È opinione ormai diffusa che quella del freelance sia la dimensione lavorativa ideale per chi ha un carattere introverso. L’introverso, secondo l’analisi di un articolo recente, non ha alcun problema a lavorare in solitudine, anzi preferisce non doversi confrontare con altri. Pare addirittura manifesti una particolare abilità in ambito social, dove la virtualità gli consente di dosare quanto e come comunicare di se stesso garantendogli al contempo la possibilità – per lui vitale – di salvaguardare il proprio spazio personale. Inoltre la sua sensibilità esasperata gli consente di leggere tra le righe, di interpretare il non detto, di cogliere segnali che per altri risulterebbero impercettibili, anche rimanendo dietro uno schermo, risultando quindi molto più ricettivo ed efficace.

È tutto vero, posso confermarvelo. Io sono sociofobica: la mia apparente spigliatezza in pubblico, la battuta sempre pronta, la logorrea mortale, non sono altro che tecniche di sopravvivenza perfezionate nel corso degli anni per mascherare una timidezza cosmica, che mi ha portata letteralmente a non proferire parola fin quasi all’età di 16 anni (poi ho recuperato con gli interessi, vabbè). Ma datemi tanto così e me ne torno tranquillamente a cullarmi nella mia atavica sindrome del fantasmismo; mettetemi davanti a un computer a macinare cartelle su cartelle di parole senza rotture di scatole e senza bisogno di interagire con altri esseri umani se non via mail, e mi farete contenta.

Questa leggenda del freelance introverso, però, e nello specifico la sua variante che vede il traduttore felicemente e orgogliosamente chiuso nella sua torre d’avorio, è in realtà un’illusione. Purtroppo o per fortuna, non siamo e non possiamo essere isole. Anzi, la nostra categoria più che mai, per andare avanti, ha bisogno di aprirsi al mondo, di fare rete, di superare la sua orsaggine innata.

E no, non per la vecchia solfa del “Vai, fai personal marketing, vai alle fiere, presentati agli stand, porta il CV”. Io ve lo auguro di trovare lavoro così, e in passato (quando mi ero appena riconvertita dall’ufficio stampa alla traduzione) il giro del fraticello scalzo l’ho fatto anch’io. Ma rispetto all’idea di potersi davvero distinguere lasciando una manciata di fogli A4 in mano a un editore durante una fiera, credetemi, ho visto cose che voi umani…

Tanto per dirne una: l’anno scorso ero al Salone del Libro perché dovevo fare da interprete a due illustratori per un workshop con alcune classi delle elementari, e sono passata a salutare una mia amica ed ex collega allo stand della casa editrice con cui collabora (non vi dirò mai qual è perché poi dovrei uccidervi). Siamo state un po’ a chiacchierare, e con noi c’erano una qualche non meglio specificata collaboratrice/stagista/esterna che gestiva gli avventori e il direttore editoriale. Mentre parlavamo amabilmente tutti insieme, una ragazza si avvicina e con vocina tremante chiede alla collaboratrice/stagista/esterna: “Buongiorno, scusate, posso parlare con qualcuno della casa editrice? Sa, sono una traduttrice, cerco possibili collaborazioni…” e giù tutta la solita trafila di presentazioni tra l’imbarazzato e l’esausto, che chissà poveretta quanti giri aveva già fatto.

Al che la collaboratrice/stagista/esterna, con assoluta naturalezza e invidiabile sangue freddo, le ha risposto: “Mi spiace, al momento non c’è nessuno, non saprei chi indicarle. Mi lasci pure tutto qui”. Io ci sono rimasta di sasso: ma come non c’è nessuno?! Il direttore editoriale è là, a due metri da te!

Ma quell’episodio mi ha confermato, se pure ce ne fosse stato bisogno (in fondo ho lavorato per anni nell’organizzazione culturale, a certe cose dovrei averci fatto il callo) che il personal branding da fiera non è propriamente una mossa vincente. Non dico che il mondo dell’editoria sia costituito esclusivamente da carogne, forse è solo questione di approccio. Magari se l’aspirante collaboratore non si presenta da solo in modalità volantinaggio, magari se si è in due e invece di un curriculum si tiene in mano un bicchierino di plastica pieno di caffè, o se si ha la possibilità di essere presentati da qualcuno, è diverso. Non so, fatemi sapere.

Allora, direte voi, qual è il senso di questo post? Non è meglio rimanercene nella stanzetta del sociofobico, come dicevamo all’inizio? Ecco, no, di questo non sono convinta. Credo invece che andare in giro – agli eventi, alle riunioni di settore, ai corsi di aggiornamento – sia utile a noi traduttori freelance, se non indispensabile, non per farci notare dai potenziali committenti, ma per conoscere i nostri simili, gli altri traduttori. Vedere gente che parla la nostra stessa lingua, sperimentare incontri da cui possono nascere alleanze, mettere in moto il cervello in modi inaspettati.

Non esistono solo il dumping e i circoletti elitari che se la cantano e se la suonano, nel nostro mondo: non ha molto senso, almeno non sempre, a ben guardare, la convinzione competitivo-astiosa per cui “io ho perso quel lavoro perché tu hai accettato di meno/ l’ho proposto io ma l’hanno fatto fare a te/ traducono sempre gli stessi/ c’è gente ammanicata”. C’è anche la possibilità di un riconoscersi, di uno scovare affinità elettive da cui possono scaturire mondi.

Potrei farvi i nomi di almeno altri dieci traduttori che ho incontrato negli ultimi due anni e che magari non mi hanno portato materialmente lavoro, ma mi hanno dato indicazioni preziose su come muovermi, su cosa fare per dare un po’ di concretezza a prospettive che da sola avevo soltanto immaginato.

E infine, last but not least, è stato proprio a un corso di aggiornamento che ho conosciuto Barbara, ed è stato alla Giornata del Traduttore 2014 che è nato il primo folle embrione del progetto doppioverso (anche se a onor del vero là ci ha messo lo zampino anche il viaggio della speranza di dieci ore treno-pullman-treno-autobus per tornare da Pisa a Torino in un giorno di sciopero ferroviario). Ad ogni modo probabilmente non saremmo qui se me ne fossi rimasta a ruminare articoli su articoli di politica internazionale nel chiuso della mia stanzetta.

Per concludere, se volete anche voi trovare anime affini ma non sapete da dove cominciare, vi suggerisco tre occasioni per cui a mio avviso vale la pena uscire dal guscio:

L’Autore Invisibile (Torino) – Ogni anno, nell’ambito del Salone del Libro, a noi traduttori è dedicato un interessante programma di appuntamenti professionali a cura di Ilide Carmignani: lectio magistralis, tavole rotonde dedicate nello specifico alla traduzione di particolari generi (quest’anno per esempio ne è prevista una, sabato 16 maggio, dedicata alla traduzione turistica, durante la quale Barbara, se la conosco bene, vi parlerà di Pico de Paperis), incontri con traduttori di fama che raccontano le proprie personali storie e le proprie idiosincrasie lavorative.

Giornate della Traduzione Letteraria (Urbino) Professionisti dell’editoria, scrittori, studiosi e traduttori si alternano in tre giorni di seminari e dibattiti per analizzare problematiche e orizzonti di un mestiere che, come scrive Susan Sontag, è il sistema circolatorio delle letterature del mondo. Niente riesce a darvi la dimensione di quanto divertente, sentito, edificante possa essere il confronto con i colleghi quanto questa tre giorni durante la quale un oceano di traduttori si riversa per le viuzze acciottolate della piccola e bellissima Urbino chiacchierando di libri e scrittori e creando un’atmosfera da “gita delle medie”.

Giornata del Traduttore (Pisa) – Iniziativa nata nel 2013, favorisce l’incontro non solo tra colleghi ma anche con potenziali committenti (uno dei casi virtuosi in cui questa logica funziona, l’ho toccato con mano). Ogni anno viene scelto un filo conduttore, e un aspetto secondo me degno di nota è che finora l’organizzazione è sempre riuscita a interpretare la contemporaneità e le nuove direzioni in cui la nostra professione sta andando (si è parlato di internazionalizzazione del business, di personal branding, di importanza della specializzazione). Geniale – parlo da introversa, appunto – l’idea del pranzo di networking, che dura un’ora e mezza e nel quale è possibile scambiarsi curriculum, biglietti da visita, presentazioni ecc.: il fatto che l’obiettivo sia dichiarato aiuta secondo me anche i più timidi, come la sottoscritta, a decidersi a rompere il ghiaccio.

Guarda un po’, si parla di andare agli eventi e domani inizia il Salone. Ci vediamo allora lì in giro: mi riconoscerete perché sarò quella con un sacchetto del pane a coprirmi la testa, con due buchi al posto degli occhi.

Credits: La foto del post l’avrete riconosciuta tutti, immagino: è un omaggio al mitico “Ecce bombo” di Nanni Moretti (e alla vena DAMS di una parte di doppioverso, che in qualche modo appena può tende a saltar fuori).

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