Ogni mercoledì, impegni permettendo, io e Chiara teniamo una riunione doppioverso.

Ci vediamo in un bar o a casa di una delle due, tiriamo fuori i portatili, ordiniamo un cappuccino, prepariamo insieme dei brownies (no, be’, diciamola tutta: io li preparo e Chiara li assaggia, con un entusiasmo invidiabile, questo sì), e decidiamo la direzione che doppioverso prenderà per la settimana successiva.

La cosa che in genere ci risulta più difficile, e che ci prende più tempo, è stabilire il calendario dei post del blog. Forse la difficoltà sta nel fatto che in pochi mesi il blog ha preso così tanto spazio da vivere sostanzialmente di vita propria (abbiamo anche elaborato un’affascinante teoria sociologica che lo accomuna a un quindicenne testosteronico, magari un giorno ve ne parleremo), o forse, come ci capita di pensare spesso, nel fatto che nel nostro blog parliamo moltissimo di noi, ma per parlare in realtà d’altro.

Ogni blogger è sostanzialmente un cantastorie, una persona che utilizza la propria esperienza per riflettere (e far riflettere) su temi più generali, a volte di pubblica utilità a volte meno, ma che comunque finiscono per trascendere la mera esperienza personale. Quando si è molto presenti online è inevitabile riversare nella Rete un pezzetto di se stessi: ma quanto debba esser­­­e grande quel pezzetto è difficile stabilirlo. Si vuole essere autentici, ma non tutto ciò che ci riguarda deve (o può) finire in pasto alla Rete. Si cerca di essere originali, ma bisogna pur sempre parlare di qualcosa che interessi chi ci legge e non solo noi. In più c’è la necessità di mostrarsi vulnerabili accogliendo anche critiche e feedback.

È un problema di equilibrio: quando vulnerabilità, autenticità e originalità procedono di pari passo, il successo è assicurato.

L’importanza della vulnerabilità

La fai facile, direte voi. Infatti non è per niente facile, anzi: è così difficile che io e Chiara ci rimbalziamo di continuo video motivazionali, tutorial, articoli, per trovare la pietra filosofale del post perfetto. Uno di quelli che preferisco ultimamente è il discorso che la ricercatrice-narratrice Brené Brown (mio nuovo guru personale, ça va sans dire) ha tenuto per il TED sul tema della vulnerabilità: in uno dei video del TED più visti di tutti i tempi  Brené spiega come la vulnerabilità sia la culla della creatività. Mostrarsi vulnerabili, correndo rischi e accettando l’incertezza come componente inalienabile dell’esistenza, sarebbe in sostanza la condizione indispensabile per essere aperti, creativi e avventurosi.

Mi ha fatto riflettere, questa sua posizione. E mi sono accorta che in fondo si adattava benissimo ai dubbi che attanagliano me e molti altri blogger: cosa scrivo? Quanto scrivo? Quanto e come mi scopro? Ma Brené ha la risposta a tutto, e con lei mi avventuro nell’improba impresa di buttare giù qualche pensiero più sistematico del solito caos che mi porto in testa.

L’individualismo non paga. Ve lo ricordate quel luogo comune secondo cui i traduttori sono tutti introversi? Ecco, su Internet nessuno può concedersi il lusso di essere davvero introverso. Niente è più importante della reputazione: esserci non basta, bisogna esserci spesso, esserci bene, fare rete, non considerarsi mai delle monadi, soli su un piedistallo irraggiungibile. Non ha senso, come scrive Riccardo Scandellari in un suo articolo recente, darci solo a metà, investire solo in parte alla ricerca di un like temporaneo. Quello che paga, nel mondo onnivoro e fagocitante dei social, non sono i follower occasionali, ma le relazioni durature, “la capacità di creare sinergie. Curare il proprio Personal Branding non significa allevare il proprio egoismo e accentrare su di sé oneri e onori, ma creare un’azione sinergica per la crescita collettiva e valorizzare chi vi sta accanto.” Far salire sul podio chi ci ha aiutato, come la mette Scandellari, è l’unico modo per affermarsi.

Errare è umano, nascondersi è analogico. Nella società digitale vulnerabilità significa anche esposizione costante al giudizio altrui. Se a volte, come scriveva Chiara nel suo ultimo post sulla traduzione giornalistica, è necessario scrollarsi di dosso troll e critiche gratuite e andare avanti senza commentare, altre volte ci toccherà ammettere la sconfitta, ringraziare per un feedback negativo, accogliere un rimprovero. C’è un lato positivo: così si cresce. Noi di doppioverso abbiamo collezionato una serie di piccoli e grandi fallimenti: rubriche che non hanno funzionato, errori di immagine, post che non hanno avuto il successo sperato. Saper ammettere con grazia i propri errori ha un effetto straordinario su chi ci segue: ci rende umani (e ci mancherebbe che noi di doppioverso non lo fossimo, siamo figlie del grunge, l’epoca in cui anche lavare i capelli era un optional), ci fa apparire coerenti e onesti e, last but not least, suscita più tenerezza di un video di gattini. Provare per credere.

Il vero te stesso (ma quanto te stesso?) o: dell’autenticità

Insomma, a tutti piace sentirsi parte di qualcosa. Le community online e i social network sono nati per questo. Lo sharing è l’anima degli anni 2000, ed è una buona cosa. A chi legge il vostro blog (o vi segue sui social) piace l’idea che condividiate parte di voi stessi, a voi piace l’idea di condividere. Tutti contenti quindi? Sì, con un po’ di buon senso. Perché la domanda che ci facevamo prima ritorna prepotente: cosa devo condividere di me stesso? E quanto?

Vi darò una risposta che rappresenta il mio ideale mai raggiunto (perché di base sono una pedante logorroica ma vorrei rinascere fricchettona). Condividete ciò che condividerebbe una banda di surfisti biondi californiani o una comune di hippy dedita all’amore libero: good vibrations.

Autenticità non significa incontinenza. È vero che il blog è il luogo in cui parlate di voi stessi, usate la vostra esperienza per illuminare, aiutare, consigliare i lettori, sollevare dubbi o aprire discussioni, ma non è  una sputacchiera. Soprattutto se lo utilizzate anche (o, Dio non voglia, soprattutto) per lavoro, non potete pensarlo come uno strumento di pura riflessione narcisistica. L’epoca di Splinder è finita, ahimé, e quei bei blog in cui rimuginavamo per giorni sulla carognaggine di un compagno di classe sono morti. Non siete su WordPress per voi stessi, ma per voi stessi e per chiunque vi segua. Siete una squadra, una comunità. Ecco perché siete forti.

Bando quindi alle lamentele sbrodolanti, al fishing for compliments, alle vanterie eccessive, ai post inutili che non parlano di altro che di voi, e in genere a tutto ciò che dia l’impressione che considerate voi stessi più importanti dello scambio con chi vi segue. Semplicemente, senza le persone che vi seguono, non esisterebbe nessun blog. E non crediate che scriva queste cose dall’alto della mia capacità di evitare queste trappole saltellando amabilmente come una fatina dei boschi: il vantaggio di lavorare in due è che ogni post di doppioverso viene analizzato, editato, corretto da chi non lo ha scritto, quindi ogni mia sciocchezza in questo senso verrà cancellata da Chiara (e viceversa). Il diritto di veto sulle elucubrazioni egotiche dell’altra è il pilastro stesso della sopravvvenza di doppioverso.

E l’originalità che fine ha fatto?

Insomma, la vulnerabilità ci rende autentici, l’autenticità ci vuole vulnerabili: dove si colloca l’originalità, in questo quadro? L’originalità è la panna sulla torta: copre i difetti, aggiunge sapore, rende bello ciò che era solo buono. In questo ambito è di sicuro difficile dare consigli, perché l’originalità, per definizione, appartiene al singolo. Però l’originalità di un post non è necessariamente l’originalità della persona, quindi forse qualche dritta da ricordare c’è comunque. Le regole che io e Chiara cerchiamo di rispettare sono semplici:

No alla “me too” syndrome. Con “me too” syndrome si indica la tendenza a intervenire in un discorso già avviato imponendo un’esperienza propria senza curarsi di chi parlava. Avete presente, no? Quella cosa che succede quando voi state raccontando di quella volta alle Everglades che avete rischiato di essere divorati da un coccodrillo e il vostro amico, invece di chiedervi: “Ma davvero? E come sei riuscito a scappare?” vi interrompe dicendo: “Ah, io invece sui monti Appalachi ho incontrato un puma grosso così…”. Tradotto nel mondo dei social, la “me too” syndrome è l’impulso che ci spinge a scrivere un post molto simile a un altro che ci è piaciuto. Il nostro blogger preferito parla dell’importanza di rileggere i classici e noi scriviamo del nostro inesauribile amore per Anna Karenina; lui posta un’intervista a un collega serbo e noi intervistiamo un amico polacco. Si tratta di una pratica che, quando si hanno parecchi follower, rischia di diventare smaccata. Se proprio l’argomento di cui abbiamo letto ci interessa, cerchiamo un modo originale per rileggerlo, un diverso punto di vista da cui affrontarlo.

Pubblicate solo il centounesimo post. Ogni volta che ci viene un’idea per un post, io e Chiara ne discutiamo. Se ritieniamo che l’argomento non sia banale, cominciamo a scandagliare la rete: magari nessuno ha scritto quel post in particolare, ma forse qualcuno ne avrà scritto uno simile, e anche in quel caso sarebbe inutile proporre una nostra versione. Consideriamo una scelta come definitiva solo quando, dopo cento verifiche (cento per modo di dire, siamo ossessive ma non completamente suonate) non troviamo da nessuna parte l’ennesima variante di quell’argomento. Quella variante lì, quella inesistente, quella ripulita da ciò che è stato già detto e scritto, è la nostra versione numero centouno, quella che pubblicheremo (va da sé che in questo processo molte idee finiscono dritte dritte nel cestino. Anche questo è un termometro perfetto della vostra originalità: se non scartate mai nulla perché qualcuno lo ha già scritto, o siete dei geni o state sbagliando quacosa).

Sceglietevi i modelli giusti. Infine, due parole sull’importanza dei modelli. Tutti noi ne abbiamo. Noi di doppioverso abbiamo blogger che seguiamo religiosamente, che vorremmo come amiche del cuore anche a costo di rapirle, a cui nei momenti di sconforto vorremmo sostituirci, indossandone il corpo virtuale come il baccellone alieno di un film di fantascienza. Ma proprio per evitare i pericoli della scarsa originalità prima segnalati, nei momenti di crisi d’identità lavorativa profonda io ho trovato questa scappatoia: cerco le storie, le testimonianze, le parole, o l’aiuto di professionisti che rispecchiano sì i miei valori, ma che non necessariamente fanno il mio stesso mestiere. Questo mi permette, osservandoli, di capire come vorrei fare qualcosa, ma non mi consente di copiare il cosa. Per dire, ultimamente sto lavorando su alcuni aspetti in particolare: vorrei essere capace (come Hermione Granger) di non perdere di vista me stessa anche quando vengo travolta dalle insicurezze, e di non dovermi definire (come dice Mayim Balik) considerando una sola delle cose che faccio. Cerco di ricordare che la strada per il successo è fatta (come quella di Jane Goodall) anche di enormi sacrifici, o che per raggiungere buoni risultati è necessario uscire dalla propria comfort zone (magari domando gli squali, come fa la sub Cristina Zenato). E cerco di fare tutto questo, e magari di rifletterci nei miei post, cercando di mantenere per quanto possibile quel triplice equilibrio, difficilissimo, di cui dicevamo prima.

Del resto, come diceva un mio caro amico qualche anno fa, serve molto impegno per far funzionare un blog. Perché “nessuno è obbligato a rimanere fino alla fine: i post, d’altro canto, non sono mica riunioni di condominio”. (Mi sa che aveva ragione.)

 

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