Ogni mattina, nel reame fatato di Freelancelandia, una libera professionista si sveglia, consapevole padrona del proprio destino. Si lava, si pettina, srotola il tappetino in fibre vegetali e si dedica per la sua consueta mezz’ora alla pratica della meditazione mattutina con un delicato sottofondo di pioggia scrosciante o uccellini cinguettanti (decidete voi). Quando ha finito si prepara un caffè americano alla soia (i cupcake alla fragola sono lì sul tavolo, panciuti e fragranti), scatta una foto della colazione e la posta su Instagram, Facebook, Twitter e quant’altri social che Iddio ha messo in terra con l’hashtag #readytowork.

Apre il suo Bullet Journal e controlla gli impegni che ha in programma per quel giorno, poi posa le efficienti chiappe sulla sedia ergonomica (ma sta programmando il passaggio allo standing desk, che pare comporti notevoli vantaggi per la schiena e la cervicale, oltre all’indiscusso merito di strappare il freelance all’atavica sedentarietà di chi è costretto a lavorare al computer) davanti alla sua scrivania rigorosamente più lunga di sessanta centimetri e illuminata da sinistra da una fonte di luce naturale. Inizia quindi a digitare instancabile sulla tastiera e a macinare cartelle e progetti, un pomodoro dopo l’altro, tutti di 25 minuti, debitamente intervallati da pause di 5 per sgranchirsi le gambe, mangiare un frutto, rispondere alle mail, fumarsi una sigaretta (no, scusate, la freelance di Freelancelandia non fuma: facciamo che si beve una tisana). Dimenticavo: da qui fino a sera avrà avuto anche il tempo di uscire perché ritagliarsi del tempo per sé è un’abitudine sana. Forse è andata in palestra, forse in libreria, magari ancora a prendere appunti al parco. Tutto intorno a lei è quiete, ordine e pulizia del cervello.

Ogni mattina, a Torino, la sottoscritta, traduttrice editoriale freelance, si sveglia, si lancia al buio nell’armadio completamente ricoperta di colla vinilica per uscirne in sei secondi netti con indosso la felpa di Heath Ledger-Joker regalatale (evidente caso di riciclo) a Natale dal nipote tredicenne, prepara e ingurgita un caffè, sveglia (o almeno ci prova) le proprie figlie di sei e otto anni risolvendosi infine a trascinarle sul divano in modalità “presa dell’abbacchietto sacrificale” e a somministrare loro la colazione mentre sono ancora incoscienti, e dopo un cinema che vi risparmio (perché nel frattempo si sono svegliate, malmostose) le catapulta a scuola.

Torna a casa e mentre addenta un Tegolino prende posto alla scrivania incastrata nell’oscura intercapedine tra l’armadio e il muro della camera da letto, sormontata da una mensola sulla quale figurano, sì, la stampante laser e alcuni faldoni con i suoi lavori archiviati, ma con appoggiati sopra a loro volta, nell’ordine: i libri di scuola delle bambine, il Mandala Designer delle Winx, la scatola del cucito e il cappello di paglia che porta d’estate in spiaggia. Inizia quindi a digitare instancabile sulla tastiera e a macinare cartelle editoriali, riunioni via Skype e richieste varie (e patatine), un’urgenza dopo l’altra, interrompendosi ogni tanto per fumarsi una sigaretta, fare una lavatrice, fumarsi una sigaretta (no, la ripetizione non è casuale). Alle quattro chiude tutto e va a riprendere le figlie a scuola, per poi da lì ripartire con una girandola rocambolesca di spesa, compiti, danza, ginnastica ritmica, nuoto, catechismo, cena per tutti e chi più ne ha più ne metta che non lascia testa per nient’altro, e questa è un po’ la sua condanna ma al tempo stesso anche la sua benedizione. Dimenticavo: da qui fino a sera, quando finalmente intorno alle undici se non ha ancora del lavoro da smaltire potrà collassare sul letto e dormire il sonno dei giusti e sfiniti, avrà avuto anche il tempo di farsi la doccia e lavarsi i capelli, magari sarà addirittura riuscita a fare un paio di telefonate. Tutto intorno a lei è rumore, caos e improvvisazione.

E volete sapere la verità più sconvolgente di tutte? Alla fine lei, la freelance disordinata e disorganizzata compulsiva, in quel delirio lì si trova un gran bene. In quel delirio lì, lei, fondamentalmente FUNZIONA ALLA GRANDE.

La teoria del “caos pilotato”

Per far fronte all’inevitabile tendenza all’entropia che il lavoro da freelance comporta, oggi sembra che il segreto sia sistematizzare e pianificare la qualunque: dalla disposizione degli spazi, rigidamente a tenuta stagna rispetto a quelli in cui si vive la propria quotidianità e ci si occupa della famiglia e della casa (sfido però chiunque lavori da casa a dirmi che effettivamente ci riesce, a separare le due cose), alla programmazione degli slot di tempo da dedicare a ogni attività, e quindi via di pomodori, Bullet Journal, calendari editoriali, sveglie sul cellulare sia per portare il bambino dal pediatra che per fare esercizio di mindfulness e compagnia bella.

Ora io vi dico: l’ansia dell’organizzazione, per me, è la principale fonte di ansia della morte. Da qui – prima dal mio portatile scassone, morto ahimé un mese fa senza neanche un gemito di preavviso, e ora da un computer fisso che fino a poco tempo fa veniva utilizzato solo per collegarsi a Babyflash e stampare le principesse da colorare – sono passati articoli di giornalismo politico, cataloghi di mostre, saggi di alta divulgazione, brochure, comunicati e cartelle stampa, siti web. Sono un’inguaribile traduttrice da tana, io, malgrado in compagnia di Barbara abbia acquistato a più riprese planner e quadernini di ogni foggia e colore e malgrado per un paio di mesi abbia anche tentato, ricavandone solo ulteriore motivo di stress, l’esperienza del coworking. Mi piace starmene qui, in tuta e con come uniche alleate un paio di cuffie ridicole che mi metto per isolarmi, capaci di far imbarazzare anche un concorrente di Lascia o raddoppia o un aspirante dj truzzo. Quelle, e l’arte – eccelsa, fidatevi – dell’improvvisazione o meglio, del “caos pilotato” (definizione più che mai azzeccata che però, a onor di cronaca, non è mia: l’ho letta tra i commenti di una discussione su Facebook a proposito del BuJo, ma non sono più riuscita a ritrovarla. Se sei all’ascolto, tu che l’hai coniata, palesati perché a mio avviso hai partorito la versione freelance della teoria della relatività).

Il cervello, in pratica, mi funziona un po’ come le mappe concettuali che molte maestre oggi usano a scuola per facilitare l’apprendimento nei più piccoli: la struttura gerarchica, per priorità, mi disorienta e mi confonde, devo avere una visione d’insieme, a volo d’uccello, per poter saltare da un nodo all’altro (anche perché, per carattere, tendo a una facile insofferenza per le attività prolungate e i ruoli fissi: per questo, specie quando traduco libri, devo continuamente inframezzare per non impazzire, e farlo “a buzzo”, come si suol dire, perché sapere già in anticipo con cosa intervallerò è un ennesimo modo per cadere nella routine).

Manifesto dello squinternato (ma con stile)

Non sono l’unica: lo so, lo vedo. Per questo vorrei stilare un manifesto, visto che i manifesti vanno tanto di moda, della traduttrice disorganizzata e disordinata. Poca roba, state tranquilli: cinque brevissimi, concisissimi punti, per zittire l’aspirante dea Kalì del multitasking che un po’ si nasconde in ciascuno di noi e far finalmente capire alla nostra amigdala con l’ansia da prestazione che ok, anche se navighiamo un po’ a vista, in fin dei conti va bene anche così.

1. Chiudete Instagram, Facebook, Pinterest e tutto quello che vi dice che la vita del freelance dev’essere linda, pinta e immacolata.

Non è così: la maggior parte delle bacheche di consigli che consultate e seguite manco fossero la Bibbia è costruita ad arte ed è giusto che sia così, perché per molti di noi raccontare quant’è bella la vita del freelance è un lavoro. La verità è che tutti ci ritroviamo invece quotidianamente a gestire sovraccarichi di scadenze, progetti che si accavallano, committenti molesti come mosche cavalline, imprevisti o anche semplici paturnie personali. Personalmente io ormai da un paio di mesi ho disattivato tutte le notifiche e cancellato il mio profilo Twitter: decido io quando e come collegarmi e utilizzare i social, e perfino la mail. Sto un gran bene e volete sapere cosa? Vi sembrerà incredibile, ma non è ancora morto nessuno per questo.

2. Prima di pianificare, bisogna fare.

La pianificazione a breve termine è utile, non lo metto in dubbio. Quella per i semestri e gli anni a venire un po’ meno. Mi bastano cinque minuti, ogni mattina, per fare rapidamente mente locale sulle incombenze della giornata: appuntate quelle su un post-it, con un margine di due-tre fuori programma che immancabilmente si verificano, per le prossime dodici ore sono a posto, per il resto Dio vede e provvede. Fare una bella riga sopra o una croce gigantesca alle voci sul vostro planner/agenda dà una soddisfazione pazzesca, vero? Immagino. Ma non potete capire la goduria di strappare in mille minuscoli coriandoli un “pizzino” (come lo chiamava mia nonna), buttarli nel water e tirare lo sciacquone. CATARTICO.

3. Il vostro tempo è il vostro tempo, e lo gestite come vi pare.

Committenti e collaboratori vanno addomesticati ma, non essendo noi cardiochirurghi di pronto soccorso, abbiamo la fortuna di poterci riuscire, e di regolarci un po’ come ci pare, senza che ne nascano tragedie. Se mi mandi una mail alle 6.20 di mattina e mia figlia ha tossito tutta la notte polverizzandomi ogni più remota possibilità di prendere sonno quindi sono qui nel letto a spippolare sul cellulare e ti leggo, è possibile che sì, io ti risponda già alle 6.24. Se mi riscrivi alle otto di sera e sto vedendo la finale di X Factor e domattina ho in programma di andare a comprarmi le piastrelle per il bagno c’è altresì la stessa probabilità che non ti risponda fino al pomeriggio del giorno dopo. È la dura legge del freelancing: comporta che se ho una scadenza lavoro anche il sabato e la domenica per rispettarla, ma comporta anche questo. Fattene una ragione, come me la sono fatta io.

4. Trovatevi un sodale ben organizzato.

Ok, lo ammetto: almeno per i progetti che seguiamo insieme, il mio modo di procedere alla “che Dio mi benedica” è in gran parte agevolato dal fatto che Barbara, invece, è una maniaca dell’organizzazione: ha programmato il calendario editoriale del blog fino a dicembre 2018, è ossessionata dalla logica della simmetria (infatti già so che quando leggerà questo post pubblicato darà di matto, perché i paragrafi dei punti che ho elencato non sono tutti della stessa lunghezza. Ahahah, ne approfitto perché è in treno, sono diabolica) che rispetta dalla composizione delle immagini che postiamo all’alternanza delle categorie degli articoli, è lei che detta la scaletta della gestazione (e dell’ansia) che accompagna ogni nostro intervento o presentazione. Un sodale efficiente e ben organizzato per i disordinati cronici come noi è una manna dal cielo: è come avere un timer con la sveglia non nel cervello ma poggiato accanto a voi sul comodino (e novantanove su cento alla fine impazzirà lui e non voi, volete mettere?).

5. Se proprio non volete sentirvi da meno, imponetevi di seguire al massimo un consiglio al mese.

Ok, se proprio non riuscite a resistere alla tentazione e volete provarci (tanto prima o poi ci siamo passati tutti, è un po’ come la coazione compulsiva a fare i quiz di Buzzfeed, anche se sono troppo stupidi ma forse proprio per quello) è inutile che vi esponiate alla maledizione di tenere traccia di tutto ciò che fate, da quello che mangiate alle mail che inviate ai post sui social che scrivete. Scegliete una cosa, una sola, e provate ad applicarla, magari seguendo la teoria dei 21 giorni, avete presente? Era stata elaborata negli anni Sessanta da un chirurgo plastico, Maxwell Maltz, il quale aveva notato uno schema ricorrente tra i suoi pazienti: dopo un intervento, impiegavano circa 21 giorni ad abituarsi al nuovo aspetto. Ciò spinse il buon vecchio Maltz ad affermare che occorrono “circa tre settimane affinché una vecchia immagine mentale si dissolva e una nuova si solidifichi”. In realtà le basi scientifiche della teoria sono state recentemente demolite (per debellare vecchie abitudini e/o instaurarne di nuove ci vuole molto di più) ma è innegabile che la coazione a ripetere sia l’iter privilegiato per trasformare un comportamento in un’abitudine automatica. C’è una frase dell’illusionista Doug Henning che ho letto recentemente in un manualetto sulla mindfulness (la mindfulness, capito? Che non si dica quindi che parlo perché non ci ho neanche provato) che recita così: La cosa difficile deve diventare un’abitudine. L’abitudine deve diventare facile. La cosa facile deve diventare bella. Anche qui benissimo, ma aggiungo io: se però vi crea troppo stress e vi sembra che peggiori le cose, abbandonatela senza troppi rimpianti, non siamo monaci in vena di purghe.

Last but not least, il consiglio principe, il più fondamentale di tutti: non fidatevi di nessuno, neanche di me. E ricordatevi che non siamo sull’isola di Lost, e nella maggior parte dei casi le liste non servono a un bel niente (e perché, lì servivano?, direte voi: ecco, appunto): quindi non seguitene nessuna, nemmeno quella che ho appena scritto io.

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