Da quattro anni a questa parte, complice il fatto di lavorare come freelance e di non dover quindi incastrare ferie, turni di copertura dell’ufficio e compagnia bella, appena finisce l’asilo mi trasferisco baracca e burattine al mare dai miei, nella ridente cittadina che qui chiameremo Marina di Mai Più. Marina di Mai Più è un po’ il Bronx del litorale laziale, sulla reale balneabilità delle cui acque aleggia da più o meno trent’anni il più fitto mistero, nonché la località di villeggiatura con la maggiore concentrazione al mondo di pizzerie al taglio pro capite. È inoltre tappa ambitissima (da tutto esaurito) dei sensazionali tour estivi di vere e proprie perle della discografia italiana, da er Piotta a Valerio Scanu alla cover band dei Modà (ebbene sì: per quanto i più ritengano già assurda la sola esistenza dei Modà, il dato di fatto ancora più incredibile è che ne esista anche una band clone, con tanto di frontman col giubbotto di pelle anche ad agosto).

Le mie figlie impazziscono per i ritmi approssimativi, da immenso cortile di casermone popolare, dell’esistenza che conduciamo qui, per queste case del mare, con le porte sempre aperte, in cui sono tutti amici e ci si chiama a gran voce dai balconi ignorando la presenza dei citofoni. E vi dirò, questo luogo improbabile, dove i bambini sulla spiaggia pescano usando come esca brandelli di prosciutto cotto (ve l’accennavo prima la questione della balneabilità, no? Poveri animali, bisogna capirli, è il principio dell’adattamento) è caro anche e soprattutto a me, perché ci sono cresciuta e ogni volta che ci rimetto piede mi tornano alla mente ricordi meravigliosi, vividissimi, belli come solo i ricordi di bambino sanno essere.

Da quattro anni a questa parte, sempre perché sono una freelance, il caso vuole che l’estate, oltre che la stagione dell’amarcord, sia anche in proporzione il periodo dell’anno in cui lavoro di più. Un po’ dipende dai soliti fattori “strutturali” del lavoro in proprio che tutti citano (necessità di coltivare il proprio parco clienti, bisogno di monetizzare in vista dei periodi di magra perché non puoi contare su un’entrata fissa mensile sempre identica a se stessa e così via), un po’ in fin dei conti forse anche dalla mia specializzazione: come sapete, io traduco prevalentemente testi giornalistici e accademici di politica internazionale, e ora non saprei dirvi esattamente il perché ma avete presente quel luogo comune per cui si dice che col caldo la gente dà fuori di testa e aumentano i casi di cronaca nera? Ecco, nelle relazioni internazionali funziona più o meno allo stesso modo. Così, giusto per farvi qualche esempio, nell’estate 2012 la Siria – già dilaniata da oltre un anno da un violento conflitto civile che ha fatto parlare molti addirittura di genocidio – è arrivata a un passo dalla guerra con la Turchia; nell’estate del 2013 c’è stato il golpe militare in Egitto con la cacciata del presidente Morsi e la conseguente caccia alle streghe ai danni dei Fratelli Musulmani; l’anno scorso sicuramente ricorderete i bombardamenti pressoché quotidiani che hanno accompagnato il riacutizzarsi delle tensioni tra Hamas e Israele in quel terribile e interminabile luglio di morte; quest’anno vabbè, vi dico una parola sola, anzi due: “Grecia” da una parte e “migranti” dall’altra.

Se ci mettete che essendo per la maggior parte del tempo in trasferta da sola la cura delle due mini-Erinni dipende esclusivamente da me visto che i miei hanno la proattività a fini logistici di due cubi di marmo e il concetto di babysitter è ai loro occhi ontologicamente poco dignitoso oltre che perlopiù ignoto, capirete bene che nei mesi caldi per la sottoscritta c’è davvero parecchio, parecchio da fare.

Ora, dovete sapere che Marina di Mai Più è anche il posto meno connesso al mondo: mirabolanti e contrastanti dicerie collegano tale aspetto alla presenza di una zona militare delimitata dal famigerato “muro rosso”, a un complotto dei servizi segreti e a esperimenti sugli alieni (pensavate che l’Area 51 fosse in America? Poveri illusi, è quello che noi di Mai Più vi abbiamo fatto credere), ma una cosa è certa: da che ne ho memoria io, qualsiasi dispositivo tecnologico qui va completamente in pappa, per cui quand’ero piccola la televisione trasmetteva solo due canali, in bianco e nero, che mio nonno sintonizzava picchiando sull’apparecchio con una stecca da biliardo, e oggi il cellulare prende in un unico punto del terrazzo, che sfortunatamente corrisponde all’intercapedine tra la caldaia e lo stendino.

Quindi diciamo che per continuare a mantenere una certa operatività anche da qui, salvaguardando al contempo l’esigenza primaria di godere del tempo passato insieme alle mie bambine, in questa fase in cui per loro tutto è meraviglia e stupore che non tornerà mai più, mi sono dovuta organizzare. E dall’esperienza pluriennale ho ricavato poche e semplici dritte di sopravvivenza, di cui – ho deciso – vi farò qui dono.

1. Fate che il lavoro si incastri nella vacanza, e non viceversa.

Per quanto stringente e pressante, l’attività lavorativa in questi mesi deve diventare una parentesi. Fissa, regolare, quotidiana ok, ma tassativamente circoscritta nell’arco della giornata. Questo vuol dire che dovete ritagliarvi quelle due/tre/quattro ore (dipende dalla mole di cose che avete da fare) in cui smaltirla e poi non pensarci più per il resto della giornata. Vi giuro che è possibile: sarà perché qui come vi dicevo non c’è connessione e niente Internet equivale a niente distrazioni, ma ho scoperto che ottimizzando e concentrandosi non c’è nulla – ovviamente parlo di progetti con scadenze umanamente possibili, la valutazione a priori dei lavori che si accettano d’estate è imprescindibile – che non possa essere sbrigato in questo lasso di tempo, se diventa un’abitudine quotidiana. Dove collocare tale parentesi, dipende da voi e dal vostro bioritmo: c’è chi rende di più al mattino e chi tardi la sera (per scoprirlo, visto che l’estate è tempo di quiz, potete anche perdere dieci minuti a rispondere a questo test). Per quanto mi riguarda, il mattino ha l’oro in bocca: mi sveglio alle 5.30 e lavoro con il fresco e il silenzio dell’alba finché le bambine non si svegliano. Superati i primi tre minuti “voglio mori’” di quando suona la sveglia, l’idea di non pensarci più fino alla mattina dopo, essere alle 9 in spiaggia, collassarsi un’ora dopo pranzo insieme a loro quando fanno il riposino per poi proseguire con piscina e giostre o vialetto a chiusura vi assicuro che ha un suo perché. Ma c’è anche chi preferisce lavorare di notte per poi tirar tardi la mattina, e secondo me oltre che dal cronotipo individuale la scelta dipende anche dall’età che hanno eventuali figli (i bambini piccoli non si svegliano MAI oltre una data ora).

2. Spegnete tutto e connettetevi solo in due momenti della giornata.

“Seee, la fai facile! Hai detto che là non prende niente, per forza spegni tutto!”, starete pensando. È vero, darsi delle limitazioni è più semplice quando per collegarti a Internet devi metterti nella posizione della gru di Karate Kid all’angolo del balcone con il portatile in una mano e il telefonino che fa da hotspot nell’altra, ma è anche vero che di necessità si fa virtù. Ho sottoscritto un abbonamento temporaneo da pochi euro per aumentare in questi due mesi il traffico dati che ho a disposizione sul cellulare e mi connetto attivando il tethering con un cavetto USB (ma in alternativa un’altra comoda soluzione, che ho usato due anni fa quando ancora non avevo lo smartphone, potrebbe essere la chiavetta prepagata). Controllo la posta la mattina presto e poi la sera prima di andare a dormire, e basta: per il resto della giornata sono spenta e irraggiungibile (anche perché impegnata a catturare granchi e bavose mutanti), ed è una sensazione meravigliosa. Due volte al giorno è sufficiente per tenere le fila di tutto, a meno che non siate oltre che traduttori anche cardiochirurghi, ovviamente, ma non è il mio caso.

3. Programmate il più possibile.

In questo devo dire che la collaborazione con Barbara è stata una vera e propria manna dal cielo. Lei è un po’ Nostra Signora dei planner, e costruisce coloratissimi e dettagliatissimi File Excel in cui minuziosamente incasella tutte le varie attività in programma. Ne abbiamo uno per le proposte editoriali, sia singole che di coppia, uno per la formazione, uno per le commesse di traduzione, uno per i progetti extra di idee che vorremmo realizzare a tendere (che sono moltissimi, aspettate e vedrete), uno ovviamente per il calendario editoriale del blog. Questo non vuol dire che poi li seguiamo al capello, ma ci danno comunque una direzione di massima per non perderci nel caos delle nostre trovate, e ci fanno risparmiare del tempo prezioso: se io, per dire, so da fine giugno che oggi uscirà questo post sulle mie vacanze da freelance, è chiaro che in 20 giorni avrò avuto tutto l’agio di scriverlo poco a poco nelle pause tra una traduzione e l’altra (non è vero, ovviamente: l’ho scritto tutto di fila all’alba della mattina in cui lo state leggendo, ma intendevo concettualmente. E comunque se non l’ho scritto, l’ho pensato). Stesso discorso della programmazione, che invece seguiamo più puntualmente, vale per i social. Grazie al portentoso Hootsuite di cui Barbara già vi ha parlato, e alla possibilità di preimpostare i post su Facebook per poi pubblicarli in un secondo momento, certo in questo periodo quello che posto è perlopiù un rimbalzo di post altrui mentre durante l’anno mi capita più spesso di scovare chicche un po’ meno “virali”, ma l’importante è che riesco comunque a mantenere una certa continuità pur dedicandoci una o due ore a settimana.

4. Approfittatene per dedicarvi ad attività che non necessitano di connessione a Internet.

È incredibile quante cose si possano fare senza bisogno di essere collegati a Internet, attività che spesso tralasciamo durante l’anno per la frenesia di essere sempre presenti online, sempre sul pezzo, perdendoci in realtà l’opportunità di dedicarci al lavoro di fino. Per me l’estate è quindi, in parte, anche il tempo dell’autoformazione (a proposito, vi consiglio un libro appena uscito: Shareology del solito Bryan Kramer, il guru dello Human2Human marketing di cui vi accennavo qualche post fa. Adoro quest’uomo, ha capito tutto della comunicazione 3.0, bisogna tradurlo, non mi stancherò mai di ripeterlo), della progettazione e della rifinitura. Per esempio quest’anno sto aggiornando il mio curriculum, o meglio sto cercando di verificare che abbia una certa coerenza in tutti i millemila posti in cui l’ho inserito/pubblicato/linkato/riassunto, sto raccogliendo le idee per il prossimo restyling di doppioverso (stay tuned!) in attesa di potermi confrontare con Barbara a settembre su questo punto e – stavolta sì – di riavere accesso al wifi di casa mia per poter smanettare liberamente su WordPress, sto leggendo un paio di libri per i quali mi stuzzicherebbe l’idea di fare una proposta di traduzione, sto ragionando sui corsi di formazione che mi piacerebbe fare (sia da docente che da allieva) e su qualche evento che sarebbe interessante organizzare.

5. Se non vi va di fare una cosa, prendetevi il lusso di non farla.

Passiamo tutto l’anno a scapicollarci, a incastrare attività e scadenze, a piegarci a millemila impegni e costrizioni. L’estate può essere il tempo del libero arbitrio, dell’esercizio del diritto a dire no, cosa che a noi freelance risulta notoriamente così difficile. Il tempo di seguire i propri ritmi, di passare un’ora accovacciati sul bagnasciuga a cercare pezzi di vetro levigati e stondati dal mare per raccoglierli nel secchiello di una bambina facendo finta che siano gemme preziose, cosa che di fatto per certi versi sono. Il tempo di fare buoni propositi per l’anno nuovo, perché da che mondo è mondo diciamocelo, è questa la vera cesura tra un’annata e l’altra, il tempo di cogliere i frutti, ricaricare le pile e ripartire di slancio. Quindi insomma, freelance o meno, che il mantra dell’estate sia “Respira e guarda avanti. E segui solo te stesso”.

Detto ciò, vi saluto, perché giustappunto i pesci “porchettari” ci attendono.

Credits: La foto del post è di Lotus Carroll ed è protetta da licenza Creative Commons.

 

 

 

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