Da ragazzina avevo un’amica, che chiamerò F. Abitavamo vicine, dividevamo il banco a scuola e passavamo interi pomeriggi a casa dell’una o dell’altra, immerse in conversazioni fitte fitte che sembravano non avere mai fine.

F. era (ed è) l’opposto di me: alta, magra, bionda, trendy, chic. Non stava mai ferma nello stesso posto per più di trenta secondi, aveva sempre un tubetto di mascara in mano, ascoltava al mangianastri Baglioni e De André e si nutriva come un uccellino, piluccando un sofficino a pranzo, un acino d’uva a merenda, tre mezzi cracker a cena, due bocconi di pasta prima di andare a dormire. Io invece sono sempre stata una buona forchetta: quando andavo a casa di F. divoravo pranzi luculliani che sarebbero bastati per tre persone, macinando metodicamente dall’antipasto al contorno, senza fermarmi finché i piatti non erano puliti e sorridendo beata per tutto il tempo. Sua madre, che non sapeva come reagire a quell’assalto imprevisto, mi aveva ribattezzata l’idrovora.

Mortificante, in effetti, ma molto vero. Io sono tendenzialmente portata alle abbuffate, al consumo compulsivo e incontrollato di ciò che mi piace, e solo sforzi sovrumani e una natura purgante condita da un super-io incazzoso mi hanno permesso, negli anni, di non strafare.

La mia natura purgante condita da un super-io incazzoso nulla può, però, contro i miei  reading-binge, ovvero le abbuffate di libri. Io leggo tantissimo, come tutti i lettori forti. Ma a differenza di molti lettori forti, io leggo di tutto, da sempre, anche le immani schifezze. Non mi fermo né davanti agli Harmony, i cui intrecci ripetitivi mi sembrano anzi rassicuranti e mi cullano come un’amaca sulla spiaggia, né ai giallacci di quarta categoria in cui il colpevole è ovvio già dalla terza pagina, né ai noir insensati in cui c’è sempre, sempre, un poliziotto segretamente psicotico che minaccia una strage subito prima dell’epilogo. Il puro gesto di leggere mi calma, perché la voce del libro si prende lo spazio nella mia testa che di solito è occupato da ruminazioni infinite.

Questa peculiarità mi è stata utile quando ho cominciato a lavorare in casa editrice. Perché in casa editrice, forse non tutti lo sanno, non ci lavorano solo i brillanti editor che sistemano i Bildungsroman quasi impeccabili di promettenti Holden appena usciti da una scuola di scrittura creativa, o i revisori di belle e goduriose traduzioni di Vonnegut.

No, in casa editrice ci lavorano anche, e sono loro la vera difesa contro la barbarie, i lettori, e in particolare i lettori in prima linea. I lettori in prima linea sono le idrovore, appunto, i tritarifiuti delle CE: sono quelli che si mettono coraggiosamente in piedi tra la redazione e il maremoto dei manoscritti in arrivo e si beccano l’impatto dello tsunami dritto in faccia, proteggendo gli altri dal peggio.

I lettori in prima linea sono quelli che l’editore prende da parte, perché li vede giovani e ingenui, forse, per dirgli: “Ti va di fare la prima scrematura dei romanzi che arrivano? È facile, e ti pago. Dai un’occhiata veloce, una decina di pagine al massimo, e levi quelli proprio illeggibili. Il resto lo passi alla redazione, perché le letture approfondite dei romanzi che hanno del potenziale le fanno loro.” I lettori in prima linea si inorgogliscono e sono contenti, quando l’editore dice così, forse perché sono giovani e ingenui, chissà.

Io mi sono inorgoglita e sono stata contenta, quando l’editrice per cui lavoravo mi ha fatto il discorsetto, perché ero giovane e ingenua, in effetti. Ma  mi sono inorgoglita e sono stata contenta anche perché mi conoscevo bene. Ero un’idrovora, io. Non mi spaventava niente, nemmeno i romanzi di Jessica Fletcher & Donald Bain, figuriamoci un manoscritto un po’ sgangherato.

Ho iniziato così la mia attività di lettore in prima linea. Era un’attività non proprio segreta, ma che, per tacito accordo tra le parti in causa, non ho mai sbandierato ai quattro venti. A quanto mi è sembrato di intuire è una pratica comune, perché il lettore in prima linea esiste, ma quasi nessuno deve sapere chi è, tipo la Stella della Senna. Di giorno il lettore in prima linea è un redattore come tanti, che corregge bozze e scarta pacchi di libri, di sera invece si trasforma, come certi innocui benzinai nei romanzi di Stephen King (Stephen King = materiale perfetto da reading-binge, n.d.a.). Col favore delle tenebre il lettore in prima linea esce di soppiatto dal retro della casa editrice, cullando tra le braccia una pila di ventisei manoscritti. Barcollando sotto il peso della cultura sgattaiola verso la macchina, mette in moto, nasconde sotto una copertina i fascicoli rilegati e si avvia verso casa, dove li tirerà fuori per la sua scorpacciata solitaria. Alla luce dell’abat-jour accanto al letto si immergerà in un universo delirante di angeli dalle ali spezzate, contesse russe sedotte da mascalzoni ucraini, poliziotti di Cuneo con un debole per il nebbiolo d’Asti, draghi sputafuoco, pervertiti emuli di Mr Grey che abitano a Sezze, teorie complottistiche su Atlantide che manco il mio fidanzato, sinceramente convinto di essere Fox Mulder reincarnato, riterrebbe accettabili.

Ora, sarò onesta: a fare la lettrice in prima linea si incontra di tutto. Il top della mia carriera (i cimeli preziosi la cui copertina di plastica trasparente è stata sfiorata solo da pochi, selezionatissimi amici, gli unici degni di un tale onore) sono stati un romance tutto scritto in comic sans corpo 13 rosa, un romanzo storico di 450 pagine (“ma è solo il primo volume”, ci aveva avvertito l’autrice in una delle sue seicento telefonate in redazione) talmente soporifero che mi faceva abbioccare dopo due-righe-due, e il mio preferito, un libro di viaggio che definire brutto è poco, il cui protagonista affibbiava alle donne che incontrava lungo il cammino soprannomi garbati come “Mammelledimucca”.

Nonostante questo, però, quel lavoro lì mi piaceva. Sarà per la mia anima da idrovora, ma mi affascinava quanto numerose e variegate fossero le espressioni di fiducia che gli scrittori ci dimostravano. Forse all’inizio, lo ammetto, mi sono lasciata trascinare da quell’idea per cui lettori e “manoscrittari”, secondo la definizione che ne dava un paio di anni fa Andrea Gentile, sono su lati opposti di una barricata, a combattere una guerra infinita. Ma col tempo ho capito invece che ci stavamo facendo dei regali reciproci, e molto preziosi. Io donavo loro tempo, attenzione, la lettura (compulsiva, certo) di ben più delle dieci pagine concordate con l’editore, spesso una mail gentile di rifiuto con qualche consiglio di scrittura; loro mi restituivano tesori vari: a volte il piacere di una bella storia, a volte una confessione autobiografica piena di pudore, a volte la consapevolezza di cosa fosse necessario evitare se si voleva scrivere bene o almeno essere presi in considerazione da un editore (tipo chiamare qualcuno “Mammelledimucca”, per dirne una).

Grazie al nostro scambio io ho imparato a esprimere giudizi negativi senza essere feroce, a trovare il buono anche dove sembra non esserci, a valutare un libro da pochissime righe, secondo il principio dell’ipereccitazione da individuazione di motivetto musicale che guidava i concorrenti di Sarabanda; loro hanno imparato (forse, mi piace sperarlo) che a volte un rifiuto può essere utile, che se è motivato può anche aiutare a migliorarsi, che si può e anzi si deve continuare a scrivere, se si vuole, accettando però che non per forza si finirà anche per essere pubblicati e che talvolta sarà necessario smontarsi e rimontarsi dalle fondamenta, che “Crederci sempre – Arrendersi mai!” è una cretinata che diceva Simona Ventura all’Isola del Famosi e non l’epigrafe ideale per il capolavoro del secolo.

Insomma, siamo cresciuti insieme, io e i miei manoscrittari, semplicemente approfittando del fatto che il mondo delle idrovore è come quello degli allevatori di maiali: sono entrambi mondi in cui non si butta mai niente, e in cui quindi ogni cosa torna utile, se solo ci si sforza di trovarle il posto adatto.

Credits: La foto del post è di Seth Sawyers ed è protetta da licenza Creative Commons.

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