Qui a doppioverso crediamo fermamente nel valore della formazione. Sappiamo che quello di traduttore è un mestiere artigianale, che si impara mettendo le mani in pasta ed eventualmente confrontandosi e “facendo bottega” coi colleghi che già lo svolgono; siamo così convinte dell’importanza di “studiare” prima di gettarsi nell’inferno dantesco dell’editoria italiana che promuoviamo con entusiasmo da cheerleader i corsi di traduzione (abbiamo anche stilato un agile vademecum per sceglierli bene), li frequentiamo spesso da allieve e li teniamo da docenti.

Un buon corso di traduzione aiuta l’allievo a capire se il mestiere di traduttore editoriale è nelle sue corde, tanto per cominciare; illustra poi il funzionamento del mercato editoriale, offre una visione organica e globale del tradurre, spiega almeno a grandi linee come funzionano contratti, compensi, pagamenti, sovvenzioni, proposte editoriali, permette insomma di introdursi nel mercato non come sprovveduti ma come professionisti.

Il problema è che alcuni corsi sono buoni, altri meno. Alcuni sono brevi, altri lunghi. Alcuni sono prestigiosi, altri poco raccomandabili. Alcuni costano poco, altri tanto. E scegliere non è facile. Non ripeteremo i suggerimenti già forniti su come superare quest’impasse, oggi, e ci concentreremo invece sulla valutazione di un’unica discriminante, quella di cui in genere si parla meno, perché fa volgare, perché per la passione si fanno i sacrifici e vale sempre la pena, perché ciascuno si fa i propri conti in tasca e non sono affari vostri quanto pago: il prezzo. È verissimo, ciascuno si fa i conti in tasca. Ma ricordiamoci sempre che, parafrasando un capolavoro orwelliano, forse tutti i corsi in fondo sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

La domanda antipatica a cui vorremmo rispondere (e che spesso ci viene rivolta) è insomma: vale la pena spendere migliaia di euro (letteralmente) per un corso di traduzione di qualche ora? È proprio vero che chi più spende meno spende? Se un corso vi costa solo duecento euro, vuol dire che è tenuto da poracci che conoscono a malapena l’alfabeto? E se invece costa sei milioni di dollari e du’ monetine di cioccolato + IVA, appena usciti dall’aula vi vedrete srotolare davanti un tappeto rosso che finisce dritto dritto nella sala riunioni della Mondadori? Chi frequenta corsi che costano molto, insomma, ha più garanzie di lavorare di chi frequenta corsi che costano poco (il giusto)?

Ci abbiamo pensato a lungo, a questa faccenda spinosa, proprio perché appunto molti di voi ci hanno chiesto un consiglio e vorremmo essere sicure di aiutarvi invece di danneggiarvi. E dopo tutto questo rimuginare e riflettere e studiare programmi di scuole più o meno chic, in cui gli insegnanti tengono più o meno la mano a carciofo durante la lezione, la nostra risposta a tutte queste domande è semplice: NO.

Ovvero, e qui cercheremo di spiegarvi perché, secondo noi non è necessario spendere milioni per diventare (bravi) traduttori.

1) Non serve spendere milioni perché potete spendere di meno

Banale, ma vero. Il mondo della formazione per traduttori si è arricchito negli ultimi anni di corsi, seminari, workshop, webinar, master e chi più ne ha più ne metta: le occasioni per formarsi sono molte, e anche per farlo senza spendere cifre spropositate. Perché investire tutta la liquidazione in un corso di due mesi quando TuttoEuropa, ad esempio, offre master annuali gratuiti con docenti preparatissimi e già addentro al mercato editoriale? Se non sapete come muovervi e cercando su Google l’unica opzione che trovate è un seminario in sei sabati del costo di un rene e due cornee, leggete i commenti al nostro post già citato, o quest’altro post, scritto dalla brava (e sempre puntuale) collega Thais Siciliano.

2) La vera bottega si fa coi traduttori, e i traduttori a volte vi regalano il loro tempo

Ora, chiariamoci: questo non significa che siete autorizzati a trasformarvi in stalker e telefonare a casa di Susanna Basso implorandola di rivedere la vostra traduzione in leccese dell’opera omnia di Irvine Welsh. Semplicemente, se è vero che l’esperienza in traduzione si affina traducendo e confrontandosi con altri colleghi più esperti, ricordatevi che spesso quei colleghi partecipano a incontri, tavole rotonde, letture pubbliche, presentazioni. E che in tutte quelle occasioni raccontano il loro mestiere, lo sviscerano a favore degli ascoltatori, lo ribaltano come un calzino. Qualche giorno fa noi di doppioverso abbiamo partecipato a una delle serate di lettura del Bardotto, libreria-bistrot torinese che ha un succulento programma di incontri con traduttori professionisti (Leggere e rileggere) organizzato da Anna Nadotti.  In quell’occasione Claudia Zonghetti, accompagnata dal collega slavista Leonardo Pignataro, ha raccontato come ha “smontato e rimontato” l’Anna Karenina tolstojana per la nuova edizione Einaudi: un’ora di chiacchierata che conteneva più informazioni utili e trucchetti del mestiere di due manuali di traduttologia. E se non siete di Torino? Poco importa, incontri di questo genere ci sono un po’ ovunque, e  ne stanno nascendo di nuovi e sempre più interessanti: il Translation Slam, ad esempio, una sorta di bonaria sfida pubblica tra traduttori che si ispira ai poetry slam, si sta affermando anche in Italia e fa da contraltare a molti festival letterari o di traduzione; e diversi eventi legati all’editoria (come il milanese Bookcity o, proprio in questi giorni, il Pisa Book Festival) propongono incontri e tavole rotonde gratuiti con traduttori.

3) Ci dispiace: non ci si può comprare un posto in casa editrice, per quanto si spenda

L’idea che spinge molti aspiranti traduttori a investire cifre esagerate nella loro formazione è più o meno la seguente: se frequento un corso molto prestigioso, ci saranno pochi iscritti e docenti molto importanti, e magari, se sarò bravo, hai visto mai, uno di quei docenti potrebbe segnalarmi a una casa editrice e… (segue una complicatissima fantasia che prevede l’assegnazione degli Oscar dei traduttori con tanto di interviste sul red carpet in cui sottolineate la vostra determinazione e testardaggine e discorso commosso in cui ringraziate il famoso docente e il gatto che ha evitato di zampettare troppo sulla tastiera mentre traducevate un premio Nobel, il tutto condito da un abito di Valentino che somiglia molto a quello storico di Julia Roberts o uno smoking impeccabile con camicia bianca accecante modello Colin Firth, dipende se siete traduttrici o traduttori).

Ora, l’idea di per sé non è così sbagliata: è vero, a volte capita che un docente rimanga colpito dalla bravura di un allievo e metta in moto qualche ingranaggio che possa facilitare il suo ingresso nel mercato editoriale. Ma ci sono due cose da tenere presente: primo, che spesso gli aspiranti traduttori racimolano con molta fatica il denaro da investire in percorsi formativi. E c’è da chiedersi quanto abbia senso, dico in generale, iscriversi a un corso pagando per coltivare la speranza, prima o poi, di lavorare, e non per formarsi, che dovrebbe essere invece lo scopo primario. Dovreste frequentare seminari e workshop per migliorare le vostre capacità traduttive, non con l’ottica di iniziare una carriera indebitandovi.

Secondo e forse più importante: quel tipo di segnalazioni in cui sperate ardentemente (che non sono raccomandazioni, perché poi l’aspirante traduttore dovrà comunque dimostrare il suo valore all’editore) non sono una leggenda metropolitana come i coccodrilli che vivono nelle fogne, esistono davvero: ma si possono verificare in ogni corso, anche se la spesa iniziale dell’allievo è stata contenuta o addirittura assente (ad esempio, conosciamo almeno un caso in cui una docente di indiscussa bravura ha segnalato una sua allieva a una casa editrice MOLTO importante; l’allieva era iscritta a un corso di lunga durata, sì, ma gratuito). Insomma, non è la quantità di soldi investita che vi garantirà un posto in casa editrice, purtroppo.

Questo significa forse che tutti i corsi che chiedono un investimento più sostanzioso di altri sono truffaldini, o da evitare come la peste? No, certo, ci mancherebbe. Alcuni sono ottimi, offrono occasioni di scambio e confronto con docenti preparatissimi e se vi piacciono, vi convincono, sono davvero seri e potete permetterveli, iscrivetevi subito.

Semplicemente, ricordatevi che entrare nel mondo dell’editoria come traduttore è un’impresa tra le più ardue, e ahimè non esistono scorciatoie per portarla a compimento, o almeno non scorciatoie che passino attraverso un bonifico bancario. In fondo, se ci pensate, è una buona notizia: significa che questo mondo zoppo e monco che è il mercato editoriale, almeno in questo senso mantiene una forte impronta di meritocrazia (e scusate se è poco).

Credits: L’immagine del post è di ourivesaria ed è protetta da licenza Creative Commons.

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