Eccoci giunti all’ultimo post di doppioverso prima della pausa estiva. È stato un anno ricco di stravolgimenti, in cui abbiamo acquisito consapevolezza, esplorato nuove direzioni, rimuginato su molte cose. Ci attende un’estate carica di lavoro ma anche di domande. Forse anche per questo i tre libri che ci capita di proporvi oggi – ma lo sapete che il caso non esiste, no? – nell’appuntamento con la nostra rubrica Found in Translation, che ospita i consigli di lettura dei traduttori lettori d’eccellenza dei libri su cui lavorano, parlano anch’essi da una parte di bilanci esistenziali, dall’altra di esplorazioni insolite e di prospettive inusuali sul mondo.

Ospiti di questa puntata sono infatti i colleghi Gioia Guerzoni, con un libro che per la prima volta mette insieme parole e immagini dello scrittore, fotografo e critico del New York Times di origine nigeriana Teju Cole, proponendo un quadro affascinante e onirico della realtà che ci circonda; Anna Lovisolo, con un saggio del medico, scrittore e viaggiatore Gavin Francis che attraverso il personale prisma delle sue esperienze ci accompagna alla scoperta di quella meravigliosa avventura che è la vita uman; e Daniele Petruccioli, con un intenso romanzo del pilastro della letteratura brasiliana Cristovão Tezza, riflessione universale sulla nostra inadeguatezza alla vita ma allo stesso tempo spaccato emblematico della recente storia del Brasile.

Vi diamo quindi il nostro arrivederci a settembre, ricordandovi come sempre che se qualcun altro tra di voi, colleghi traduttori, ha un libro di prossima uscita o pubblicato di recente che lo ha particolarmente entusiasmato e di cui vorrebbe parlarci, basta che ci scriva all’indirizzo barbara@doppioverso o chiara@doppioverso.com

Vi aspettiamo!


Il primo libro che mette insieme immagini e testi di Teju Cole, scrittore, fotografo e critico fotografico per The New York Times Magazine: una serie di scatti e parole che, come le pagine di un diario visivo, seguono e testimoniano i suoi diversi viaggi e peregrinazioni per il mondo. L’autore di origini nigeriane replica la sua straordinaria capacità di meditare in modo preciso su temi come la memoria e il “guardare”, affidando stavolta il suo racconto alle immagini che scatta e realizza quotidianamente, accompagnate tutte da brevi e poetici racconti.

Teju Cole, Punto d’ombra
Contrasto 2016

Traduzione dall’inglese di Gioia Guerzoni
Ha 47 anni, vive a Milano, e traduce narrativa da venti per NN, Saggiatore, Einaudi, Mondadori, Racconti e altri. Le piace esplorare l’inglese di geografie e di epoche diverse – Teju Cole, Jenny Offill, Iris Murdoch, Saki, Siri Hustvedt, Ben Marcus – e parecchi autori del subcontinente indiano, che ha frequentato per vent’anni senza nessuna pretesa di capirlo. Come scusa per viaggiare mentre traduce, collabora con case editrici e agenzie come scout per le letterature del Sud Est Asiatico e partecipa a conferenze su traduzione ed editoria, specialmente in Asia. Passatempi: camminare, guardare, Instagram. Progetti: stare a casa di più.

Tradurre camminare guardare

Exploring the world is one the best ways of exploring the mind, and walking travels both terrains.”
Rebecca Solnit, Wanderlust: A History of Walking

La primissima volta che ho parlato con Teju Cole non sapevo che lo avrei tradotto. Eravamo in India, a un festival letterario al primo anno di vita a cui eravamo invitati. Lui aveva pubblicato da poco Open City, io avevo tradotto due autori locali. Il festival era talmente nuovo che non c’era pubblico. Per il nostro gruppetto quei tre giorni si erano trasformati in una specie di gita delle medie: chiacchierate interminabili, cene piccanti, lunghe passeggiate sotto un sole implacabile, alcolici devastanti. Ogni tanto qualche reading, a dir poco intimo.

Teju Cole mi era parso immediatamente familiare. Le antenne mi dicevano che le nostre sensibilità potevano incontrarsi.

Sono parecchie le cose che ci accomunano:  il piacere di viaggiare e camminare, di guardare e fotografare. La consuetudine a essere altrove, a fare casa con facilità.

Ovviamente nelle nostre conversazioni era spuntato subito Sebald, ma anche Marco Polo e la Schwarzenbach, e poi avevamo parlato soprattutto di città, di cieli, di odori, di facce. Di luce e silenzio e rumori e di come plasmano il nostro passaggio in un determinato luogo. E poi di arte, immagini, fotografia, instagram, social media. Coetzee, Bishop, Siri Hustved, che gli è affine e traduco da tempo. Tante cose. Non avevamo parlato di politica, nelle prime conversazioni. Meglio farla – e il contenuto della sua scrittura è intensamente politico.

Non sapevo che avrei camminato e osservato e chiacchierato con Teju tante volte in questi anni, e quasi sempre in Italia.

Abbiamo vagato per la Biennale di Venezia, sotto il dito di Cattelan a Milano, e di recente in una Roma surreale fino all’alba, parlando della camminata di Mastroianni di cui aveva appena scritto e seguendo i passi svelti di una sua amica americana che ci faceva da cicerone con l’entusiasmo che forse può avere solo chi non è fiaccato dalla vita quotidiana nella città eterna.

Una delle tante frasi che mi tornano ancora in mente da Città aperta, tradotto ormai parecchi anni fa, è “avevo imparato l’arte di ascoltare e l’abilità di costruire una storia partendo dalle omissioni.”

Quando Teju e Contrasto mi hanno proposto di tradurre le immagini parlanti di Punto d’Ombra, ho deciso, alla prima stesura, di non guardare le foto. Volevo che le parole camminassero da sole, senza le stampelle di colore o forma.

Ho omesso le immagini. Ho ascoltato il ritmo dei passi, esercizio che mi aveva aiutato sempre in Città Aperta. Ho cercato di immaginare il dove. Poi, quando ho riavvicinato i tasselli foto/immagini, e ho riletto, riscritto, riguardato, e riletto ancora con la ottima editor, mi sono placata.

Le foto illuminavano le parole e viceversa. Come quando, sul set, si punta un pannello bianco sul soggetto per dargli luce. Nel linguaggio cinematografico, quel pannello si chiama guarda caso riflesso, e serve ad ammorbidire le ombre o i contrasti fra luci e ombre.

Sono quasi certa che se non avessi la stessa passione di Teju Cole per gli aeroporti, le cartine geografiche, i mappamondi, e soprattutto per l’atto di camminare guardando – in silenzio, con la musica nelle orecchie e il naso per aria – non sarei riuscita a tradurre le sue parole in una voce che non posso, io, definire bella, adeguata, corretta, ma che perlomeno mi rende felice. Anche perché non capita spesso di poter passeggiare per ore con un bravo scrittore, e di vedere con i suoi occhi quello che poi probabilmente finirà in un prossimo libro. Omissioni comprese.

La prossima volta che qualcuno mi chiederà quali sono gli strumenti fondamentali  del traduttore, di sicuro mi ricorderò di aggiungere all’elenco infinito “ascoltare sempre, camminare piano e guardare bene”.

Gioia Guerzoni

Traduttrice EN>IT

Medico, viaggiatore e scrittore, Gavin Francis ci accompagna alla scoperta del corpo umano e del suo legame con l’avventura di esistere. Una serie di spedizioni per riscoprire la meravigliosa e talvolta fragile macchina che ci consente di interagire con l’ambiente, di muoverci e di comprendere i nostri simili, filtrate attraverso la diretta esperienza della professione medica e la quotidiana osservazione dell’umanità nella salute e nella malattia. Un libro di sorprendenti avventure nel più affascinante e misterioso dei territori, quello della vita umana.

Gavin Francis, Avventure nell’essere umano
EDT 2016

 

Traduzione dall’inglese di Anna Lovisolo
Laureata in filosofia, ha imparato l’inglese leggendo e viaggiando molto. Da oltre quindici anni fa la traduttrice editoriale. A parte qualche incursione nella narrativa, lavora soprattutto sulla letteratura di viaggio, sulla storia della cultura e delle idee; in poche parole si dedica a quell’ampio ed entusiasmante mondo letterario che si chiama non fiction narrativa. Attualmente sta traducendo un libro sul Nilo.

 

 

Uno dei problemi più classici, nella traduzione della non fiction narrativa, è restituire all’autore la propria voce in un’altra lingua. È una voce spesso sfuggente, difficile da cogliere, perché chi scrive questi libri, che si tratti di letteratura di viaggio, storia delle idee e della cultura oppure divulgazione scientifica, raramente è uno scrittore in senso stretto, ovvero un professionista della parola, più comunemente è un ricercatore, uno scienziato, uno studioso che a un certo punto decide di raccontare una storia.

Ho tradotto libri di biologi, storici, giornalisti, diplomatici, viaggiatori e via dicendo. Questa volta mi sono ritrovata a lavorare sul testo che un medico scozzese, Gavin Francis, dedica all’anatomia del corpo umano.

Grande appassionato di geografia e di viaggi, temi su cui aveva già scritto due libri, Empire Antarctica, frutto della propria esperienza di medico nella remota stazione di ricerca Halley, in Antartide, e True North, sull’Europa artica, Francis compie adesso un viaggio nella fisica geografia dell’uomo, per raccontarci quello che noi materialmente siamo.

E lo fa da molteplici punti di vista: ci sono elementi di pura anatomia, di fisiologia, di storia della medicina. Scopriamo così la singolare relazione tra epilessia ed elettroshock, oppure che la funzione del rene è stata compresa appieno soltanto all’inizio del xx secolo, e che, contrariamente alla comune poetica cinematografica, è davvero difficile suicidarsi – ed effettivamente morire – recidendosi le vene dei polsi, le quali una volta aperte tenderanno naturalmente a contrarsi.

Non c’è soltanto questo, tuttavia, perché l’autore, per dare luce e vivacità alla materia, intreccia con molta naturalezza gli aspetti teorici o storici a episodi bizzarri e a curiosi casi clinici di cui si è trovato protagonista: dai turni in pronto soccorso alle prese con un tizio che si era sparato per sbaglio un chiodo nella mano oppure con la vittima di uno stravagante gioco erotico, alla vicenda della giovane giardiniera che, punta dalla spina di una rosa, aveva subito una grave setticemia e, simile a una moderna bella addormentata, lottava per la vita in un letto della terapia intensiva.

Dicevo all’inizio della voce dell’autore: non è stato difficile in questo caso trovarla, perché Gavin Francis scrive in maniera assai evocativa, e riesce a mantenere un impeccabile equilibrio tra ironico umorismo, stupore e autentica poesia di fronte agli insoliti meccanismi che regolano la nostra vita materiale. La sua scrittura, osservo infine, è pervasa da una sorta di leggera e consapevole empatia per quell’evento che tutti i medici si trovano prima o poi ad affrontare: la morte.

Al centro del quartiere, non lontano dall’ambulatorio, c’è un cimitero, separato dalla città da un alto muro. Una stradina di ghiaia serpeggia tra antichi boschetti di betulle, querce, aceri e pini, le cui radici cingono dolcemente le bare che si sgretolano per ritornare terra.

Anna Lovisolo

Traduttrice EN>IT

Il mattino che precede un’importante cerimonia organizzata in suo onore dall’università in cui ha insegnato, il professor Heliseu coglie l’opportunità per tracciare un bilancio della propria vita. Mentre lavora al discorso che dovrà tenere, il professore di Lingue romanze è sopraffatto dai ricordi: la morte della moglie, il figlio omosessuale da lui mai accettato che si è trasferito a San Francisco, la storia d’amore con la dottoranda Therèze, e il vecchio ordine della società brasiliana che sta andando in frantumi.

Cristovão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche
Fazi 2016

Traduzione dal portoghese di Daniele Petruccioli
È nato e vive a Roma. Lavora come traduttore, scout ed editor freelance. Tiene regolarmente laboratori di traduzione e insegna traduzione dal portoghese all’università di Roma Tor Vergata. Fra i suoi autori: Dulce Maria Cardoso, Alain Mabanckou, Will Self, Luandino Vieira. Nel 2010 ha vinto il premio «Luciano Bianciardi» per la traduzione del romanzo Lettere di Mark Dunn (Voland 2008). Nel 2014 ha pubblicato per le edizioni Quodlibet il saggio Falsi d’autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti.

 

Ultimamente a volte mi capita che prima di affidarmi un romanzo in traduzione mi si chieda di dare anche una mia valutazione. Quando su richiesta di Fazi ho finito di leggere O professor («Il professore») del brasiliano Cristovão Tezza, non sapevo bene cosa scrivere sulla scheda editoriale. Il romanzo era di una bellezza lacerante, davvero straordinario, decisamente al di sopra di altre cose che avevo letto di Tezza (di cui conoscevo già un paio di romanzi). Ma allo stesso tempo era senz’altro un libro difficile da vendere, di quelle storie lente, stilisticamente elaborate, che hanno bisogno di una cura e di un tempo molto al di là della fretta imposta al lancio e alla distribuzione di un libro dagli attuali meccanismi dell’industria editoriale italiana.

Mi trovavo dunque nella condizione, che immagino colga spesso noi traduttori che fungiamo anche da consulenti e scout, di accingermi a preparare una valutazione fondamentalmente contraddittoria, col rischio di non far capire all’editore cosa pensavo davvero. Nel mio lavoro però ho imparato a dire sempre la mia verità, senza retropensieri, perché se cerco di mediare tra quello che penso e la realtà delle cose mi viene semplicemente tutto male. Così anche stavolta mi sono comportato allo stesso modo, scrivendo una scheda entusiastica sul libro ma facendo ben presente quello che ci si poteva e non ci si poteva aspettare da un punto di vista commerciale a breve termine.

Per fortuna Fazi fa una politica editoriale coraggiosa, perciò mi è stato subito proposto di fare una prova di traduzione, perché avevano deciso di pubblicare il libro. E qui sono cominciati i guai.

Il romanzo, infatti, racconta di un professore settantenne che, la mattina del giorno in cui deve essere omaggiato dalla sua ex università, con la scusa di preparare mentalmente il suo discorso di ringraziamento fa un bilancio di tutta la sua vita. Questo lo porta a rivedere un matrimonio fallito, due lutti (la madre, da bambino, forse uccisa da suo padre; e la moglie, forse uccisa da lui), un rapporto rovinoso con il figlio gay e un amore di cui non ha mai saputo essere all’altezza. Il tutto ripercorrendo sottotraccia la storia recente del Brasile, dall’ultimo periodo della dittatura fino all’elezione della presidentessa Dilma.

Ma il professore, che “pensa” in prima persona, lo fa con i salti sintattici e temporali tipici di un flusso di coscienza (pur senza nessuna pretesa di sperimentalismo), con una poesia sfrenata temperata da un’autoironia sferzante, ma anche attraverso i riferimenti tipici di una vita da filologo: le quartine, le cronache, le memorie e le favole nel portoghese quattrocentesco degli autori che ha studiato per tutta la vita. Si trattava quindi, da una parte, di saper scrivere con poesia (innanzitutto tenendo altissima l’asticella del ritmo e dell’eufonia) e, dall’altra, di reinventare una lingua arcaica per le citazioni antiche, sicuramente basata su alcune caratteristiche degli inizi della nostra letteratura, ma che doveva tradurre le particolarità del portoghese quattrocentesco, molto diverse anche dall’italiano degli inizi. Bisognava, cioè, inventare una filologia italiana plausibile ma non reale. Un bel casino.

La prova (che per fortuna si concentrava soltanto su alcune di queste difficoltà) è miracolosamente piaciuta, e a quel punto ho potuto cominciare a lavorare (grazie anche all’assistenza di Margherita Macrì, la mia bravissima revisora, che ha seguito il testo insieme a me fino alla fine, arricchendo la traduzione di consigli tanto più preziosi in quanto partivano dal rispetto della mia interpretazione del testo), a tradurre in italiano quello che oggi non mi vergogno a definire un capolavoro della letteratura brasiliana contemporanea.

Un’ultima curiosità sul titolo. Come specificavo all’inizio, quello originale è O professor («Il professore»). Ma negli ultimissimi anni Fazi aveva già pubblicato due romanzi intitolati in quel modo, così, d’accordo con l’autore, ci siamo messi a cercarne un altro. L’editor Valentina Bortolamedi ha pensato a La caduta delle consonanti intervocaliche, che oltre a riferirsi a un argomento-tormentone del libro è anche molto bello da pronunciare. E soprattutto, in tempi di decine di titoli-fotocopia, tipo La ragazza/il ragazzo che…, La donna/l’uomo che…, La (vera/incredibile) storia di…, è così inusuale e provocatorio che scalda davvero il cuore.

Daniele Petruccioli

Traduttore PT>IT

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