Qui a doppioverso ci piace raccogliere e coltivare suggestioni dalle fonti più disparate. Chiara, spesso e volentieri immersa nel delirio totale della gestione quotidiana di due bimbe piccole, ama ripetere di aver ricavato più di un’importante lezione di vita dalle avventure confettose dei My Little Pony e di Violetta; Barbara vanta nel suo decalogo personale massime colte a piene mani dalla vita e dalle canzoni di Prince, che è un po’ il suo guru e modello di resistenza a dispetto di qualunque avversità. Ovviamente, da lettrici compulsive quali siamo, un po’ per lavoro e un po’ per diletto, è inevitabile che gran parte degli spunti di riflessione ci arrivino dai libri. Ultimamente ne abbiamo individuati cinque che, pur parlando – almeno all’apparenza – di tutt’altro, ci sembrano indispensabili per chi fa il nostro mestiere, perché incarnano alcune caratteristiche e qualità di cui un freelance in generale, e un traduttore nello specifico, non può fare a meno. Volete sapere quali sono? Eccoli qui!

La fedeltà verso sé stessi

Andre Agassi, Open, trad. it. di Giuliana Lupi, Einaudi 2011

Per chi come noi ha avuto il coraggio di andarsene in giro, nei primi anni Novanta, con la maglietta della Nike su cui campeggiava il faccione capellone del tennista rockstar, leggere la sua autobiografia, scritta in collaborazione con il premio Pulitzer J.R. Moehringer, è stata un’epifania. Perché in questo libro Agassi racconta la persona (e il dolore) che si nascondevano dietro la patina brillantinata del merchandising. La prima cosa che confessa, candidamente, è che lui il tennis lo odiava: o almeno odiava il personaggio che per primo aveva contribuito a creare, con la sua ribellione ostinata, i calzoncini jeans strappati, l’orecchino e le mèches. Solo quando ha trovato il coraggio di buttare il parrucchino, rasarsi a zero e ripartire dall’essenziale, regalando una seconda chance a una carriera che sembrava finita, Andre ha trovato un’autenticità e una genuinità che non aveva mai avuto, da cui sono derivati a cascata successo, amore e un posto definitivo e supermeritato nell’Olimpo dei campioni dello sport. Ci sembra sia una parabola fondamentale sull’importanza dell’accettare le contraddizioni, sia fuori che dentro di noi, e sulla capacità di reinventarsi partendo sempre da noi stessi.

Il coraggio di migliorare il mondo (e di non lamentarsi troppo)

Naomi Klein, Shock Politics – L’incubo Trump e il futuro della democrazia, trad. it. Giancarlo Carlotti, Feltrinelli 2017

Naomi Klein è uno dei nostri miti post-adolescenziali. Quando, a inizio anni 2000, ha pubblicato il suo No Logo, noi eravamo poco più che ventenni coi capelli spettinati e una vita di flanella, mature come pere Williams per il messaggio di questa canadese quasi coetanea che a bassa voce sconvolgeva il mondo dell’economia mondiale e del capitalismo. Nel suo nuovo libro Naomi rispolvera alcuni dei suoi temi più cari, tra cui l’idea che tutto ciò che accade nel nostro mondo globalizzato, Trump incluso, non è un fenomeno isolato, ma l’ovvia conseguenza di dinamiche più vaste. Ma lo fa aggiungendoci un bel po’ di ottimismo: il “NO” di protesta, senza appello e senza proposte, che molti hanno coltivato per anni, non serve più a molto, dice. È giunto il momento di rimboccarsi le maniche e lavorare insieme, senza aspettarci che qualcuno ci liberi dal pantano (e, per inciso, non è troppo tardi per farlo). Non vi sembra che stia parlando proprio di noi traduttori, di una categoria che solo ora comincia a essere consapevole di se stessa, a opporsi a un mercato monco e zoppo, a capire l’importanza del fare rete per un futuro migliore senza aspettarsi che i committenti siano folgorati sulla via di Damasco e comincino a ricoprirci d’oro?

La perseveranza

Haruki Murakami, L’arte di correre, trad. it. di Antonietta Pastore, Einaudi 2009

Murakami ci piace molto, perché è un po’ l’incarnazione, in letteratura, di un principio scomodo di cui però siamo fondamentalmente convinte, ovvero che il talento, senza l’esercizio, la disciplina e la costanza, non possa portarci granché lontano. In questo libro in cui racconta la sua passione per il running e al tempo stesso i suoi inizi come scrittore, Murakami traccia in maniera naturale e per noi emblematica alcuni importanti paralleli fra l’esercizio della scrittura e in generale gli sport di “resistenza”. Ogni mattina, da anni, lui si sveglia e corre dieci chilometri. Ogni mattina, da anni, siede alla sua scrivania e lavora quattro ore. Questo che piova o che ci sia il sole, che abbia l’ispirazione o che si senta addosso la creatività di un cubo di marmo. Una bella lezione che sfata il mito purtroppo diffuso della “spontaneità”, restituendo la giusta importanza alla costanza di chi, nella vita come nel lavoro come nello sport, per andare avanti non può esimersi dallo scavare, nella consapevolezza che spesso i risultati più importanti ci impongono un prezzo che è fatto anche di fatica e disciplina. Un impagabile elogio dello “sbattone”, insomma (per dirla alla doppioverso).

L’equilibrio tra calcolo e incoscienza

William Finnegan, Giorni selvaggi, trad. it. di Fiorenza Conte, Mirko Esposito, Stella Sacchini, 66thand2nd, 2016

Questo memoir è potentissimo. Se vi piace il surf, o anche solo l’oceano, Finnegan vi porterà in luoghi (mentali, geografici), che vi lasceranno senza fiato. Come ogni memoir che sia anche un po’ un libro di viaggio e di avventura, Giorni selvaggi suscita (almeno all’inizio) una certa bonaria invidia. Eh, ci diciamo leggendo di giovanotti abbronzati su spiagge esotiche, bella la vita passata a divertirsi al mare! Ma ciò che a noi di doppioverso è rimasto più impresso di questo libro è, a ben vedere, questo: il surf, ci dice Finnegan, non si improvvisa. È uno sport di istinto, ma è anche un calcolo perfetto. Il surfista non sopravvive se non conosce le onde e non impara a capirle, e non si diverte se non si lascia andare, con un pizzico di incoscienza. Ci sembra un messaggio perfetto per ogni freelance, e per i traduttori in particolare: sognate in grande, abbiate coraggio, ma non tuffatevi prima di sapere con quale forza quella data onda potrebbe spazzarvi via.

La cassetta degli attrezzi

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi 2014

Se c’è una cosa che un freelance deve possedere è il perfetto dominio dei suoi strumenti di lavoro. Per un traduttore, tale strumento è la lingua. Straniera, certo; ma anche (e soprattutto) la madrelingua verso cui si traduce. Uno dei rischi in cui si incappa più spesso in questo senso è quello di non saper gestire la lingua correttamente, di fare errori: più sottovalutata, ma altrettanto dannosa, è la possibilità di banalizzarla, appiattirla, omogeneizzarla. Un antidoto perfetto è la lettura di Lessico famigliare, meraviglioso ritratto di famiglia borghese degli anni del dopoguerra in cui i legami passano attraverso esperienze, cibo, condivisione, storie e, soprattutto, quel lessico famigliare del titolo. Il suo bellissimo incipit (Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: «Non fate malagrazie!» Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: «Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci!») ci racconta che la lingua viva, non letteraria, non sterilizzata, non televisiva, è la più grande ricchezza di cui può disporre chi con la lingua lavora; e che i potacci e gli sbrodeghezzi possono e devono passare da noi ad altri, in un circolo virtuosissimo di piacere della lettura.

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