Cinque anni fa, combinazione proprio a fine marzo, ho preso una decisione epocale, per i più folle: lavoravo per un’agenzia di comunicazione e ufficio stampa che si occupava di eventi culturali importanti e bellissimi, insieme a colleghe con cui condividevo talmente tante cose (soprattutto ansie della morte, va detto, ma anche molto altro) che ancora oggi restano tra le mie amiche più care nonché tra i miei ricordi più belli, e da un giorno all’altro mi sono licenziata. Sorvolo sui motivi personali e perlopiù tristanzuoli che mi hanno portata a quella scelta e che mi lasciano ancora oggi convinta di aver fatto la cosa giusta, sta di fatto che dopo dieci anni che ogni mattina – prima a Roma e poi a Torino – mi alzavo, mi preparavo e andavo in ufficio, a un certo punto, di botto, non è stato più così.

Per un po’ me ne sono rimasta lì, nel sole inaspettato di quella primavera sabauda – ho quest’immagine di me felice, in maniche corte, mentre risalgo a piedi uno di quei primi giorni la salita che dai Giardini Reali porta a Piazza Castello, e se fosse un videoclip in sottofondo risuonerebbe Two Princes degli Spin Doctors, tanto per darvi un’idea – sospesa in un vuoto stuporoso colmo di tutte le possibilità del mondo. Poi già che c’ero, visto che come recita anche la nostra homepage “Two is megl che one”, ho fatto un’altra figlia. Infine, per ovvi motivi di sopravvivenza economica e visto che passata l’euforia iniziale senza lavorare stavo impazzendo, sono tornata alla prima cosa che avevo imparato a fare, quella che mi piaceva di più e – diciamocelo – forse pure quella che so fare meglio: scrivere e tradurre.

Mi sono comprata la scrivania e due mensole da IKEA, la lampada da Brico, ho incassato il tutto in camera da letto, nell’intercapedine tra il muro e l’armadio creandomi il loculo più buio del mondo (che il Dio delle freelance con l’eyeliner che postano su Instagram dettagli di un bianco accecante dei mobili di design che compongono il loro angolo-studio mi perdoni) e ho iniziato a lavorare da casa.

Ora, contrariamente a quanto si sarebbe portati a credere, è ormai scientificamente provato – come dimostra uno studio condotto di recente da alcuni ricercatori di Stanford sui dipendenti di un’agenzia di viaggi cineseche lavorare da casa aumenti la produttività. Adesso non vi fossilizzate sul fatto che mentre scrivo è mezzogiorno e io nello specifico da stamattina ho nell’ordine: 1) ottenuto un punteggio ridicolo al quiz “Quanto conosci Pretty Woman?” (vi prego fatelo, è difficilissimo) 2) scoperto che tra tutti i personaggi di Lost quello che mi assomiglia di più è Charlie (ma guarda un po’, il tossicone, chi l’avrebbe mai detto) 3) ceduto all’irresistibile tentazione  di appurare che aspetto ha oggi il bambino che interpretava Atreyu ne La Storia Infinita (sempre caruccetto, in effetti). Se lo dicono la scienza e i cinesi è così.

Solo che, come in tutte le cose, ci vuole METODO. Perché lavorare da casa ti garantisce, in primo luogo, libertà, ma la libertà è una forma di disciplina (prima che vi caschi la mascella a terra per la perla di saggezza che ho appena partorito, sappiate che stavo citando una canzone dei C.S.I.).

Eccovi quindi, riepilogate di seguito, le fondamentali differenze che dall’alto della mia pluriennale esperienza ho individuato tra il lavorare in ufficio e il lavorare da casa, ciascuna comprensiva di alcuni preziosissimi suggerimenti per seguire il mio esempio virtuoso e continuare a produrre come una piccola e diligente ape operaia anche tra le mura della vostra umile dimora (senza perdere un certo qual contegno).

1) Dress code e igiene personale: comodo non vuol dire in mutande/ preparatevi “come se”/nuovo mantra “No pigrizia”. Qui c’è da fare una premessa: per quanto in un’anta del mio armadio ancora oggi figuri un’apposita sezione di tenute da evento/conferenza stampa, anche quando lavoravo in ufficio il mio stile d’abbigliamento era… come dire… molto casual: la mia amica ed ex-collega Francesca mi ha teneramente confessato a posteriori come la maglia a righe multicolor che indossavo il giorno del suo colloquio sia stata per lei il primo segnale che “non c’era niente di cui preoccuparsi” (l’ho preso come un complimento). Se lavorate da casa nessuno vi impedisce di farlo anche in mutande e con i capelli a cespuglio di rovi, ma ho scoperto con il tempo – e soprattutto grazie all’influenza terapeutica di Barbara – che il “prepararsi come se” ha una valenza non trascurabile specialmente in termini psicologici. Perciò, mi piace dormire fino all’ultimo istante possibile e le nostre uscite mattutine per accompagnare le mie figlie a scuola continuano ad assomigliare a un’esercitazione anti-incendio, MA una volta che sono di nuovo a casa a meno di scadenze ansiogene mi prendo sempre almeno una mezz’ora per riordinare un minimo (non lavoro più con alle spalle il letto sfatto, per intenderci), fare colazione con calma, farmi la doccia e assumere un aspetto vagamente umano. Il trucco no, non pretendete troppo, non mi truccavo neanche quando andavo in ufficio, e il demone del make-up non mi avrà mai.


2) Tragitto casa-lavoro: mezz’oretta di riscaldamento prima di iniziare/il moto (e la musica, e il cazzeggio online) ossigenano i neuroni.
Se lavorate in ufficio è ovvio, dovete arrivarci. A casa, il vostro tragitto-tipo nella migliore delle ipotesi copre dal letto alla scrivania, nella peggiore la lunghezza del braccio che dal letto sarete costretti a stendere per prendere il portatile dal comodino. OK, il traffico. OK, il freddo cosmico d’inverno e il caldo torrido d’estate. Ma quando andavo in ufficio era un lasso di tempo di cui approfittavo per ascoltare musica, riorganizzare i pensieri, pianificare le attività, farmi venire nuove idee. Se posso adesso lascio la macchina davanti a scuola e torno a casa a piedi, perché camminare mi mette proprio in moto il cervello. In caso contrario, ho cercato di ricostruirmi questo spazio-cuscinetto artificialmente anche a casa: prima di iniziare a lavorare faccio mente locale e mi segno su un foglio una lista con le varie voci da spuntare, leggo le ultime notizie online e sì, magari un quarto d’ora lo passo anche a cercare video su YouTube e spoiler dell’ultima stagione di House of Cards e Homeland (vabbè, facciamo venti minuti… mezz’ora e non se ne parla più).


3) Spazio di lavoro: l’ordine prima di tutto/difendete la vostra scrivania con le unghie e con i denti.
Su questo sono inflessibile. Non lavoro mai accovacciata sul letto né appollaiata sul divano. La mia scrivania è dozzinale e però ordinatissima, ho non uno ma tre portapenne, faldoni e cartelline impilati sulle mensole e i miei cassetti contengono cancelleria sufficiente a portare avanti un ufficio per mesi. Non c’è niente che mi irriti di più di quelle volte in cui Fabrizio torna a casa, chiude il mio computer e lo accantona in un angolo per fare spazio al suo o butta la giacca sulla mia sedia. Intorno, c’è di tutto: disegni delle bimbe attaccati con lo scotch al muro, una busta di plastica con tutto l’occorrente – e con tanto di manuale – per lavorare a maglia (attività che ho praticato DUE GIORNI DUE perché avevo letto da qualche parte che aiuta a rilassarsi, invece a me faceva venire voglia di andare in giro a prendere a picconate i passanti), il cappello di paglia che mi metto d’estate al mare, il Mandala Designer delle Winx. Ma il piano della scrivania è come un tavolo da chirurgo. Sì, vabbè, lo so: non più di due settimane fa ho postato lo schizzo del mio tavolo della cucina con il mondo esploso sopra. Ma là ero sotto consegna, quindi sotto pressione. Io sono come un gas, avete presente? Mi espando e lascio che la mia ansia dilaghi ovunque. Sotto consegna non vale.


4) Relazioni sociali: per una sana perculatio, che smorza l’ansia e allunga la vita/trovatevi un compagno (anche solo da stalkerare sui social).
Questa è la parte che mi manca di più. L’ufficio era un microcosmo amicale perfetto, una bolla raccolta intorno alla macchinetta del caffè, e il fatto di condividere il lavoro oltre al resto rendeva tutto ancora più prezioso. C’è un aspetto cinico eppure fondamentale dell’amicizia tra colleghi: oltre a spettegolare del più e del meno, puoi smorzare moltissime ansie perculando chi te le mette. Così quando lavoravo in ufficio, sia a Roma che a Torino, dallo stress e dalla pressione di gruppo sono nati alcuni soprannomi immortali, la cui poesia mi spiace non possiate cogliere fino in fondo perché non conoscete i diretti interessati a cui si riferiscono: Bambacione, lo Spigato, la Bidella, il Tricheco. Devo ammettere che ultimamente le cose sono molto migliorate perché come potrete ben immaginare in termini di perculatio e battute io e Barbara non siamo seconde a nessuno, però ecco, lavorando da casa, in proprio… la solitudine c’è, quindi l’unico consiglio che posso darvi è un non-rimedio: trovatevi qualcuno con cui lavorare, anche a distanza (Skype e la chat di Facebook possono fare miracoli). Oppure consolatevi pensando che magari avreste potuto capitare in un ufficio di carogne, ne ho sentiti molti, vale lo stesso.


5) Pause e orario di lavoro: una tabella di marcia sensata (non siete più in Erasmus)/quando è basta è basta/stop alle chiamate.
In ufficio i momenti di break sono per forza di cose contingentati, a casa inevitabilmente si finisce per lasciarsi andare all’anarchia. Così magari hai tradotto/scritto fino alle tre della notte prima o tuo figlio ha lo streptococco e hai passato la nottata in bianco e allora alle dieci e mezza ti fai una pennica di un’oretta perché non connetti più, ma poi devi lavorare in tromba per recuperare, non guardi l’orologio ed ecco che alle quattro del pomeriggio ti accorgi che non hai mangiato, perché all’ora di pranzo nessuno ti ha avvisato e tra due Gocciole di qua e dieci Pringles di là quel languorino in fin dei conti… bah, non è che tu l’abbia proprio sentito. Oltretutto che ve lo dico a fare? Con gli smartphone, signora mia, una mail può raggiungerti in qualsiasi momento, anche alle otto di sera mentre giri lo spezzatino, hai tutti i materiali sotto al naso e non chiusi a chiave in redazione con l’antifurto attivo e quindi che fai? Sono due righe, non te le vuoi togliere subito? Su questo lo confesso, io sono davvero carente. E fino a poco tempo fa la frase che più spesso mi si sentiva dire la sera era “Finisco cinque minuti una roba di lavoro, eh… Faccio subito”. Una soluzione potrebbe essere il fantastico “metodo pomodoro” di cui ha già scritto Barbara. Io i primi giorni ero entusiasta, solo che poi sono entrata in una spirale d’ansia per cui su qualsiasi lasso di tempo impostassi il “pomodoro” non calzava mai con quello che dovevo fare, o troppo lungo o troppo corto (e poi ecco, di mio non è che io sia proprio un modello di costanza …) e quindi ho lasciato perdere. Ultimamente faccio così: nel corso della giornata cerco di non andare in loop e di seguire ritmi analoghi a quelli d’ufficio, e poi mi sono imposta che a un certo orario spengo il computer, silenzio il cellulare e lo lascio in un’altra stanza, non lo guardo fino alla mattina dopo cascasse il mondo (generalmente funziona, ma non è che ce la faccia proprio sempre).

Se a questo punto pensate che grazie a queste semplici regolette io sia diventata una lavoratrice da casa e al contempo una madre di famiglia impeccabile ed efficiente… beh, vi sbagliate di grosso. L’altra sera, alle otto, solo un messaggio sul gruppo di WhatsApp delle mamme della prima elementare mi ha improvvisamente ricordato che l’indomani Alice sarebbe andata in gita al Conservatorio ed era previsto pranzo al sacco. Io non avevo fatto la spesa e quindi mia figlia ha avuto come spuntino Gocciole, Pan di Stelle, un pacchetto di Fonzies e un Kinder Bueno. Insomma, cose così mi capitano ancora, più spesso di quanto vorrei. Ma sono sulla buona strada, e a dirvela tutta, nello specifico a ‘sto giro ho fatto un figurone: nessun’altra bambina aveva  nel portamerenda gli orsetti gommosi dell’Haribo (per quanto fortunosamente recuperati dai rimasugli della calza della Befana).

 

 

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