Eccoci arrivati al consueto appuntamento bimestrale con il nostro “doppioverso risponde”, la rubrica in cui cerchiamo – per quanto possibile – di rispondere ai quesiti su traduzione, scrittura, mondo dei freelance e simili che spesso e volentieri i lettori del blog ci pongono. La puntata di oggi ha per protagonista la giovane aspirante traduttrice Giovanna e affronta un argomento piuttosto specifico e spinoso inerente la pratica della traduzione, ovvero la resa di tutti quei termini e concetti contraddistinti da particolari connotazioni culturali. Buona lettura!

Scrive Giovanna:

Ho frequentato di recente un corso di traduzione editoriale, e mi sono incuriosita quando il docente ha iniziato a parlare di errori della resa culturale, realia e oggetti culturospecifici. Ho capito a grandi linee di cosa si tratta, ma non sono riuscita ad avere una risposta esauriente a una domanda: come si traducono queste cose? Qual è la resa migliore quando ci troviamo di fronte a un oggetto o un termine molto connotato culturalmente? Esiste una regola generale da applicare sempre? E se non esiste, come si fa a capire come comportarsi?

Soprattutto quando affronta una traduzione editoriale, il traduttore sa che la prima consapevolezza da far propria per ottenere un buon risultato è la seguente: ogni traduzione è una scommessa sulle intenzioni dell’autore.

Ovvero, una traduzione perfetta è impossibile da ottenere; anche nella migliore delle ipotesi, il risultato dei nostri sforzi sarà sempre un’approssimazione. Certo, esistono approssimazioni quasi perfette e altre parecchio discutibili, ma sempre di approssimazioni si tratta. Il concetto di fedeltà non è mai un concetto assoluto, ma è relativo: relativo al testo, al momento in cui viene tradotto, al traduttore stesso. Umberto Eco, nel suo Dire quasi la stessa cosa, fa una distinzione fondamentale tra fedeltà linguistica e fedeltà culturale; utilizzando come esempio una frase idiomatica, Eco dice che in alcune occasioni è necessario compiere un consapevole scarto dalla resa apparentemente più fedele (o almeno linguisticamente più fedele) per averne una che sia culturalmente più fedele. Tradurre letteralmente “It’s raining cats and dogs” con “piovono cani e gatti” non arricchisce il bagaglio culturale del lettore come farebbe, ad esempio, scrivere un letterale “toccare legno” invece che “toccare ferro” in segno di scaramanzia. Semplicemente, presenta una situazione surreale e disorientante, in cui il lettore si ritrova privo di coordinate. In questo caso, secondo Eco, è preferibile allontanarsi un po’, e proprio in quella distanza sarà possibile per il lettore avere una comprensione corretta del testo.

Parliamo di regole generali, ovvio. Le eccezioni, grazie al cielo, ci sono sempre, come ricordava Federica Aceto nell’illuminante riflessione sulla lingua non trasparente comparsa qualche tempo fa sul suo blog.

Ma se rimaniamo nell’ambito della regola generale, possiamo dire che questo tipo di dubbi (mi avvicino? Mi allontano? Addomestico? Non addomestico?) si fanno più frequenti quando ci viene chiesto di restituire i cosiddetti “fattori culturali”, categoria vasta e difficilmente ingabbiabile in cui possiamo far rientrare anche i realia di cui parla Giovanna.

I fattori culturali

I fattori culturali sono tutte quelle specificità del testo che presentano uno scarto tra la cultura di origine del testo e quella di arrivo, e che quindi richiedono un confronto più serrato tra traduttore e lingua. Sono anche l’ambito in cui uno scivolone rischia di avere le conseguenze più pesanti, come ha dimostrato un film, molto bello, di qualche anno fa, The Slumdog Millionaire, diretto da Danny Boyle e distribuito in Italia col titolo The millionaire, tratto dal romanzo di Vikas Swarup Le dodici domande (Guanda, trad. it. Mario Fillioley). Chi lo ha visto ricorderà la trama: Jamal è un ragazzo cresciuto in una baraccopoli di Mumbai, che all’inizio della pellicola si trova nello studio televisivo dove si sta registrando la versione indiana del programma Chi vuol esser milionario; prima dell’ultima, decisiva domanda, il ragazzo viene arrestato perché sospettato di frode, e nel rispondere all’interrogatorio della polizia ricostruisce mano mano la sua vita. Una caratteristica decisiva della vita di Jamal è che, come suggerisce anche il nome, il ragazzo non è di religione hinduista ma musulmana. C’è stato però, nella resa italiana, un clamoroso errore di traduzione, che ha rovesciato il senso di una delle scene più drammatiche del film e ha spinto la comunità islamica italiana a chiedere, e ottenere, le scuse ufficiali della Lucky Red, che distribuiva la pellicola. In una dolorosa sequenza la madre di Jamal viene uccisa durante l’aggressione di un gruppo di integralisti hindu. Il grido “They are muslims, get them!” (“Sono musulmani, prendeteli!”) è stato tradotto, nella versione italiana, con “Sono musulmani, scappiamo!”, insinuando che gli assalitori fossero musulmani e gli assaliti hindu. Molti musulmani, italiani e non, hanno protestato contro questa svista (non solo linguistica ma storica, quindi, appunto, culturale in senso ampio), senza peraltro che il film venisse corretto. Per la comunità islamica italiana l’episodio ha addirittura assunto i tratti del pregiudizio religioso, suscitando uno scandalo. Come è finita? La Lucky Red si è scusata ufficialmente qualche mese dopo l’uscita del film nelle sale, e nella versione in DVD della pellicola non c’è traccia dell’errore.

Tornando quindi alla riflessione che facevamo all’inizio: a volte uno sbaglio nella resa di un fattore culturale può essere in effetti molto grave.

E i realia che cosa sono?

Nella macrocategoria dei fattori culturali ricadono realia, parole e locuzioni che indicano oggetti culturospecifici, ovvero cose materiali che appartengono solo a una determinata cultura, e che, in quanto tali, non hanno una corrispondenza precisa in altre lingue (forse i più noti e diffusi sono quelli che indicano nomi di alimenti o piatti tipici: la gastronomia è un pozzo senza fondo di realia). Ma non al solo cibo si riferiscono questi termini: e niente spiega meglio cosa siano, a mio parere, di un bellissimo breve testo scritto da Claudia Zonghetti, traduttrice dal russo, per l’interessante rubrica La parola al traduttore ospitata sul sito di Zanichelli e curata fino a un paio di anni fa da Simona Mambrini. Intervistata su quale fosse la parola indimenticabile del suo quotidiano corpo a corpo con la lingua russa, Claudia scrive:

Ci sono parole di cui ti innamori. Non è necessario che siano parole “pesanti”, parole nobili, parole opulente. A volte basta una sporta della spesa. Anzi, una reticella sovietica per la spesa: avos’ka si chiama in russo (con l’accento sulla o). Anzi, godetevela proprio com’è dal vivo: авоська.

Non era un sacchetto di plastica: rari e costosi, con gli spigoli taglienti dei cartoni del latte sovietico duravano un sospiro. Non era una borsa di stoffa: troppo ingombrante da portare sempre con sé. Era una reticella di cordellino sintetico o spago che si infilava ovunque (anche in tasca) e si allargava e si allungava quasi a dismisura. Perché – chissà, magari, speriamo, chi può dirlo (avos’! in russo, e di lì il suo nome) – poteva anche succedere di trovare qualcosa da comprare uscendo di casa.

Un termine russo che più russo non si può, insomma, che indica un oggetto russo che più russo non si può, inserito in un contesto storico-culturale russo che più russo non si può. Per il traduttore, è una bella gatta da pelare.
Perché tradurre parole del genere implica una scelta difficile, che oscilla tra i due poli opposti dell’addomesticamento e dello straniamento: si addomestica un testo, in breve, quando il traduttore “si avvicina” al lettore, cerca di rendergli la vita facile, e lavora di scalpello per restituirgli una traduzione più digeribile possibile, gettando nell’oblio tutte (o quasi) le distanze culturali o le asperità della lingua; si ha uno straniamento quando invece il traduttore chiede al lettore di “avvicinarsi” al testo, e lascia che le asperità lo disturbino, ponendogli dubbi, incuriosendolo, senza offrirgli soluzioni semplicistiche o appiattire il testo di partenza.

Ma insomma, in parole povere, questi realia come si traducono? Dipende (che è la parola d’ordine del traduttore editoriale). Dipende dalla tipologia di testo (è un testo letterario? Una guida turistica? Un libro di ricette? Un romanzo da ombrellone?), dal lettore di riferimento (un bambino? Un adulto? Un lettore colto? Un lettore che vuole solo rilassarsi?), da quanto i realia siano significativi e pregnanti nell’ambito del testo stesso.

In generale si possono adottare tre metodi per affrontarli, adattabili di volta in volta. E se è vero, come dicevamo, che le parole legate al cibo sono tra le più intraducibili e quindi le più facilmente addomesticate, usiamone una per esemplificare le tre strategie possibili: eggnog, ovvero, secondo la sempre pronta ad aiutarci Wikipedia, una bevanda alcolica tipica del periodo natalizio diffusa in Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e Lussemburgo, i cui ingredienti principali sono latte, uova, liquore (rum, brandy o whisky), noce moscata e altre spezie.

Una specie di zabaione, quindi, ma non proprio uno zabaione. Diffuso solo in alcuni paesi e legato a una determinata festività religioso-consumistica, per di più. Come potremmo scegliere di rendere questo termine se lo incontrassimo in un romanzo?

1) La prima possibilità prevede di non sciogliere in alcun modo il termine: lo straniamento rimane totale, nessuna spiegazione aiuta il lettore nel suo compito di comprensione. Spesso a questa scelta corrisponde la creazione di un neologismo, ovvero la creazione di una nuova parola, usando l’originale come calco, traslitterandolo o copiandolo, oppure traducendolo letteralmente. È ciò che succede ad esempio quando eggnog rimane eggnog anche in italiano. Il rischio è ovviamente quello di disorientare il lettore, che potrebbe non capire nemmeno se parliamo di un cibo, una bevanda, un animale (“… ed ecco il famoso eggnog a pelo riccio, amico dei bambini e amante del Natale…”).

2) La seconda possibilità è l’omissione dei realia, quindi la loro sostituzione con altri realia della cultura ricevente. In questo caso però la soluzione è difficilmente digeribile (pun intended), perché ciascuna parola ha un portato specifico, e in quest’operazione il portato della parola tradotta si sostituisce in toto a quello della parola da tradurre, creando corto circuiti culturali parecchio bizzarri: è ciò che accade quando l’eggnog, tornando al nostro esempio, diventa zabaione.

3) La possibilità di traduzione più diffusa è infine l’esplicitazione dei realia, che vengono quindi in qualche modo spiegati. In questo caso si traduce in modo generico e neutro il significato del termine specifico, concentrandosi più sul fornire un’informazione al lettore che sul presentargli un elemento di arricchimento culturale, trascurando spesso il colorito originale della parola. Ad esempio, eggnog può diventare “bevanda all’uovo”, o “liquore tipico natalizio”. Ma è ovvio che qui tutta la magia di un bell’eggnog dicembrino preparato con l’antica ricetta di famiglia e sorseggiato davanti al caminetto in attesa di scartare i regali si perde del tutto.

Evitare errori in casi come questo è pressoché impossibile; forse la soluzione migliore è valutare caso per caso, magari assieme alla redazione della casa editrice o avvalendosi dei consigli dei colleghi, e cercare, laddove si dovesse perdere qualcosa per strada, di recuperarlo altrove. Se è vero infatti che ogni traduzione è un’approssimazione, è vero anche che ogni testo tradotto è un lavoro incessante di compensazioni e aggiustamenti infinitesimali, e che spetta a noi traduttori, se scartiamo un elemento, risuscitarlo prima, dopo, intorno o accanto, perché non vada perduto del tutto.

Come dice ancora Claudia Zonghetti sempre a proposito della sua avos’ka:

È una parola giovane, tra l’altro. Degli anni Trenta del Novecento. E in diversi se ne attribuiscono la paternità. Pare, tuttavia, che abbia visto la luce in un monologo del 1935 di Arkadij Rajkin – celeberrimo attore (e non solo) teatrale (e non solo) –, che in anni di grave carestia (e non solo) una sera affrontò la scena nei panni di un personaggio alquanto dimesso con una strana sporta della spesa al braccio. “E questa è la mia sporta della speranza” la presentò al pubblico. “Nel senso che spero sempre di trovare qualcosa da metterci dentro…”.

E qua la traduttrice ringrazia, perché il contesto e la spiegazione stessa del termine le consentono di rimpallare in italiano la battuta.

Altra storia è invece l’incontro frequentissimo, naturale, spontaneo, fraterno con le avos’ki in testi narrativi in cui “sporta magica” o “reticella della speranza” aggiungerebbero una coloritura fiabesca o giocosa a una quotidianità che si vestiva quasi esclusivamente nei diversi toni del grigio. Che fare? Interrogativo di altrettanto sovietica memoria…

La traduttrice alza le mani, rassegnandosi quasi sempre a una grigia – appunto – “reticella” o “sporta”. Ma aguzzate gli occhi: poco distante un “chissà” o un “magari” li troverete sempre, fidatevi.

 

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