Per noi traduttori editoriali è un problema comune e diffuso, anche se molti non ammetteranno mai di esserne afflitti: capita, nel tradurre, di ritrovarsi occasionalmente a fissare il muro alla ricerca di un termine italiano “ufficiale” e “riconosciuto” che proprio non viene, quando ne avremmo sulla punta della lingua un altro, del nostro lessico familiare, legato alle nostre origini, che avrebbe reso perfettamente il concetto.

In molti casi, bisogna ammetterlo, l’equivalente perfetto del termine che dobbiamo tradurre l’italiano non lo contempla: inutile aggirarsi minacciosi con un taccuino in borsa, in attesa che la parola giusta sbuchi a sorpresa nel mezzo di una conversazione, appena in tempo per essere annotata con lucida follia. In alcuni casi l’unica opzione possibile è quella di infilarsi in complessi giri di parole, con la malinconica consapevolezza di dover sacrificare all’etichetta della correttezza editoriale la soluzione più immediata, quella dialettale. Ne sa qualcosa Barbara, che da tempo immemorabile è accanita promotrice di una battaglia per l’inserimento negli standard editoriali del romano “Stacce” come traducente ammissibile dell’inglese “Deal with it”, che il più delle volte ci si ritrova a rendere con il penoso “Fattene una ragione”.

Consce di tale dramma, e per avere conferma che la stessa tragedia si consumasse anche nel privato di altre scrivanie, spesso anche le più autorevoli, abbiamo chiesto ad alcuni colleghi di dirci quale termine del loro dialetto di origine dovrebbe secondo loro essere inserito ad honorem nel vocabolario italiano. Ne sono saltate fuori alcune risposte interessanti che vogliamo condividere con voi.

Del resto lo diciamo da tempo, l’italiano – come tutte le lingue – è un’entità viva, che cambia, che deve avere il coraggio e l’ardire di salpare verso lidi sconosciuti (e a volte vituperati dai più). Proprio a questo proposito vi ricordiamo che il 15 e 16 aprile saremo a Pisa con Italiano Corretto, per indagare ed esplorare insieme le nuove direzioni che la parola può e deve intraprendere, soprattutto per noi che con le parole lavoriamo.

Intanto buona lettura e… STAY TUNED for Zingarelli 2017! 

 

ROSARIA FIORE – UDINE
Pengio
Quando mi è stato chiesto di pensare a un friulanismo da inserire in un ideale vocabolario della lingua italiana la mia scelta è caduta su “pengio”, italianizzazione di penç, parola che significa principalmente pesante, corposo, ma che può essere utilizzata anche con il significato di denso, fitto, voluminoso, corpulento, arduo, indigesto. L’uso è quanto mai vario e spazia dall’ambito gastronomico (una minestra bella pengia) a quello letterario (un libro pengio, sia per dimensioni che per contenuto) a quello scolastico (un esame pengio) a… infiniti altri. Da pengio è derivato il sostantivo “pengezza” (es. “Che pengezza quel film!”; “Certo che quel tuo amico è di una pengezza!”). Considero questa parola intraducibile per la sua espressività, icasticità e densità semantica.

 

CARLA PALMIERI – TORINO
Fé cassül
“Fare mestolo”, ovvero Il raggrinzar la bocca che fanno i fanciulli quando vogliono piangere*, traducente perfetto di to pout, to sulk e simili. Dove l’inglese ha una sola sillaba, in italiano ne servono almeno quattro: fare il broncio? il muso lungo? sporgere il labbro inferiore? E se l’idea che si possa “fare mestolo” vi sembra buffa, sappiate che gli americani ci sono già arrivati da un pezzo: non a caso “Dippermouth” (bocca a mestolo, appunto) era uno dei soprannomi di Louis Armstrong. Qui da noi, invece, ci ha pensato un genio misconosciuto come Silvio D’Arzo, che in un suo romanzo dei primi anni Quaranta scriveva: Arseni non rispose al ragazzo una parola, ma s’accontentò di atteggiare le sue labbra a mestolo, incerto forse e un poco rincresciuto e quasi offeso**.

*Dizionario Piemontese, Italiano, Latino e Francese compilato dal Sacerdote Casimiro Zalli di Chieri, 1830.
**Silvio D’Arzo, Essi pensano ad altro, Milano, Garzanti, 1976.

 

ANNA MIONI – PADOVA
sìdio | seccatura, fastidio sidiàre | 1. annoiare, stancare; 2. tormentare sidià (p.p.) | sfinito (spec. per inedia)
“Te sì un sìdio” è una delle frasi che mi sono sentita ripetere più spesso nella mia infanzia di bambina curiosa e ostinata. All’accezione di seccatura o tormento, probabilmente derivante dal latino obsidio = assedio, si aggiunge la caratteristica della persistenza. Il sìdio è l’equivalente veneto della mosca cavallina, che ti perseguita fino allo sfinimento. Sidiare è il verbo relativo. Devo ancora trovare un equivalente altrettanto breve ed efficace per esprimere questo concetto in italiano.

 

FEDERICA RESSI – GENOVA
Tapullo
In italiano si potrebbe tradurlo con “rabberciamento”, perché si tratta di quelle riparazioni di fortuna à la MacGyver che si fanno in casa in attesa di chiamare un tecnico o – semmu de Zena, si sa che siamo noti per la nostra parsimonia – nella speranza che durino nel tempo. E in quest’ultima eventualità spesso il tapullo diventa ai nostri occhi un’opera di tale raffazzonata genialità che la si mostra con orgoglio agli amici. Tempo fa ho letto sul giornale che, dati i tempi di crisi, qualcuno si era inventato la professione del “tapullante”. Ho scoperto che una variante spezzina, tappollista, compare in un romanzo di Maggiani: “Dinetto era un tappollista. Significa che faceva quello che gli altri generalmente non riescono a fare: trovare una soluzione semplice per un problema complicato”. Non è una grande metafora della vita?

 

VALERIA ALIPERTA – VIAREGGIO (LU)
Incignare
Incignare è un termine che mi accompagna dall’infanzia in Toscana – lungi da me sapere se ha usi diversi dalla mia zona, la Versilia, ma avendo famiglia sparsa fra San Miniato e Pistoia, passando per Viareggio, incignare è quel verbo ricorrente e così tipicamente utile per il quale non ho individuato una soluzione in italiano. Un nuovo paio di scarpe, un abito o una qualsiasi cosa che viene a essere usata per la prima volta viene incignata (in una sorta di equivalente di “rinnovare”, altro termine toscano molto diffuso) e sebbene non esista un sostantivo del verbo (che sarebbe ancora più versatile!), la cosa singolare è che esiste ad esempio in spagnolo, “estrenar > estreno” che si usa per indicare anche una première cinematografica o di un qualsiasi spettacolo.

 

DOPPIOVERSO – ROMA
Accrocco
Tecnicamente, un accrocco è un sistema composto di più parti, messo su in modo approssimativo. A noi di doppioverso, ansiose e precisine, l’accrocco piace moltissimo, perché è la summa dell’ingegno di chi è in grado di improvvisare. Inoltre, essendo noi originarie della spiccia e aspra Ciociara (Barbara) e del mix meridional-settentrionale Napoli-Bergamo (Chiara), siamo in grado di apprezzarne la grondante romanità. L’accrocco dice: “Sì, vabbè, se regge in piedi, no? E allora va bene così”. E chi guarda l’accrocco, a Roma, lo fa con la bonarietà indulgente che è tipica dello spirito e della lingua capitolini. Dire “Madonna che accrocco!” equivale a dire: “OK, hai fatto un mezzo casino, ma va bene uguale, rilassate, magnate la porchetta, famo una pennichella”. Più romano di così si muore.

 

FEDERICA ACETO – FORMIA (LT)
Vinciticcio
Quando ho scoperto che la parola vinciticcio non era di uso comune, ma anzi legata a una zona geografica anche molto limitata (la mia e quella dei miei genitori), mi sono chiesta: come può l’italiano fare a meno di una parola così? Si tratta di un aggettivo presente in vari dialetti sud-pontini (formiano, spignese, maranolese) ed è usato per descrivere chi vuole avere sempre ragione, chi non sa perdere, chi pretende di avere l’ultima parola. Il vinciticcio non è persuasivo né carismatico, ma si impone con l’arroganza, la petulanza o la lagna. Chi non ha a che fare con una persona così almeno una volta al giorno alzi la mano. Ora sapete come chiamarla.

 

CLAUDIA VERARDI – NAPOLI
Sbariare
Verbo usatissimo nella lingua napoletana, significa distrarsi da un impegno gravoso o da una qualsiasi attività, allontanarsi per un attimo da quello che si sta facendo qualora la faccenda si faccia troppo pesante. L’espressione “sbariare co’ a cap” vuol dire poi straparlare, dire cose a vanvera. È un verbo importante per il napoletano moderno, molto utilizzato. In ancora altre sfumature vuol dire svagarsi e staccare la spina, sempre con l’intento di distogliersi da pensieri assillanti. Sbariare può anche indicare una forma di vaneggiamento, quasi di delirio. Molto probabilmente il verbo trae origine dall’italiano svariare che indica, appunto, il non rimanere fermi su un intento modificandolo in continuazione. Sbariare è parente prossimo di “pariare”… ma è davvero difficile tradurre certe espressioni napoletane. Potrebbe essere reso con rasserenarsi, farneticare, distogliersi, divagare o con il riflessivo distrarsi, ma siamo lontani dal senso globale del termine collegato al concetto. Infine, anche qui ci viene in aiuto Pino Daniele: tu vaje deritto e i’ resto a pere… và tu va tant’io sbareo… (da Yes I Know My Way). Cosa mai significherà? Rimane intraducibile.

 

LOREDANA SERRATORE – SIRACUSA
Lagnusìa
Carattere, atteggiamento e comportamento di chi non si risolve a fare quel che deve. È più forte della pigrizia, diversa dall’accidia, in quanto segue una logica che giustifica la decisione del non agire: quello che devo fare è davvero importante? cosa succede se non lo faccio? posso farlo domani? E allura nenti, talè, ‘u fazzu dumani: uora mi pigghiau ‘a lagnusìa.

 

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