Lasciatemi soffrire tranquillo… con voi qua soffro male, soffro poco, non mi diverto. Mi distraete, non mi riesco a concentrare!”, intimava al suo amico Amedeo uno spassosissimo Tommaso, il protagonista abbandonato dalla fidanzata alla vigilia delle nozze di Pensavo fosse amore… Invece era un calesse, interpretato da Massimo Troisi.

Ecco, tra meno di due giorni noi di doppioverso partiremo alla volta di Pisa per intervenire in qualità di relatrici alla Giornata del Traduttore e, ve lo confessiamo, ci troviamo in una situazione assai simile: non di sofferenza amorosa si tratta nel nostro caso, ma di ansia da prestazione. La cara, vecchia ansia da prestazione, sempre pronta a travolgerci a ogni svolta esistenziale.

 

Tutto pronto (tranne noi)

Questa volta, però, c’è qualcosa che ci salva, o che almeno attenua il pessimismo cosmico. Metteteci che siamo nella prima settimana di ottobre, che, per chi ha figli, segna in genere l’avvio di tutte le attività extrascolastiche dei bambini – danza, catechismo, varie ed eventuali – e per chi invece non ne ha comporta comunque il tentativo di coordinare l’inverno in arrivo, il cambio di stagione, il disordine esplosivo in cui quel qualcuno di cui non facciamo nomi e che chiameremo voi-sapete-chi è immerso. Metteteci le traduzioni in scadenza, i nuovi progetti in corso d’opera da impostare e seguire, il mantenimento del blog e di tutte le sue appendici social. Metteteci gli eventuali e immancabili imprevisti.

Fatto sta che per quanto il nostro intervento e le slide che lo accompagneranno siano pronti già da giorni, stavolta non abbiamo nemmeno avuto il tempo di fare mente locale su quello che dovremo mettere in valigia (e no, non è una vanesia questione di stile, è proprio che abitando a Torino, città il cui clima è ridente più o meno quanto quello di Mordor, capire cosa tra i quattro vestiti in croce che possediamo debba essere asciutto e pulito in tempo per la partenza diventa fondamentale); figuriamoci poi se abbiamo avuto tempo di avere l’ansia. O almeno non abbiamo avuto tempo di avere una bell’ansia soddisfacente, che faccia soffrire bene, soffrire molto, come si augura il Troisi sopra citato. Ma se non è adesso, sarà presto, questo lo sappiamo. Quindi abbiamo già messo in campo le nostre migliori strategie scaccia-panico.

 

Sociofobia portami via

Qui a doppioverso siamo delle ansiose di vecchia data, delle nevrotiche di professione, delle timide al limite del sociofobico. Abbiamo una lunga storia di saggi di danza conditi da gastriti dell’ultimo minuto, esami universitari affrontati in lacrime, groppi in gola che ci strozzavano la voce subito prima di una lezione di cui eravamo docenti, riunioni dei genitori affrontate con caparbio mutismo, un’umiliante intervista radiofonica in diretta in cui una risposta si è fatta attendere per più di dieci interminabili, strazianti secondi (non chiedeteci, è ancora un trauma). Il panico da palcoscenico è insomma una cosa che ci trasciniamo dietro ormai con una certa rassegnazione, perché fa parte del nostro corredo genetico al pari delle gambe lunghe di una e dei capelli scurissimi dell’altra. Certe volte, se non c’è niente per cui vergognarci (magari perché abbiamo abilmente schivato ogni occasione sociale possibile), ci imbarazziamo conto terzi: guardare la Corrida per noi era una tortura.

Ora, è anche vero che proprio perché questa cosa ci perseguita da tempo, abbiamo avuto modo, saggio di danza dopo saggio di danza, di imparare una cosa fondamentale: è inutile prendere l’ansia, infilarla in un cassetto e drogarsi di altri mille pensieri e attività. Molto meglio esserne consapevoli e agire di conseguenza; il miglior modo per vincere il panico è riconoscerlo, guardarlo in faccia e sentire cos’ha da dirci.

 

Ma quindi che faccio?

 

  • Accogli l’ansia
    Quando siamo travolti dall’ansia, il sistema nervoso attiva dei meccanismi di difesa rettiliani, primitivi. Se siamo spaventati da qualcosa, ci trasformiamo immediatamente in cavernicoli; il cervello è stupido, quando ha paura, e reagisce al gatto che fa cadere una tazza come se fossimo davanti a una tigre dai denti a sciabola. Il panico è insomma una reazione naturalissima e in un certo senso sana (anche se magari il pubblico di un convegno non è propriamente un mammut imbufalito, ecco). Dunque, accettatela. Quando arriva e vi torce lo stomaco, fate spallucce e andate avanti comunque. Lo sapete che John Lennon vomitava prima di ogni concerto? Ma aveva capito una cosa importante: il modo migliore per fare le cose quando abbiamo l’ansia è farle con l’ansia. Semplice.
  • Ci vorrebbe un amico
    Questo principio non vale per tutti (ci sono persone che quando sono in preda al panico vogliono essere lasciate in pace, guai ad avvicinarsi, e voi-sapete-chi rientra tra queste), ma in linea di principio avere qualcuno che ti fa zampamano è molto utile. (Per chi non lo sapesse, la zampamano [©Chiara Rizzo] è quella manifestazione d’affetto e sostegno emotivo che si sperimenta quando una persona a noi vicina cerca di placare le nostre paure con un contatto fisico.) È scientificamente dimostrato che il contatto fisico regola le manifestazioni somatiche del panico, tanto che gli scienziati raccomandano, se non avete nessuno che vi abbracci, di rassicurarvi fisicamente da soli accarezzandovi ad esempio una guancia o massaggiandovi il torace all’altezza del cuore. (Certo, meglio se lo fate in bagno, se non volete passare per pazzi o per vittime di infarto fulminante).
  • La giusta prospettiva
    Quasi sempre, il panico che proviamo non è dovuto alla situazione che viviamo, ma alle nostre aspettative: siamo noi a crearlo, è il nostro personalissimo sistema di allarme inceppato nel cervello. Ma a volte, quando l’allarme è inserito, ci sfugge che nessuno è venuto a quel concerto, convegno, spettacolo teatrale per noi. È una triste verità, ma molto utile da ricordare per non cedere alla paura: chi ci ascolta non è venuto per giudicarci come persone, ma per sentire ciò che abbiamo da dire su un dato argomento. Agli occhi di chi assiste, anche il peggiore dei nostri fallimenti (ricordate l’intervista radiofonica di prima?) è insignificante, e con ogni probabilità sarà dimenticato dopo pochissimo, o al massimo archiviato come un intervento non riuscito. (Forse questa cosa era il caso di spiegarla a Barbra Streisand, che dopo aver dimenticato il testo di una canzone durante un concerto negli anni Settanta si è rifiutata di esibirsi per trent’anni, per ricominciare a farlo solo se aveva a disposizione un gobbo con su scritta ogni singola parola che doveva pronunciare.)
  • Ammetti il disagio
    Un sistema infallibile per tranquillizzarsi? Ammettere pubblicamente, a voce alta, “sono un po’ emozionato”. Non sempre si può, naturalmente, ma se la situazione lo consente scherzare sul proprio disagio aiuta sempre a stimolare l’empatia altrui. Se siamo a disagio gli altri lo vedono comunque, anche se cerchiamo di nasconderlo, e si sentono in difficoltà per noi. Se però ammettiamo di non essere nella nostra comfort zone ma di avere comunque la situazione sotto controllo, nessuno si sentirà obbligato a star male per la nostra sofferenza, e tutti potranno concentrarsi su ciò che diciamo o facciamo.
  • L’esercizio ci salverà
    Se è vero che la paura è un fenomeno naturale e incontrollabile, un buon principio per combatterla è gestire al meglio ciò che possiamo controllare. Quindi è fondamentale essere molto preparati, avere appunti dettagliati a cui aggrapparci nei momenti di vuoto, provare, provare, provare ciò che dobbiamo dire/recitare/cantare. Steve Jobs, si dice, provava maniacalmente,  per centinaia di ore, i suoi leggendari discorsi. Imparava come muoversi, controllava postura e linguaggio corporeo, si esercitava allo specchio, chiedeva migliaia di feedback alla (povera) moglie. Se siete sicuri di ciò che direte, il pubblico vi darà energia invece che risucchiarvela. O se non altro, eviterete traumi come quello di quell’intervista… insomma, avete capito.
  • Ingannate il cervello
    Come dicevamo, quando ha paura il cervello diventa stupido. E abbiamo visto anche come gli stimoli fisici possano scatenare una reazione emotiva. Per questo gli esperti suggeriscono, un attimo prima di salire sul palco (o di iniziare l’interrogazione o la performance) di allargare le braccia e respirare a fondo: la respirazione profonda comunica al cervello una sensazione di calma e tranquillità, che si diffonde poi nel corpo. Prima che l’ansia si ricordi di tornare, avrete già ingranato col vostro discorso, e il peggio sarà passato.
  • L’importante è iniziare
    Proprio quest’ultimo punto introduce una grande dritta: per molti asiosi, timidi, sociofobici, la parte più difficile è l’inizio. Quando avete la bocca secca, le mani sudate e le farfalle nello stomaco, immaginare di arrivare alla fine del vostro lunghiiiiissimo intervento vi sembra impensabile. Ma, se siete come la maggior parte di noi fifoni, una volta avviato il discorso il resto viene abbastanza da sé. E non spaventatevi nemmeno se inciampate, rallentate, balbettate, sbagliate. Come insegnano le ballerine classiche (e soprattutto il grandissimo Flashdance), the show must go on. Qualunque cosa accada, fate un bel respiro, pensate che dopo poche ore starete sorseggiando un cocktail (o due) e ripartite. Nessuno vi lincerà per così poco.

E se nemmeno questo funzionasse, c’è sempre l’ultima risorsa, una grande lezione che ci arriva dal mondo animale. In caso di fallimento clamoroso, imparate dagli opossum: fingetevi morti. Se resisterete abbastanza a lungo e sarete sufficientemente convincenti, nessuno vi chiederà il bis. Garantito.

 

 

 

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