, ma in un modo strano, sussurrandomi anche altro.
È così, credo, che nasce un lettore forte: leggendo per cercare di capire cos’altro i suoi libri preferiti stiano cercando di dirgli, per scoprirlo magari attraverso altri libri, altre letture.

Ma la molla iniziale è sempre il piacere puro. Di questo sono certa.
Riflettevo su questa cosa nei giorni passati, mentre la polemica sull’iniziativa #ioleggoperché non accennava a placarsi. Quello che c’era da dire a questo proposito è stato secondo me già detto, da Chiara nel suo post di qualche settimana fa (quindi pre-iniziativa) e da Chiara Beretta Mazzotta nella sua analisi lucida e spietata post-evento. Entrambe concordano su un paio di punti, e io con loro: primo, non è possibile invogliare un non lettore a leggere comunicandogli che lo stiamo indottrinando, che gli stiamo facendo la grazia di passargli una scienza infusa dall’alto del nostro “sapere meglio di lui quanto leggere faccia bene”; secondo, il libro non è un oggetto alieno, e va avvicinato dal basso, umanizzato, desacralizzato, reso comune, familiare, onnipresente nella vita dei non lettori; terzo, quella di #ioleggoperché era, proprio perché fallimentare in queste aree, una bellissima occasione, andata ahimé sprecata.
E io credo sia andata sprecata proprio perché questo tipo di iniziative ci presenta la lettura come un’esperienza mistica ed esoterica che, se approcciata con giusto atteggiamento sacerdotale, ci renderà individui migliori; si legge per crescere, nelle campagne pubblicitarie di queste trovate, per migliorarsi, per capire, per arricchirsi, per essere un po’ più umani. Il non lettore viene additato come un individuo a metà, un povero menomato dell’anima che se solo si decidesse a ingoiare la pillola di un bel tomo di Franzen potrebbe raggiungerci nell’Olimpo di quelli che sanno.
Ciò che si perde di vista, mi sembra, è che invece ogni lettore ha iniziato a leggere (e ancora legge) soprattutto perché si diverte. L’aspetto ludico della lettura è una cosa di cui non si parla mai, di cui non si deve parlare, un incidente di percorso sulla strada dell’illuminazione, una piccola deviazione, un peccatuccio veniale per cui fare ammenda. Se un lettore forte ammette di leggere racconti horror solo perché adora il terrore che suscitano, e adora le notti insonni passate con la luce accesa  a seguito della lettura, viene visto quasi come un traditore della causa.
Se ti piace Ken Follet quello che cerchi non è cultura, ammettilo, è solo intrattenimento!
Eppure proprio questo meccanismo si dovrebbe scardinare, io credo, per cambiare le cose. La cultura è anche intrattenimento; e quando i due elementi si amalgamano alla perfezione, il godimento è assoluto (vi dico solo questo: True Detective). Leggere è bello. Il libro è (anche) un gioco. E chi promuove la lettura a partire da questa concezione, probabilmente sta coltivando più lettori di quanti immaginano quelli che credono di poterli convincere che la medicina amara della lettura li renderà migliori.

Per questo qui a doppioverso abbiamo deciso di assegnare un piccolo premio personale a 5 siti/blog/iniziative che seguiamo da tempo, con piacere e molta ammirazione, e che secondo noi fanno tanto, tantissimo, perché il libro e la lettura vengano visti come dovrebbero. Il nostro è un elenco tutt’altro che esaustivo, come al solito: come in tutte le cose, ci siamo affidate a intuito, empatia e divertimento. Che ognuno si faccia la sua personalissima lista; e che ognuno legga solo quello che gli va.

  • La McMusa: di questa ragazza di Torino, il cui vero nome è Marta Ciccolari Micaldi, ammiriamo ottimismo e intelligenza. E il fatto che abbia saputo trasformare la sua passione in un lavoro, non aspettandosi che qualcosa accadesse, ma facendolo succedere (quando si dice l’intraprendenza femminile). Troviamo inoltre bellissimi i suoi corsi di letteratura americana: si tratta di cicli di lezioni “interattive” che si tengono in spazi molto vivaci della città come librerie, teatri o centri di aggregazione culturale, grazie ai quali Marta viaggia virtualmente per gli Stati Uniti assieme ai suoi allievi, offrendo panorami letterari lontani dai soliti cliché. Io un corso sull’Illinois periferico di David Foster Wallace, per dire, lo seguirei subito, voi no?
  • Zelda was a writer: Zelda è brava in tutto: a scrivere, fotografare, raccontare. Ogni dettaglio nel suo sito è curato, pulito, accattivante. Il suo blog ci piace senza limitazioni, ma più di ogni altra cosa ci piace la sua creatura del cuore, il Bookeater Club: si tratta di un club di lettura aperto a chiunque voglia partecipare, sul modello anglosassone, che prevede un incontro al mese (e anche piccoli gadget, creazioni curiose, segnali di riconoscimento tra anime affini, ovviamente made in Zelda). Possono aderire appassionati o semplici curiosi, e si può intervenire per dire qualcosa sul libro del mese o anche solo per stare in un angoletto e ascoltare.
  • ElectricLiterature: Electric Lit è pazzesco. Tra rubriche fisse, curiosità letterarie, link tra cui perdersi, infografiche divertenti, recensioni, interviste animate, qui gli appassionati di libri (e gli aspiranti tali) troveranno senza dubbio qualcosa che faccia al caso loro. Il lettore del futuro è già qui, basta raggiungerlo. E non troverete, in questo sito, giudizi di valore per i lettori di genere: chi visita Electric Lit sa bene che leggere Sophie Kinsella non è una cosa di cui vergognarsi. Anzi.
  • Book Riot: star dietro a tutte le cose che i curatori di Book Riot inventano ogni giorno è impossibile. Di Book Riot ci piace il fatto che trasformi i libri in immagini, suoni, video, con assoluta disinvoltura, sfruttando il potere delle nuove tecnologie e dei social per arrivare ovunque, e che questa diffusione capillare non abbia però alcun intento di conversione nei confronti dei non lettori; anzi, è più un invito a partecipare a una festa che altro. Il credo dell’iniziativa è infatti questo: Book Riot is dedicated to the idea that writing about books and reading should be just as diverse as books and readers are. So sometimes we are serious and sometimes silly. Meraviglioso, no?
  • Piccoli Maestri: Infine, ecco un’idea che rende omaggio a quel modo di pensare di cui dicevamo prima: quello per cui il messaggio da passare ai giovani per far loro amare la lettura è che la lettura è appassionante, o può esserlo, almeno quanto le serie TV che divorano ogni sera. Come raggiungere lo scopo? Così: Il progetto Piccoli Maestri nasce nel 2011 da un’idea di Elena Stancanelli, su ispirazione del lavoro fatto da Dave Eggers in America (826 valencia) e Nick Hornby a Londra (Il ministero della storie). L’idea è semplice: un gruppo di scrittori mette a disposizione un po’ di tempo e la passione per i libri, per creare una scuola di lettura pomeridiana, indirizzata ai ragazzi delle scuole medie superiori.
    Non so a voi, ma a me viene voglia di tornare a 17 anni. Per essere di nuovo quella ragazzina che si sedeva su una magnolia a leggere, per la prima, bellissima volta, La coscienza di Zeno (cominciando a fumare per l’occasione, naturalmente: perché ve l’abbiamo detto, anche i capolavori possono essere ragazzacci, ogni tanto).

Credits: La foto del post è di Peter Hopper ed è protetta da licenza Creative Commons.

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