Sabato scorso, il 19 novembre, ho fatto il mio esordio a Pisa come docente in aula, per un corso di una giornata intera in presenza organizzato da STL Formazione e dedicato alla traduzione in ambito giornalistico (qui, sullo Storify di Jessica Mariani, il live tweet del workshop).

È stata – com’era facile prevedere – un’esperienza prosciugante (sette ore di seguito in aula sfiancherebbero credo anche un bisonte) ma anche, a ripensarci adesso, una delle più edificanti e istruttive che abbia mai vissuto. Sebbene la traduzione giornalistica costituisca buona parte del mio impegno quotidiano da almeno quindici anni, da brava traduttrice sociofobica l’ho sempre affrontata in solitudine, nella mia rassicurante bolla di scrivania-frigo-ciabatte. Il problema con quest’approccio è che il traduttore che si confronta solo con sé rischia lo stallo: non metterci mai in discussione non ci aiuta a crescere. Ecco perché sono grata a chi ha partecipato al mio laboratorio: perché sebbene mi piaccia l’idea di aver dato loro qualcosa da portarsi a casa, mi piace ancora di più l’idea che lo scambio con loro abbia dato qualcosa da portare a casa anche a me.

Ecco le tre cose più importanti che ho imparato insegnando, quelle che mi hanno cullato sul treno di ritorno da Pisa a Torino.

La vera conoscenza nasce dal confronto

Io, da sempre, sono una traduttrice “d’istinto”: l’impulsività e il regolarmi sempre in un’ottica di azione-reazione rappresentano da una parte la mia più grande risorsa e dall’altra il mio peggior limite. Non è, d’altro canto, una mia caratteristica che rimane vincolata al processo traduttivo. Anche quando devo scrivere qui sul blog, Barbara mi è testimone, non faccio ogni volta che dimenarmi come una carpa presa all’amo: ho grandissime difficoltà a sistematizzare, non sono una da “scalette” o “elenchi puntati” e per questo la gestazione delle mie slide di presentazione è stata letteralmente un parto, mi ha succhiato mesi di vita e mi è costata notti insonni e infiniti spostamenti e correzioni, fino alla vigilia stessa del workshop.

La verità, ho scoperto poi una volta entrata in aula e passata dall’ottica di “ommioddio-ho-scritto-tutto?” a quella di “ormai-ci-sono-o-la-va-o-la-spacca”, è questa: nessun docente ha ben presente il succo di quel che vuole trasmettere finché non si trova in aula a parlare con gli studenti. Via via che i ragazzi mi facevano delle domande, replicavano alle mie osservazioni, condividevano le proprie esperienze, tutto ciò che il mio lavoro significa per me, tutto il percorso che ho costruito in quindici anni, è diventato miracolosamente chiaro.

Ho capito che la paura di non sapere abbastanza che precede un corso è reale, perché non sappiamo mai abbastanza finché qualcuno non apre il cassettino giusto per tirarci fuori quell’informazione; e alcuni dei punti fermi che abbiamo affrontato, alcune caratteristiche salienti di questa specializzazione che col senno di poi hanno fatto crescere anche me, sono emersi proprio da loro, dallo scambio maieutico tra docente e aula. Un’ulteriore dimostrazione delle infinite potenzialità del mentoring, per cui io spero di aver lasciato qualcosa a loro ma di sicuro è molto quello che loro hanno lasciato a me.

 

Se continui a ripeterti che non ce la fai, il primo a crederci sarai tu (Harry Potter insegna)

Inutile nasconderlo, la giornata di sabato ha dato un’immensa, poderosa spallata alla mia atavica “sindrome dell’impostore”, di cui su doppioverso abbiamo più volte parlato e che per qualche oscuro motivo è un tratto che accomuna la maggior parte di noi traduttori. La paura di non farcela, di non essere all’altezza, è come un veleno che ti paralizza a poco a poco e ti impedisce di buttarti: l’equivalente psicologico di un Molliccio di Harry Potter, il mostro che ti terrorizza assumendo di volta in volta le sembianze della tua paura peggiore.

Ma è un veleno che a volte assumiamo volontariamente, quando nessuno, a parte noi, sembra convinto che non ce la faremo. Recitiamo così bene la parte di quelli che falliranno sicuramente, che finiamo per far avverare la profezia. La soluzione, ci insegna sempre il magico mondo di Harry Potter, è una buona, sana dose di coraggio e cambio di prospettiva (e fiducia in chi crede in noi). Se gridiamo RIDDIKULUS! abbastanza forte in faccia alle nostre paure, come ci spiega il buon professor Lupin, anche il temibile Piton si trasformerà nella nonna di Neville (e chi non capisce la citazione corra a rileggere tutta la saga, subito!)

I miei personalissimi Lupin, in questo senso, sono stati Sabrina di STL, che ha visto in me un potenziale da “animale da palcoscenico”, da “gladiatore della docenza”, prima ancora che lo vedessi io, e mi ha quindi costretta a mettere in pratica l’incantesimo antimolliccio; e Barbara, ormai mia preziosissima amica e sodale, che ogni giorno mi ricorda le meraviglie che possono scaturire dalla serendipity e dagli incontri fortuiti (e che venendo a Pisa sotto consegna mortale solo per farmi zampamano mi ha dato una dimostrazione d’affetto di quelle che proprio ti fanno vedere il mondo più colorato e pieno di unicorni svolazzanti, un gesto eroico tipo quando Lupin dà a Harry la cioccolata dopo  la prima comparsa dei dissennatori). Spero di portare con me questa sensazione di smentita delle mie solite più cupe aspettative anche altrove, di riuscire a innaffiarla per trasferirla nel lavoro e in alcuni progetti dei quali non riesco a godere come meriterebbero per colpa dell’atteggiamento tremebondo da piccola fiammiferaia che troppo spesso mi accompagna e sarebbe propria ora mi scrollassi di dosso. E se non ci riuscissi, mi farò tatuare RIDDIKULUS! in fronte. Hai visto mai…

 

Abbiamo tutti il diritto di rispondere dei nostri errori ma non è giusto che rispondiamo di quelli degli altri

Quest’ultima lezione è più strettamente inerente ai temi del corso. Confrontandoci, interrogandoci tra noi, condividendo esperienze, è saltata fuori una verità incontrovertibile, che vede scaturire molti degli errori/orrori che oggi affliggono la traduzione di news da alcune cattive pratiche: revisioni arbitrarie se non addirittura inesistenti, condizioni di lavoro che non solo non tengono nel dovuto conto la nostra professionalità dal punto di vista economico – che già è importantissimo – ma che finiscono per sminuire a trecentosessanta gradi agli occhi  degli altri il nostro valore e la nostra competenza.

Molti, troppi di noi accettano questa situazione perché “è importante per inserirsi” o perché “intanto fa curriculum” senza accorgersi dell’assurdo paradosso che questa loro convinzione porta con sé: accettando “qualunque cosa, a qualunque costo” si entra a far parte di un esercito di lemmings che non fanno altro che andare volontariamente a schiantarsi sul fondo di un dirupo.

In questo, la traduzione di news è un po’ una cartina al tornasole di tutto il panorama della traduzione oggi in Italia, ma è anche l’ambito in cui fare i lemmings è più pericoloso. Perché, di base, il percorso di un lemming giornalistico si svolge così: il giovane traduttore accetta condizioni impossibili, quindi consegna traduzioni al di sotto del suo valore. Com’è consuetudine nel mondo giornalistico, il suo pezzo non affronta un’accurata revisione né, ovviamente, quattro giri di bozze. Le possibilità che le cretinate, gli errori di distrazione, i calchi del traduttore compaiano sul pezzo finito aumentano a dismisura. Non corretto da revisori competenti, il traduttore non impara nulla, non migliora e conserva in un cassettino, pronti per la prossima traduzione, i suoi errori tipici. Il pezzo esce, magari online. Con una traduzione monca, storpia, incompleta, magari proprio sbagliata. Tutti se la prendono col giovane traduttore, bollandolo come incompetente. La storia si ripete per altri mille articoli, più rapidi a uscire dei romanzi (ovviamente). La speranza del giovane traduttore di inserirsi nel mercato “serio” è messa in grave pericolo dalla fama di incompetente che ormai lo precede. La vedete la spirale dell’orrore? Ecco perché un detto oggi a un committente diventa a volte (specie per noi traduttori di news) un no detto alla nostra potenziale carriera futura.

In sostanza, e in breve, quel che ho imparato in questi due giorni è: uscite, ascoltate, apprezzatevi e non consideratevi mai condannati per sempre all’ultimo gradino dell’Olimpo dei traduttori. Se c’è una cosa che tradurre giornalismo mi ha insegnato, è che può sempre succedere qualcosa che cambia le cose in modo imprevisto e rivoluzionario; se non in tutto il mondo, almeno nel nostro.

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