Da quando ho iniziato a tenere corsi su traduzione e funzionamento della filiera editoriale per STL Formazione, una delle domande che mi vengono rivolte più spesso (in genere a fine lezione, in un corridoio male illuminato, con l’allievo di turno che sussurra cospiratorio come se mi stesse chiedendo di che colore porto le mutande) è: come fa un traduttore a farsi notare da un editore?

Eh. È una domanda da un milione di dollari, questa, ed è una domanda di cui (segnatevelo perché è importante) non bisogna vergognarsi. Ci tengo a dirlo, che non bisogna vergognarsi, perché la cosa del tono da mutanda mi capita spessissimo. Del resto, vergognarsi di cosa? Non lo sappiamo nemmeno noi che già traduciamo come si fa a farsi notare dagli editori! La verità è che il nostro mestiere, come ho letto di recente nel sito di un socialmediamanager-marketingexpert-personalbrandinggod, è al 20% lavoro effettivo e all’80% ricerca del lavoro suddetto. Quindi avere una vaga idea di dove iniziare la quest per il Santo Graal può essere utile.

Una scuola di pensiero piuttosto affermata sostiene che un ottimo sistema per farsi notare da un editore sia proporsi non solo e non tanto con un semplice CV (potreste inviarlo anche in una busta azzurro puffo imbottita di pelliccia di ermellino, o farlo cantare da un coro gospel, ma correrebbe comunque il serio rischio di finire per mesi nell’immensa pila di “curriculum da leggere” di ogni editore del mondo), quanto piuttosto inviando una proposta di traduzione.

Io la trovo una scuola di pensiero bellissima, alla quale ho aderito con entusiasmo fin dall’inizio della mia vita lavorativa, per due semplici ragioni: 1) in effetti può funzionare; 2) io ADORO preparare proposte di traduzione, perdendoci tutto il tempo possibile, naturalmente, anche quello che non ho.

Il meccanismo di questa strategia non infallibile ma potenzialmente vincente dovrebbe essere in estrema sintesi questo:

  1. Voi preparate la proposta di traduzione di un libro che vorreste veder pubblicato
  2. Inviate la suddetta proposta a un editore italiano a cui il libro potrebbe interessare
  3. Aspettate che l’editore vi dica se vuole far uscire il libro affidandone a voi la traduzione.

Sembra facile, no? Ecco, non lo è.

Non mi dilungherò sulle fasi a) e b), per le quali esiste una quantità straordinaria di materiale online e offline (la palma della spiegazione più sintetica e divertente va a mio parere all’infografica a tema  elaborata dall’inossidabile duo di traduttrici Francesca Cosi e Alessandra Repossi, e che trovate qui).

La mia intenzione invece è affrontare il dramma assoluto e spesso trascurato costituito dalla fase c), l’attesa.

Forse non tutti lo sanno, ma molti editori hanno l’edificante abitudine (alimentata senza dubbio dalla paurosa mole di manoscritti/proposte di traduzione/CV che ricevono quotidianamente e che nell’arco di una settimana assume, per quanto si cerchi di smaltirla, le dimensioni – fisiche, letterali – di una balenottera azzurra spiaggiata sulla scrivania) di rispondere alle proposte di traduzione in tempi che definirei biblici, o di non rispondere affatto. Mi rendo conto che si tratta di una realtà difficile da digerire, ma fa parte dell’equazione: quando vi chiedete se davvero vi va di fare una proposta all’editore X, è bene che sappiate quello che vi aspetta.

Siccome qui a doppioverso siamo vostre amiche, e come ogni figlio degli anni ‘90 siamo anche brutalmente sincere con i nostri amici, ho elaborato per voi un agile schemino sulle varie fasi di accettazione del silenzio editoriale. Come vi ho già accennato, io produco proposte di traduzione con la velocità con cui i lemming figliano, quindi le varie fasi le ho attraversate più volte, e vi posso dire un paio di cose: la prima è che se siete preparati avrete più possibilità di sopravvivenza; la seconda è che spesso ne vale la pena.

FASE 1, UN GIORNO DOPO L’INVIO

È la fase dell’esaltazione. Avete appena terminato il lungo e laborioso processo del compilare la scheda di lettura del testo che vi interessa, scoprire che i diritti sono ancora liberi per l’Italia, preparare un cinque-sei pagine di traduzione da allegare, elaborare una letterina simpatico-accattivante con cui accompagnare traduzione e proposta, infilare tutto in una mail che avete riletto settecento volte (a spanne). Siete esausti e strafatti di adrenalina, e quando alla fine cliccate INVIO un’ondata liberatoria di endorfine vi invade il cervello. Avevate programmato di riposare un po’ dopo l’impresa titanica, ma non ci riuscite, e per tutta la notte fissate il soffitto in uno stato stuporoso di semi-incoscienza. Il giorno dopo vi aggirate euforici per casa, con l’occhio a palla e lo sguardo spiritato, convinti che il contratto sia già nelle vostre mani, che l’editore sia impazzito di gioia per la proposta e che dunque vi chiamerà a minuti (motivo per cui urlate contro chiunque cerchi di telefonarvi, perché voi dovete tenere la linea libera), che tempo un paio d’anni lavorerete per Adelphi per settordicimila euro a cartella, un tacchino natalizio e corone d’alloro a ogni uscita.

La fase 1 si conclude la notte stessa, quando crollate esausti a faccia in giù sul materasso e dormite per sedici ore filate.

FASE 2, UNA SETTIMANA DOPO L’INVIO

È la fase della negazione. L’editore, contrariamente alle aspettative, non vi ha risposto. Poiché le sostanze dopanti ancora in circolo vi impediscono di ipotizzare che non sia interessato alla proposta, cercate delle spiegazioni alternative, tipo che forse non ha letto la mail. Placata momentaneamente l’ansia divorante iniziate dunque, nell’ordine: a tartassare la CE di messaggi sul profilo Facebook in cui implorate il povero stagista di turno di controllare bene la posta, anche tra lo spam, “hai visto mai”; a chiamare ripetutamente il numero dell’assistenza di Gmail, sbraitando che il servizio fa schifo, che le vostre comunicazioni si perdono nell’etere, che passerete immediatamente a Yahoo e avete già intrapreso una class action; a contattare tutti gli amici smanettoni chiedendo come si fa, a posteriori, a sapere se qualcuno ha aperto una mail; a valutare l’ipotesi di procurarvi direttamente il numero della moglie dell’editore, magari lui non ha visto la proposta perché è morto, e in quel caso lei dovrebbe saperlo.

La fase 2 è fluttuante e ricorrente, e non si conclude mai davvero; a un certo punto, però, scivola pericolosamente nella fase 3.

FASE 3, UN MESE CIRCA DOPO L’INVIO

È la fase della rabbia. Ormai vi siete rassegnati all’evidenza: l’editore deve aver visto la mail (gliel’avete inoltrata sei volte durante la fase 2, del resto) solo che ha deciso di ignorarla. È un affronto inaccettabile, soprattutto considerando l’impegno e la fatica che avete riversato in quella proposta. Siete fuori di voi, preda di una furia incontrollabile, e senza accorgervene vi trasformate in uno di quei vecchi pazzi che blaterano sull’autobus che la fine è vicina e Iddio ci punirà tutti e le gonne corte hanno corrotto l’anima degli esseri umani e quando l’apocalisse giungerà sarà meglio farsi trovare a Medjugorje. Solo che voi non siete vecchi, fino a un mese fa eravate relativamente sani e quello che andate borbottando senza sosta terrorizzando le cassiere al supermercato suona più o meno così: “È tanto difficile mandare due righe per dire: no, grazie, non siamo interessati? È così inaudito comportarsi da persone civili? Gli editori pensano forse che i traduttori non abbiano un cuore? Siamo davvero alla frutta? Ma ti pare che ho rinunciato al ferramenta di papà per questo schifo?” E così via.

La fase 3 si conclude in genere di colpo, senza preavviso, lasciandovi immobili, con un finocchio in mano, a chiedervi perché la cassiera vi guardi con quell’aria da cerbiatto impaurito.

FASE 4: TRE MESI CIRCA DOPO L’INVIO

È la fase della depressione. Avete capito senza ombra di dubbio che i vostri sforzi sono andati a vuoto. Che arrabbiarvi non servirà a niente. Che avete perso giorni e giorni di lavoro, le speranze di un futuro migliore, la certezza di avercela fatta, un’occasione d’oro, tutto insieme. Il vostro è un lutto a tutti gli effetti. Quando il mondo intorno a voi comincia ad aspettarsi che vi buttiate la faccenda alle spalle, voi entrate invece nel tunnel dello spleen senza fine. Vi avvoltolate in un piumino con lo stereo a palla in una interpretazione da Oscar di Bridget Jones, alzate il pugno al cielo e giurate sulla terra di Tara che mai più, mai più scriverete una proposta di traduzione per quegli ingrati degli editori!, chiamate la vostra migliore amica e singhiozzate al telefono come se vostro marito/moglie avesse appena chiesto il divorzio, decidete di leggere solo cretinate immani perché il mondo della bella letteratura non vi merita. Ecco. Questa è una cosa importante e ve la ripetete come un mantra per le settimane successive. Quel mondo non vi merita. Voi siete oltre, siete di più. La vedranno. La farete pagare a tutti. Prima o poi.

La fase 4 può sembrare la più brutta, ma è anche il segnale che siete pronti ad affrontare il distacco. Quindi, in parte, è una fase positiva.

FASE 5: QUATTRO-SEI MESI DOPO L’INVIO

È la fase dell’accettazione. Grazie all’aiuto di un life coach e di vari libri di self-help siete giunti nel vostro luogo zen interiore. Non avete più bisogno di una risposta per star bene, vi sentite quasi pronti a mettere la proposta fallita in una cartellina e lasciarla andare al suo destino. Volete di nuovo bene all’editore (che è spiritualmente meno evoluto di voi, dunque merita la vostra grazia e compassione), avete ripristinato la vostra fiducia nell’editoria in genere, state addirittura valutando un bel romanzo non ancora tradotto che, volendo… La fase 5 è la fase in cui si torna a una pseudo-normalità. È la fase in cui vi raccontate le magnifiche storie (vere, ci sono i testimoni) di gente che ha ricevuto una risposta alla sua proposta otto anni dopo averla inviata, e su quelle storie costruite degli haiku pregni di significato. È il momento in cui accettate di poter nutrire ancora la speranza che il vostro amato romanzo veda la luce, ma ponete quella speranza al di fuori di voi, e rivolgete lo sguardo al sacro vuoto della buddhità, dove nulla può incrinare il vostro nocciolo divino.

La 5 è una fase bellissima, un po’ fricchettona, che tende a dare dipendenza. Si conclude in genere quando vi affibbiano un lavoraccio orrendo e urgentissimo, per cui mollate giardino zen e incensi e vi rimettete alla scrivania.

Oppure quando (inaspettatamente) l’editore risponde. Davvero. Alla vostra mail. Di sei, otto, o dieci mesi prima. Serafico, come se nulla fosse successo. Vi dice che si scusa, che ha avuto molto da fare. Ma è così che funziona l’editoria, è un mondo frenetico e pieno di impegni, uno più urgente dell’altro.

Del resto lo sapete anche voi, no? Il tempo vola quando ci si diverte!

 

Credits: La foto del post è di Margot Gabel ed è protetta da licenza Creative Commons.

 

 

 

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