Sono quattordici anni, oggi, dal crollo delle Torri Gemelle di New York. A conti fatti, sono anche quattordici anni che faccio questo lavoro. O forse – farei meglio a dire – che questo lavoro ha scelto me.

Alle tre di pomeriggio dell’11 settembre 2001 io – ve lo dico proprio in tutta sincerità – dormivo. Mancava un mesetto o giù di lì al giorno in cui avrei discusso la tesi in Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico e da qualche tempo avevo iniziato a collaborare saltuariamente con la rivista diretta dal mio relatore: scrivevo qualche articolo, traducevo dall’inglese qualche pezzo sugli argomenti di attualità più disparati, ma vivevo ancora con i miei, l’avevo preso come un hobby più che altro, e facevo tutto bovinamente, senza dare più di tanta importanza all’assegno di importo variabile che ogni tre mesi la segretaria di redazione mi metteva in mano.

Quando nel dormiveglia ho sentito mia madre che dal salotto urlava: “Chiara, vieni! Presto!” sono scattata in piedi e sono corsa di là, è stato un riflesso automatico, ho pensato che fosse caduta, che si fosse fatta male. In realtà già sulla porta della stanza non ho guardato lei, però. Gli occhi mi si sono subito agganciati allo schermo acceso, e ho visto. L’aereo che centrava la Torre con una traiettoria perfetta, la nuvola di fumo e fiamme, il World Trade Center che si polverizzava come un castello di carte. Da quel giorno, dalla telefonata concitata che poche ore più tardi mi fece l’allora caporedattore, vai a capire, probabilmente nessun altro dei collaboratori più datati gli aveva risposto al telefono – “c’è un editoriale di Walzer, devi tradurlo subito” – sono diventata, mio malgrado, pezzo dopo pezzo, capendoci sempre un po’ di più, una traduttrice specializzata in politica internazionale, e in particolare “esperta” di attualità dello scenario arabo e mediorientale.

Una delle domande che più di frequente ci vengono rivolte dagli aspiranti colleghi che seguono il nostro blog o che incontriamo agli eventi è “Come faccio a specializzarmi? Come faccio a individuare la nicchia, il tema che – si spera –  mi consentirà di lavorare?” Devo seguire il cuore e buttarmi su una mia passione? Devo seguire la testa e basarmi sul mio percorso di studio o al limite cercare di individuare un settore che “tira”? In genere tendo a rispondere che entrambe le opzioni possono essere altrettanto valide, ma la verità è che c’è anche, almeno per quanto riguarda la mia esperienza personale, una forte componente di serendipity. Vedete, in molti casi la tua specializzazione non la cerchi, perché ti trova lei. E non è un discorso di essere nel posto giusto al momento giusto, una variante traduttoria del trito “scendevo la scalinata di Piazza di Spagna con le amiche mie, mi ha vista Scorsese e mi ha voluta assolutamente nel suo film. E da allora, beh… eccomi qui” [accenna sorrisetto schivo con alzata di spalle]. Non solo. È proprio che, anche se non lo vogliamo, in alcuni contesti lavorativi e nelle dinamiche che li caratterizzano, per quanto folli possano apparire a un occhio esterno, alcuni di noi funzionano meglio, perché psicologicamente deve andare così. Ed è questa nostra predisposizione innata a certi meccanismi che, forse, ci rende – o presto ci renderà – bravi in un determinato campo.

Quel giorno che caddero le Torri, in quel momento lì, io ve l’assicuro, di mondo arabo e Islam e terrorismo non ne sapevo assolutamente NULLA. Vi dico solo che ho dovuto cercare Afghanistan su Google perché non ero sicura di dove andasse l’H. Silvio mi telefonava ogni dieci minuti dalla redazione per dirmi che mi aveva mandato un altro articolo, e un altro e un altro ancora. (“Li hai visti?” “Sì, ma non riesco a finirne neanche uno se mi continui a chiamare!”). Fioccavano le ipotesi, le ricostruzioni. Si sono bombardati da soli? C’era un pazzo a bordo? E mo’ chi cacchio è sto Bin Laden? Come diavolo si scrive al-Qaeda, che mi hai mandato sette articoli insieme e lo trovo con sette grafie diverse?

Lì ho capito una prima, fondamentale lezione sul tradurre per i giornali: VELOCITÀ. Le deadline sono al fulmicotone, perché tutto ruota intorno al ciclo di vita della notizia, che per forza di cose è brevissimo, oltre che al fatto, specialmente nell’online, che se hanno pubblicato gli altri tu non puoi “bucare”. Hai sempre inevitabilmente addosso un certo qual senso di urgenza, in bilico tra un medico di E.R. che appena suona il cicalino butta il caffè in un cassonetto e corre in sala operatoria, e un poliziotto di Law & Order che lascia la sua dolce metà ad aspettarlo fino a notte fonda con la cena pronta e le rose sul tavolo perché hanno trovato un cadavere a Central Park. E volete sapere qual è la cosa più paradossale? Quel giorno ho iniziato anche a imparare  che proprio in virtù di questa tensione continua da “più cilicio per tutti”, a conti fatti la traduzione in ambito giornalistico è probabilmente la specializzazione più congeniale al mio carattere vagamente tendente all’ansioso, perché io sotto stress rendo tantissimo, e concretizzare un obiettivo (SUBITO. BENE.) è per me un modo per esorcizzare una pressione che tanto subisco comunque, anche quando non c’è. In altre parole io sono SEMPRE sotto stress quando ho una commessa, è il fatto stesso che la commessa esista a farmi venire l’ansia della morte. Quindi per me è l’ideale che quest’ansia della morte si consumi in poco tempo, e poi ne arrivi una nuova, piuttosto che sottostare a una goccia cinese di angoscia diluita nell’arco di mesi.

Qualche mese dopo quella prima impennata di lavoro, grazie alla quale ho finalmente conquistato una postazione fissa in redazione (nel disimpegno tra la porta del bagno e la macchinetta del caffè, ma vabbè) è arrivata la seconda lezione, sotto forma di un granchio assurdo nell’originale inglese di un articolo, una svista madornale che l’autrice aveva preso rispetto alla data effettiva di un conflitto inter-religioso. A me leggendolo viene il dubbio, ma mi intimidisco, penso “Figurati, avrà ragione lei, al limite lo controllano loro dopo” e tiro dritto. Salta agli occhi del direttore all’ultimo giro di bozze. Cazziatone per me. Dovevo farlo io. Nella traduzione giornalistica la revisione a valle, in pratica, non esiste o comunque può occupare solo un lasso di tempo molto ridotto ed è la prima cosa che si tende a sacrificare. Oltre che traduttore sei anche un po’ redattore, e molti nodi devi scioglierli da te. È una questione di grande autonomia ma al tempo stesso di grande responsabilità, perché di nodi ce ne sono e molti: terminologici (come per qualsiasi ambito di traduzione), di tono (perché ogni pezzo che parli di politica è inevitabilmente anche un pezzo di opinione e la posizione dell’autore è la prima cosa che va veicolata), fattuali (come in quel caso, e devi avere ben presente – cosa che io non avevo all’epoca – che la fedeltà letterale al testo originale è meno importante dell’effettiva attendibilità e veridicità della notizia). Quindi PRECISIONE: non puoi perdere tre quarti d’ora a fissare il muro chiedendoti quale sia la resa italiana filosoficamente e ontologicamente più opportuna di “frame” ma non puoi nemmeno scendere giù per le trippe. Anche sotto questo punto di vista, la mia indole probabilmente mi aiuta: sono dubbiosa e diffidente, per cui mi viene subito la pulce nell’orecchio. Sono vagamente ossessiva, per cui tanto più oggi nulla per me fila mai liscio come l’olio. Ma sono anche a conti fatti pragmatica e organizzata (in altre parole: so su cosa imparanoiarmi e su cosa no).

Questa faccenda della precisione e della verifica pur nella tempestività è in realtà ben più importante di quanto non immaginiate. È una questione di consapevolezza delle proprie scelte, anche nel labile regno del de gustibus. Chiunque faccia il nostro mestiere vi confermerà che in fin dei conti TUTTO è opinabile, nella traduzione. Qualsiasi scelta può convincere me e fare schifo a te, ma nella traduzione di testi giornalistici è più facile che la cosa ti venga fatta notare. E non dico solo dalla redazione, intendo purtroppo proprio dal mondo. Una volta che hai tradotto un libro, che è andato in stampa, che è sugli scaffali delle librerie, è difficile che qualcuno si prenda la briga dopo averlo letto di scrivere alla casa editrice per contestarlo. Nei giornali, soprattutto online, non è così. Niente è più facile che lasciare un commento, fare una precisazione, criticare un’espressione. E se è vero che nel giornalismo esiste una possibilità sacrosanta e preziosa che è quella dell’errata corrige, della rettifica, della sostituzione istantanea del contenuto online, è comunque un’eventualità antipatica a cui nessuno è immune. Crescendo, impari che ci sono alcune osservazioni di cui umilmente far tesoro – come quelle della politologa americana che dieci anni fa smontò, pur se con estrema delicatezza, la prima versione di un suo saggio tradotta da me spiegando punto per punto tutte le “ingenuità lessicali” (la dice lunga il fatto che a distanza di così tanto tempo ricordi ancora le parole che ha usato, no?) in cui ero incappata. Da allora l’ho tradotta molte altre volte e quella disavventura mi ha molto aiutata a raddrizzare il tiro – e altre che è meglio lasciarsi scivolare addosso, come i commenti troll, non contestualizzati, che a volte purtroppo capitano. È la terza lezione, probabilmente, della traduzione in ambito giornalistico: SPALLE LARGHE e APERTURA. Ed è il terzo aspetto in cui, per carattere, mi ritrovo: non mi preoccupa mettermi in discussione, a patto che ciò avvenga sulla base di un contraddittorio e di osservazioni fondate, e non porto rancore.

La traduzione giornalistica è una corsa fatta di risoluzioni fulminee: smussi di là, contestualizzi di là, hai sempre il browser aperto per cercare, confrontare, verificare. In questo senso, a mio avviso, è una palestra perfetta: perché comprime e però al tempo stesso esalta, sia in termini di spazio che di tempistiche, tutte le fasi della traduzione editoriale. Spalle larghe, mano ferma, determinazione di ferro, quindi. Come vedete, sembra l’identikit del detective Benson di Law & Order. E se ci penso, è anche il modo in cui tendo ad affrontare ogni aspetto della mia quotidianità. Quindi ribadisco: è incredibile quanto a volte quello che fai ti trovi e si intersechi con come sei.

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