Qualche settimana fa una nostra lettrice, Carmelinda, ci ha scritto per farci una domanda per nulla scontata: come fa un aspirante traduttore a “fare bottega”, se una “bottega” per traduttori non esiste? Ci sono per caso agenzie di traduzione che accettano tirocinanti? E se non ci sono, come si mette piede nel mondo della traduzione? Questo post, oltre a cercare di sciogliere alcuni dei suoi dubbi, inaugura la rubrica “doppioverso risponde”, nella quale proveremo a fugare qualche perplessità sulla traduzione editoriale, sul personal branding per traduttori, sulla vita da freelance: sulle cose che ci piacciono e di cui ci occupiamo, insomma. Se anche voi avete qualcosa da chiederci, scrivete a barbara@doppioverso.com o chiara@doppioverso.com

La traduzione, lo abbiamo detto e ripetuto fino allo sfinimento, è un mestiere artigianale.

Un mestiere che si impara man mano che si fa, mettendo le mani in pasta, affinando tecniche e istinto, leggendo molto, allenandosi a cogliere le sfumature del testo originale, coltivando la lingua da cui (e quella verso cui) si traduce. Insomma, a tradurre si impara traducendo; siamo appunto artigiani, noi traduttori, e come artigiani svolgiamo un mestiere intangibile e concreto al tempo stesso, per cui i manuali e le regole servono fino a un certo punto.

Se fossimo aspiranti orafi, vasai, restauratori o panettieri, una volta presa la decisione di intraprendere quella specifica carriera e acquisite le competenze teoriche indispensabili, ce ne andremmo alla ricerca di un orafo, vasaio, restauratore o panettiere più esperto di noi per imparare il mestiere; ce ne andremmo, insomma, a fare bottega. Completato questo percorso saremmo in grado di fare fagotto e lanciarci pieni di belle speranze nel magico mondo del lavoro.

Ma cosa succede quando a voler fare bottega è un aspirante traduttore (e più nello specifico un traduttore editoriale, visto che per i traduttori tecnici la possibilità di un tirocinio “in agenzia” è più concreta)? Come è possibile costruirsi un bagaglio di competenze senza percorsi specifici, senza la guida di qualcuno che ne sappia più di noi, senza un faro nella notte a illuminarci e a cancellare le decine di “fottuto” di cui disseminiamo le prime stesure delle traduzioni di romanzi che ci piacciono? Chi spiega, a noi traduttori editoriali, perché “fottuto” non va bene e cos’è una prima stesura?

Sull’importanza di fare bottega, e sulle gaffe che si rischiano se ci si tuffa nel mondo del lavoro senza una rete di protezione (il Monaco Telonio di Chiara è diventato ormai proverbiale, ma vogliamo parlare di quando in una mia traduzione un semplice letto a castello si è trasformato in un complicatissimo e improbabile sistema di cuccette?) abbiamo già scritto, ma la domanda rimane: se sono un aspirante traduttore e non trovo una redazione accogliente, un mentore di buona volontà, un mecenate prodigo, un vecchio traduttore che cerca un discepolo, una fata madrina o una bacchetta magica, come posso fare esperienza?

La questione, dicevamo all’inizio, non è banale, e per questa ragione la risposta non è semplice. Me ne sono accorta quando mi è stata commissionata la mia prima traduzione: come ho già raccontato altrove, svanita l’euforia adrenalinica da firma del contratto, ho approntato un piano tanto geniale quanto ridicolo: avrei attivato la modalità ossessiva, messo in moto le sinapsi, ingollato diecimila litri di caffè e scandagliato l’Internet tutto, dalla prima all’ultima pagina mai pubblicata, per capire come sentirmi a mio agio nel mio nuovo ruolo di professionista che non aveva mai tradotto prima. Nel complesso me la sono cavata bene, perché ho trovato un ottimo corso privato che mi ha fornito le indicazioni di base (e se siete interessati a frequentare un corso in giro se ne trovano di eccezionali, come quelli organizzati dalle inarrestabili amiche e colleghe di STL Formazione). Ma che succede se l’aspirante traduttore non ha il tempo/il denaro/il desiderio di tornare sui libri, anche se per poco?

Fare bottega senza frequentare un corso di traduzione non è impossibile, ma certo richiede un po’ di creatività in più, e soprattutto richiede che l’aspirante traduttore si ponga una domanda indispensabile: cosa intendo esattamente quando dico che voglio fare bottega?

Perché sapete, in questo mondo lavorativo mica tanto semplice non si deve disperare, è vero, ma trovare la propria strada significa a volte tenere ben chiaro in mente quello che Silente dice agli allievi di Hogwarts in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (ve lo ricordate, no? ): “La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi… basta solo ricordarsi di accendere la luce.”

Il segreto sta tutto lì, nell’accendere la luce.

Quindi: se per voi “fare bottega” significa imparare i trucchi del mestiere, apprendere i segreti della traduzione, affinare capacità acquisite altrove, allora il mio consiglio è: traducete per qualcuno che possa correggere le vostre traduzioni. Non preoccupatevi, non c’è bisogno di bussare in massa a casa di Susanna Basso e consegnarle un plico di vostri lavori implorando che dia un’occhiata, senza fretta, quando ha tempo, io aspetto, eh?.
A volte è sufficiente leggere un buon libro, come il mai abbastanza osannato La voce del testo, di Franca Cavagnoli, dove tutto ciò che dovete sapere per diventare traduttori degni di questo nome (o almeno per capire da dove si comincia) vi verrà spiegato con chiarezza assoluta e tono ipnotico.
Oppure potreste provare a creare un gruppo di scambio con qualche collega alle prime armi come voi, con cui tradurre e revisionarsi vicendevolmente.
O confrontare le diverse traduzioni di un classico, per cercare di capire le diverse scelte dei diversi traduttori.
Ancora: perché non immaginare di offrirsi per un programma di traduzioni volontarie per realtà no profit? In un vecchio post ne abbiamo indicate diverse, e ciascuna vi offrirà la possibilità non solo di allenarvi, ma anche di essere revisionati da professionisti competenti.
Infine, in questi anni di sharing inarrestabile, potreste aderire a un programma di scambio di conoscenze, come quello proposto dal sito Teach4Learn, in cui ciascun utente offre una competenza da insegnare (come lavorare a maglia) e una da imparare (ad esempio traduzione editoriale). Con un semplice sistema basato su monete virtuali e sul principio del baratto, potreste trovare il vostro mentore, che magari avrà bisogno di voi per regalare una sciarpa alla zia.

Se fare bottega significa invece, per voi, “farsi i contatti i giusti”, la cosa migliore è preparare i bagagli e andare a conoscere i colleghi, più esperti di voi ma non solo. Come abbiamo già avuto modo di dire in altre occasioni, il traduttore del 2015 non è più costretto a starsene chiuso nella sua stanzetta; le occasioni di incontrare altri traduttori e scambiare con loro informazioni ed esperienze, sia in rete che dal vivo, sono ormai numerosissime.
E sono occasioni preziose; le tre per cui, secondo noi di doppioverso, vale davvero la pena uscire dal guscio sono:

  • l’Autore Invisibile, che si tiene ogni anno nell’ambito del Salone del Libro di Torino e propone lectio magistralis, tavole rotonde dedicate alla traduzione di generi specifici, incontri con traduttori di fama che raccontano le proprie personali storie e le proprie idiosincrasie lavorative;
  • le Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino, che raccolgono professionisti dell’editoria, scrittori, studiosi e traduttori in tre giorni di seminari e dibattiti concentrati tra settembre e ottobre (le giornate sono l’ideale per chi già lavora con la traduzione editoriale e vuole approfondire alcuni argomenti specifici, ma sono aperte anche agli studenti);
  • la Giornata del Traduttore di Pisa, nata nel 2013 dalla formidabile collaborazione di STL ed Est (European School of Translation), che è invece rivolta a chiunque sia interessato al mondo della traduzione, non necessariamente editoriale e non solo se già ne fa parte. (Quest’anno il tema sarà proprio Conoscere e farsi conoscere e ci saremo anche noi, a parlare di doppioverso e di personal branding).

Se, infine, per voi fare bottega equivale a “entrare nel giro”, ovvero iniziare a prendere confidenza con i meccanismi del mercato editoriale o aziendale, una possibilità è quella del classico stage (purché – fate attenzione soprattutto se aspirate a diventare traduttori editoriali e vi ritrovate a fare gli stagisti in una casa editrice – sia limitato nel tempo, realmente formativo, e non mascheri l’intenzione di farvi lavorare gratis); un’altra è quella di una forma di apprendistato un po’ vecchio stile, per cui potreste avvicinare un traduttore che vi piace e che lavora con la vostra stessa combinazione linguistica e nel vostro ambito di interesse e proporre un baratto: siete bravi a gestire i social media? Magari il collega più esperto potrebbe accettare di rivedere qualche vostro lavoro in cambio dell’avvio di un profilo Twitter, o dell’impalcatura di un sito/blog. (Io, ve lo dico, sono facilmente corruttibile con dei muffin).
Infine, potreste rivolgervi a un gruppo di coraggiosi e valenti traduttori che, da qualche anno, traducono, curano e pubblicano in forma di e-book libri fuori catalogo o i cui diritti di traduzione siano stati ceduti a titolo gratuito dall’autore. La non casa editrice dove tutto questo è possibile si chiama “I Dragomanni”, ed è un progetto nato alla fine del 2011 a opera di Daniele A. Gewurz.
Come lo stesso Daniele spiega nel sito dell’iniziativa, in questo bel luogo di scambio “la collaborazione viene nel coordinarsi e aiutarsi a vicenda: rivedersi l’un l’altro le traduzioni, darsi appoggio per gli aspetti tecnici e, più in generale, nell’impostazione che sarà comune a partire dalla veste grafica.”
Per un aspirante traduttore editoriale, cosa si potrebbe desiderare di più?

Credits: La foto del post è di H is for Home ed è protetta da licenza Creative Commons.

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