Tra i miei obiettivi personali per il 2016, uno dei principali è quello di capire meglio come funziona Twitter per il personal branding, e utilizzarlo. Quella tra me e il servizio di microblogging creato nel 2006 dalla Obvious Corporation è una storia a dir poco travagliata. L’ho scoperto e mi ci sono iscritta per la prima volta agli inizi del 2008, dopo che mi era capitato di tradurre un’intervista fiume di Wired USA al suo fondatore Evan Williams, ma non ne ho colto immediatamente l’utilità. In quella prima fase il tono della domanda con cui si veniva accolti al momento del Login – “Cosa stai facendo?” – mi pareva solo vagamente inquisitorio e impiccionesco.

Nel 2011 ci sono tornata su, ma in modalità cazzeggio. Ho recuperato user e password e iniziato a seguire un tot di mamme blogger, account costellati da citazioni criptiche e pseudopoetiche, tweetstar dalla battuta pronta con migliaia di follower, il meteo di Torino. Una volta alla settimana sparavo qualcosa di simpatico anch’io, commentavo il Festival di Sanremo, robe così. Con la nascita di doppioverso il mio account è entrato in coma vigile, sostituito da quello di coppia, malgrado le newsletter minatorie che ogni tanto mi punzecchiavano: “Ti ricordi come si usa?”.

Poi, con l’intervento di Umberto Macchi alla Giornata del Traduttore 2015, ho capito che forse mi stavo perdendo qualcosa, che l’identità Twitter di doppioverso e quella della me stessa traduttrice e freelance “singola” non per forza si dovevano escludere a vicenda ma anzi si potevano sostenere e rafforzare, anche perché, grazie alla cassa di risonanza del blog  e dei profili ad esso collegati, non sono più una perfetta sconosciuta per i colleghi e gli addetti ai lavori, e posso sfruttare tutto questo per dare libero sfogo – e risalto – alle mie specializzazioni e ai miei interessi. Ecco quindi che il mio profilo Twitter personale, @MammaCanna – lo so, il nome è cretino che più cretino non si può, ma rammentatevi della genesi in modalità cazzeggio – poco prima di Natale è resuscitato per la terza volta.

Ora, come ormai saprete, da brava ossessivo-compulsiva io intraprendo ogni iniziativa in modalità “partita a scacchi con la morte”. Se decido di interessarmi a un tema o a un progetto inizio a documentarmi fino a diventarne espertissima, e di solito ci riesco. Con Twitter no. Twitter è una creatura mastodontica e terribile che vive di vita propria, un gigantesco Golem che pretende la tua attenzione e non ne ha mai abbastanza. Se commenti un post su una pagina di Facebook a distanza di tre giorni da quando è stato pubblicato non fa niente, sei ancora in gioco, è una modalità di comunicazione orizzontale, distesa. Twitter, al contrario, è verticale, ripido, scosceso. Se capti una conversazione dopo ore che è avvenuta è inutile intervenire, la trovi vecchia, morta, sgonfiata. L’hashtag si partorisce e si cavalca subito, o niente.

Per questo io mi chiedo: come fa la gente che vive e prospera su Twitter? Qual è la tecnica migliore per domare questo stallone imbizzarrito e far sì che ci porti al traguardo della visibilità, dell’acquisizione di nuovi clienti, del trionfo del networking? Ora, la risposta definitiva a questa domanda io non ce l’ho, non sono mica una socialmediagurucosa, anzi tutt’altro. Ma sono per natura un’ottima osservatrice, e da una prima sommaria analisi mi è sembrato di individuare tre fondamentali assi portanti del successo su Twitter: io, nel mio piccolo, per l’anno appena iniziato proverò a seguirli, con il proposito di raccontarvi poi, al termine dei prossimi dodici mesi, com’è andata.

1) Definire bene i propri interessi

Sparare nel mucchio, su Twitter, non porta a molto. Postare di tutto crea solo un disturbante rumore di fondo. La scelta che mi pare funzioni di più è quella di segmentare e mettere in luce le proprie peculiarità, fin dalla bio. Proprio per questo, appena risalita in sella ho ripulito e distillato tutta la mia attività di posting canalizzandola sui quattro filoni che rappresentano le mie specializzazioni: traduzione editoriale (twitto sui libri che mi piacerebbe tradurre e le cui proposte navigano nel limbo dell’editoria italiana), giornalismo (è la mia specializzazione traduttoria, e in questo caso posto i miei lavori con l’hashtag #TranslatingNews e commento e ritwitto i giornali per cui mi piacerebbe lavorare), comunicazione web, copywriting e vita da freelance (bacino in cui finisce un po’ di tutto, dai post di doppioverso agli articoli motivazionali) e infine tematiche umanitarie (questo è un mio pallino fondamentale sia sul piano professionale che su quello personale, e quindi la fa da padrone).

2) Uno sguardo dall’alto

Spiega Umberto Macchi sul suo blog che “il follow-back funziona un po’ come una pacca sulla spalla: se tu la dai, la persona davanti a te si gira e resta in attesa. Il tuo compito è quello di mantenere la sua attenzione e far di tutto affinché non si volti nuovamente”. Come facciamo ad accorgerci se qualcuno dei nostri follower ci ha salutati al semaforo? Esiste un modo per valutare il nostro “peso” su Twitter? Stare con l’occhio puntato sugli indicatori numerici di following e follower non ci dirà granché, ma per fortuna ci sono diverse app che ci consentono di monitorare e analizzare l’apprezzamento di cui godiamo su Twitter, e di conseguenza la nostra autorevolezza. Una di queste è Klout, che offre un servizio di statistiche personalizzate attribuendo a ogni utente un punteggio da 0 a 100 in base all’ampiezza del suo network di riferimento, alla qualità dei contenuti generati e ai feedback ricevuti (io sono partita da 42 ma sto lentamente scalando, ad oggi ho raggiunto un più che dignitoso 55). Poi c’è Kobral (è un servizio a pagamento, io al momento sto utilizzando la versione di prova gratuita) che offre anche un’analisi qualitativa dell’attività social, individuando non solo le particolari tipologie di contenuti seguiti e commentati da un determinato tipo di follower, ma anche giorni e orari in cui i tuoi specifici tweet riscuotono più successo, oltre a stilare una classifica delle persone che interagiscono di più con te. Un supporto prezioso per capire come aggiustare il tiro e quale strada, idealmente, può portare più frutti.

 3) L’autenticità è tutto

Last but not least, non tutte le interazioni, su Twitter, sono uguali e hanno la stessa valenza. Per come la vedo io, se vogliamo prendere esempio dai cosiddetti VIP dei social, esistono di base tre modalità di comportamento.

C’è la cheerleader, ovvero l’utente che se anche lo menzioni tre volte al giorno non dà alcun segno di vita e interagisce solo con chi è degno di nota perché in fondo “non ne ha bisogno”; c’è il bulimico di visibilità, che “piacia” e ritwitta tutto ciò che lo riguarda ma si ferma lì; e poi c’è Rudy Bandiera.

Per chi non lo conoscesse, Rudy è un blogger ed esperto di social media marketing seguito da un qualcosa come 35mila persone, autore di diversi libri e protagonista tra l’altro di uno dei casi social più emblematici degli ultimi anni, quando rimasto accidentalmente senza automobile ha lanciato l’hashtag #unamacchinaperrudy innescando un clamore mediatico che ha portato Smart a fornirgli gratuitamente per un anno una delle sue vetture, con ricadute straordinarie in termini di visibilità e seguito per entrambi. Ecco, lui non solo dà il like e ritwitta: lui risponde. A tutti. In tempo pressoché reale. Con modi genuinamente simpatici, che ti fanno venire voglia di andarci in vacanza insieme, per dire. Come fa? Ha un impianto cocleare nel cervello, perennemente connesso a Twitter? Non lo so, magari un giorno ci svelerà il suo segreto.

Io nel frattempo lo prendo come esempio da seguire per l’anno nuovo (se ce la fa lui con 35.000 follower e gli resta anche il tempo per giocare alla PlayStation, non vedo perché non possa riuscirci io, vi pare?).

Credits: L’immagine del post è di Paula Bailey ed è protetta da licenza Creative Commons.

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