Qualche anno fa io abitavo ancora a Roma, avevo da pochissimo superato la trentina, mi consideravo giovane e di belle speranze. Con una carriera nell’editoria che stentava a decollare, un giorno ho avuto la brillante idea di iscrivermi a un master. Dico brillante soprattutto perché all’epoca stavo traducendo il mio secondo romanzo, collaboravo con un sito di ricette, facevo ripetizioni quattro-cinque volte alla settimana a una liceale molto in gamba, avevo tutti i fine settimana impegnati perché il mio fidanzato si era da poco trasferito a Trento, e aggiungere un impegno più che part time alla mia to-do list era più o meno l’equivalente di un suicidio programmato. Ma ve l’ho detto, ero giovane, di belle speranze, piena di energia. Così sono finita a frequentare un Master in Comunicazione e Cultura del Viaggio, che ha avuto l’innegabile vantaggio di portarmi due cose senza le quali chissà dove sarei ora: alcuni amici preziosissimi, e la mia prima collaborazione con la EDT-Lonely Planet.

Avevo scelto quel master in particolare perché io ai temi del viaggio sono sempre stata legata: ed ero convinta che studiare qualcosa che mi piaceva mi avrebbe almeno in parte ripagato delle notti insonni che mi aspettavano. Quando sono entrata la prima volta in aula (per inciso, l’aula era a Villa Celimontana, all’interno del cinquecentesco Palazzetto Mattei, sede della Società Geografica Italiana, e le lezioni erano a volte intervallate da stormi di pappagallini, per la precisione parrocchetti monaci, che svolazzavano cinguettando fuori dalle finestre, una roba così surreale che la prima volta che li ho visti ho pensato di avere le allucinazioni per mancanza di sonno), mi sono trovata davanti i miei compagni di corso.

Erano tutti giovani, (quasi) tutti di belle speranze, (quasi) tutti segretamente convinti di essere novelli Chatwin, Salgado redivivi, Magris in erba, McCurry in potenza. Tutti, nessuno escluso, eravamo certi di una cosa: che noi saremmo diventati (se non eravamo già) viaggiatori, non turisti. Perché vedete, eravamo sicurissimi che ci fosse una differenza tra le due cose. Eravamo convinti che il turista è quello che passa in un paese senza fare attenzione, senza fermarsi troppo, in un torpedone carico di altri turisti come lui, e che scatta fotografie come un ossesso dai finestrini, senza nemmeno disturbarsi a scendere perché il programma del tour organizzato prevede di visitare 16 città europee in dieci giorni. Il viaggiatore è invece quello che si ferma, che ascolta, che parla. Che si mescola con la gente del posto, che siede a un caffè e ordina quello che suggerisce il barista, che racconta ciò che vede, e che pensa che raccontare sia gran parte del motivo per cui è partito, che non ha fretta e che è lì dov’è, quando c’è, col corpo, col cuore e con la mente.

Ok, le cose non sono così semplici, mai, e questo lo abbiamo imparato molto presto. Però io a quest’idea qui, nonostante il passare degli anni, sono rimasta affezionata, lo ammetto senza pudore. Perché se non altro, se è vero che nella vita niente è bianco o nero, del ritratto del viaggiatore che ci piaceva cullare nei nostri sogni di aspiranti reporter (ritratto per rispecchiare il quale mi mancano milioni di dettagli, tra cui faccia tosta, socialità, capacità di non farsi prendere dal panico a ogni curva della vita) mi piace comunque vedere qualcosa di me: la lentezza ponderata con cui affronto l’esistenza, la volontà quotidiana di fondermi col paesaggio e di scomparire dietro il luogo in cui mi trovo, la necessità quasi primordiale di raccontare per ricordare.

Per questo, quando ho pensato  a 8 libri che suggerissero altri panorami, altri luoghi, altre geografie, ho scelto di adottare il punto di vista del viaggiatore anziché quello del turista. Invece di consigliare libri scritti da qualcuno che fosse andato in un dato posto e ne avesse riportato un’impressione poi data alle stampe, ho scelto di partire dal luogo, e di chiedere di descriverlo, quel luogo, non a qualcuno che era lì di passaggio, ma a qualcuno che in quel luogo aveva vissuto, che lo aveva respirato, gustato, toccato per una vita. Ho scelto di raccogliere qui quei libri che mi hanno davvero portato altrove, che mi hanno fatto davvero sentire altri sapori, altre lingue, altri pensieri, senza mai muovermi dalla poltrona.

La Belleville di Daniel Pennac

La prima volta che ho letto Il paradiso degli orchi (il primo romanzo della saga dei Malaussène, edito in Italia da Feltrinelli e tradotto da Yasmina Melaouah, consigliatomi da un aspirante fidanzato che con quel consiglio ha fatto decisamente centro e mi ha fatta capitolare) ho pensato che due cose non avrei mai dimenticato di quel romanzo: la lingua sgangherata, pirotecnica, deflagrante di quel signore, Pennac, che in fotografia sembrava tanto tranquillo (e quindi della sua traduttrice italiana, ça va sans dire), e il quartiere di Belleville. Una Belleville che poi ho visto molte volte, quando un’amica ci si è trasferita per un po’, e che in quelle pagine sembrava costantemente sotto acido. Surreale, vagamente noir, esilarante, sensazionale. Ogni volta che iniziavo un nuovo romanzo, mi veniva fame. Ma non delle immense marmitte di couscous che Yasmina preparava per la tribù: fame di Parigi, fame di Belleville.

La Tokyo di Murakami Haruki

Io non sono una grande amante del Giappone. E nemmeno di Murakami. Entrambi mi sembrano troppo lontani, freddi, persi in un universo onirico ed etereo che a malapena intuisco, figuriamoci capire davvero. Eppure, quando ho letto Tokyo Blues. Norwegian Wood (edito da Einaudi con la traduzione di Giorgio Amitrano) sono rimasta folgorata: tutto in quel romanzo mi sembrava impalpabile ma anche solidissimo, in equilibrio perfetto: la scrittura dell’autore, gli oggetti apparentemente insignificanti e invece carichi di simbolismi, la Tokyo suburbana frenetica e insieme sospesa nel tempo, l’appartamento di Naoko, le incertezze di Toru, il finale straziante, e poi quel pezzo dei Beatles che chiude tutto come una cerniera impeccabile.

La Praga di Rainer Maria Rilke

Io amo Praga. L’ho anche già raccontato da qualche parte. La amo come si amano le città di cui ci si innamora da adolescenti e in cui si sogna di vivere, coltivando quel sogno a lungo e con cura, la amo perché Praga cambia faccia se la vedi attraverso gli occhi di Kafka, Hrabal o Perutz, perché è misteriosa e inspiegabile e piena di viuzze acciottolate e birrerie secolari dai nomi evocativi come titoli di ballate. In una lettera del 1902, Kafka la descriveva così: “Praga non molla… questa mammina ha gli artigli”. È vero. Praga non molla. Una volta che ti ha conquistato, non ti lascia più andare. Nel volumetto Due storie praghesi, edito da e/o e tradotto da Giuseppina Scarpati (e adesso disponibile solo in ebook nella collana Gli introvabili) Rilke restituisce tutto il fascino di questa città immortale e dei suoi abitanti, di cui lui stesso diceva: “Sono trasognati e tristi. Nelle loro voci c’è una nostalgia slava e vivono nella passata devozione dei loro intatti sentimenti”.

Il Maine di Stephen King

Non c’è estate senza il Re, per quel che mi riguarda, e non c’è Re senza Maine. King è uno di quegli autori che o si ama o si odia (per inciso, io lo amo, anche se ha passato quella fase terribile in cui non ne azzeccava più una e la cosa più terrificante uscita dalla sua penna era probabilmente il famigerato mostro lampada [cit.]), ma di certo non si può negare che abbia rivoluzionato un genere, quello horror, a lungo considerato cloaca di robaccia di serie zeta, portandolo a vette di successo (di pubblico e critica) mai viste prima. (Un titolo per tutti? It, capolavoro totale globale che io lessi da ragazzina – deliziandomi, divisa tra ammirazione per la scrittura galvanizzante del maestro e terrore puro – e disponibile nella traduzione di Tullio Dobner per Sperling & Kupfer). Ma il punto è: King senza Maine non sarebbe niente. It senza Maine non sarebbe niente. La cittadina immaginaria in cui questo e molti altri libri di King si svolgono, Derry, è la quintessenza del bellissimo New England e dei suoi abitanti burberi e senza fronzoli, e riveste un ruolo di primo piano in molti di quei libri. Basti dire, senza fare spoiler, che Derry è uno dei protagonisti di It.

La Bahia di Jorge Amado

Quando Amado è morto, una quindicina di anni fa, mi ricordo di aver letto su qualche  quotidiano che i suoi amici avevano trasformato la sua veglia funebre in una bevuta collettiva. Si erano visti tutti nel giardino della sua casa azzurra, avevano acceso lampadine e candele, e avevano gozzovigliato tutta la notte, cantando e ridendo. All’epoca mi era sembrato un modo bellissimo per ricordarlo, l’unico possibile, l’unico adatto, e io, che avevo appena finito di leggere Dona Flor e i suoi due mariti (Garzanti, traduzione italiana di Elena Grechi) e lavoravo in un pub, mi sono unita alla commemorazione scolandomi tre shot di fila di cachaça pura. Imbevibile, ma che fuoco! Di Amado e della sua Baiha, arrivati a me proprio quando avevo l’età giusta per apprezzarli, mi sono rimasti appiccicati addosso, anche dopo tanti anni e dopo tanti altri suoi romanzi letti e amati, proprio il fuoco (il fuoco della passione di Vadinho, il fuoco su cui Flor faceva scaldare l’olio di dendê), poi il mare, rinfrescante e onnipresente, e il caleidoscopio di colori e facce e voci, di canzoni e balli e sensualità. Tra le righe di Jorge, Bahia mi era sembrata sinestesia pura, e ho continuato, a lungo, a sognare di vederla, così come l’aveva vista lui, sospesa tra sogno e realtà, sanguigna e irreale al tempo stesso.

La Dublino di Roddy Doyle

Per me Roddy Doyle è l’Irlanda. E I Commitments sono Dublino. Barrytown, quartiere fittizio situato nella periferia nord della capitale in cui il romanzo ha luogo, è più vero del vero, secondo me. Io non ci credo che i Rabbitte non esistono, che non si insultano a vicenda urlando da una parte all’altra della casa, che non si infilano nei pub di quartiere, zeppi di operai disoccupati e ragazzini appena usciti da scuola, per farsi una pinta e ascoltare un po’ di blues. Non ci credo che quella Dublino chiassosa, ubriacona, colorita, capace di inaudite tenerezze e occasionali litigate, non si trovi sulle cartine. Non ci credo che se mi spingo fin lì non trovo un furgone dove comprare fish and chips bisunto e patatine al curry, un pub con lo schermo gigante che trasmette le partite di calcio, una chiesa dove chiedere perdono dopo l’ennesima scazzottata. Non ci credo che se raggiungo Dublino e la giro tutta non sento quell’inglese smozzicato, pervertito, irlandesissimo, con cui Doyle (e la sua traduttrice italiana per Guanda, Giulia Zeuli) ricama dialoghi da applausi. Non ci credo neanche un po’.

La Provincetown di Micheal Cunningham

Io Cunningham lo avevo conosciuto come autore di Le ore. Che mi era piaciuto tanto, come mi era piaciuto anche il film che ne avevano tratto nel 2002. Ma mi erano piaciuti entrambi… come dire? Senza impegno. Poi un amico mi ha prestato Dove la terra finisce (Bompiani, traduzione di Ivan Cotroneo), e che vi devo dire? Mi sono innamorata. Pazzamente. E come mi succede ogni volta che mi innamoro, mi è venuta voglia di partire. La Provincetown di Cunningham, “situata su un lembo di terra all’estremità di Cape Cod, (…) il barbiglio alla fine dell’uncino, una asserzione geologica fragile e bassa che una volta era tenuta insieme dalle radici degli alberi”, ormai destinazione turistica ma un tempo meta di artisti e intellettuali, prende vita sotto lo sguardo intenerito, carezzevole, dell’autore, che la conosce bene da oltre vent’anni, e che vi ha passato inverni solitari ed estati affollate. È, questa, una cittadina remota costruita tra sabbia e onde, e che della sabbia e delle onde ha la volatilità e il fascino senza tempo. Io me ne sono invaghita già alla prima riga, quando Cunningham, nel breve prologo, dice: “Nelle chiare sere d’estate, a Provincetown, per un breve lasso di tempo dopo il tramonto, il cielo è blu scuro ma gli scafi delle imbarcazioni al porto trattengono ancora un’ultima traccia di luce che non si scorge altrove. Diventano brevemente fosforescenti in un mondo blu pallido.”

Il Galles di Bruce Chatwin

Eccola, direte voi, un’altra che è tutta chiacchiere e distintivo: aveva detto niente libri di viaggi canonici, ma poi se si parla di luoghi lontani un Chatwin ce lo deve inserire per forza. Beh, vi dico io, sì e no. Sì nel senso che l’ultimo libro che vorrei consigliare in questa lunga lista è in effetti stato scritto da Bruce Chatwin (Sulla collina nera, Adelphi, traduzione di Clara Morena) e no, perché questo libro, che per inciso è un romanzo ed è in assoluto il mio preferito dell’intera produzione chatwiniana, è forse l’unico libro “stanziale” di questo autore che ha sempre scritto reportage da luoghi lontani. O se non è l’unico, è comunque il più stanziale: racconta infatti le vicende di due gemelli identici nati ai piedi di una collina gallese all’inizio del 900, e che per 80 anni, come dice la quarta di copertina, “mangiano lo stesso cibo, indossano gli stessi vestiti, dormono nello stesso letto, roteano l’ascia con lo stesso gesto”. I due fratelli non si sposano mai, non si separano mai, non abbandonano mai la casa natale: e mentre il mondo va avanti, e scoppiano guerre, nascono bambini e muoiono amici, Lewis e Benjamin rimangono all’interno della loro bolla privata, in un cerchio magico accessibile solo a loro. L’unico altro personaggio a cui è consentito entrare è il loro pezzetto di Galles, quello che gli appartiene e che coltivano con dedizione assoluta; un francobollo di terra aspra e scarsamente abitata che a tratti sembra più esotica e straniante dell’Australia degli aborigeni, della sterminata Patagonia, dell’Africa dei colpi di stato e di tutti gli altri luoghi geograficamente lontanissimi di cui Chatwin ci ha raccontato.

 

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